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Esteri
Regeni, smentita la versione egiziana. Renzi: "Vogliamo la verità"

L'Italia non si accontetera' di verita' di comodo, "potremo fermarci solo davanti alla verita'". Lo scrive Matteo Renzi, nella sua e-news settimanale, sul caso Regeni. "Vorrei fare gli auguri di Buona Pasqua a tutti gli italiani, ma - me lo permetterete - soprattutto a chi in questo anno ha perduto qualcuno di caro, un amico, un congiunto, un genitore, un figlio. La Pasqua e' per credenti e non un'occasione di festa, certo. Ma anche una opportunita', laica e religiosa, di riflettere sulla vita e sulla morte. E allora il mio Buona Pasqua e' innanzitutto per quelli che in questo ultimo anno sono stati colpiti da un lutto. Tra i tanti, un pensiero speciale alla famiglia di Giulio Regeni, il giovane italiano ucciso in circostanze ancora tutte da chiarire al Cairo quasi due mesi fa". "Un pensiero - scrive il premier - accompagnato da un impegno: l'Italia non si accontentera' di nessuna verita' di comodo. Consideriamo un passo in avanti importante il fatto che le autorita' egiziane abbiano accettato di collaborare e che i magistrati locali siano in coordinamento con i nostri, guidati da una figura autorevolissima come il Procuratore di Roma Pignatone e accompagnati da investigatori di prim'ordine. Ma proprio per questo potremo fermarci solo davanti alla verita'. Non ci servira' a restituire Giulio alla sua vita. Ma lo dobbiamo a quella famiglia. E, se mi permettete, lo dobbiamo a tutti noi e alla nostra dignita'".

Boldrini: "Scoraggiante" - "L'ennesima versione dei fatti sull'omicidio di Giulio #Regeni e' scoraggiante e getta un'ombra sul rigore delle indagini svolte in Egitto". Cosi' su twitter la presidente della Camera, Laura Boldrini.

Serracchiani(Pd): "L'Egitto collabori per la verita' completa" - "Il Governo egiziano si decida a collaborare. Verita' chiara e completa sull'assassinio di Giulio Regeni, non ricostruzioni inverosimili". Lo scrive su twitter la vicesegretaria del Pd, Debora Serracchiani.

Pm romani "perplessi" dalla nuova versione egiziana - Si terra' il 5 aprile prossimo a Roma l'incontro tra i rappresentanti della polizia italiana ed egiziana che lavorano sul caso di Giulio Regeni, il 28enne ricercatore di origine friulana, scomparso il 25 gennaio scorso al Cairo in circostanze ancora chiarire e trovato cadavere il 3 febbraio. L'appuntamento istituzionale, che fa seguito alla recente trasferta nella capitale egiziana del capo della Procura di Roma Giuseppe Pignatone e del pm Sergio Colaiocco, avra' un valore particolarmente significativo perche' i nostri investigatori chiederanno informazioni e notizie dettagliate sulle modalita' di ritrovamento dei documenti di Giulio Regeni. Inutile dire come susciti non poche perplessita' la versione egiziana secondo cui i documenti del ricercatore italiani sono stati rinvenuti nell'abitazione della sorella di uno dei cinque presunti rapinatori egiziani uccisi in uno scontro a fuoco. Chi indaga si limita a far notare come tra gli effetti personali mostrati dalle autorita' del Cairo siano riconducibili a Regeni solo le due tessere universitarie, il passaporto e la carta di credito. Il resto, e cioe' lo zainetto, gli occhiali da sole, il portafoglio e un pezzetto di hashish, non era di proprieta' della vittima.

Moglie del presunto rapitore: la borsa era di un amico di mio marito - L'ultima versione egiziana della morte di Giulio Regeni sembra non reggere di fronte alle dichiarazioni della famiglia di uno dei presunti rapitori del ricercatore italiano. Lo riferisce il quotidiano "al Masry al Youm". La moglie di Tarek Abdel Fatah, componente della banda, ha infatti affermato che il marito era entrato in possesso della borsa rossa con all'interno alcuni effetti di Regeni solo da cinque giorni e che la stessa borsa sarebbe appartenuta a un suo amico e non a Regeni. Tra gli altri particolari emersi, la moglie di Fatah ha detto che il marito avrebbe preso in affitto alcuni appartamenti in diversi quartieri di Qalyubia, nel governatorato del Delta del Nilo, per depistare le indagini della polizia. Fatah, sempre secondo i racconti della moglie, si sarebbe finto un pittore per muoversi liberamente. Intanto la moglie e la sorella di Tarek rimarranno in carcere per quattro giorni, cosi' come il cognato di Tarek. I tre sono accusati di aver nascosto un criminale e di furto.

Regeni, il legale della famiglia: "Sgomento per infamanti depistaggi" - "Credo che il nostro sgomento sia quello dell'Italia intera, rispetto a questi infamanti depistaggi che si susseguono in questi giorni". Lo ha affermato dall'avvocato della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, ai microfoni di Radio 1 Rai. "La cosa che ci ha colpito di piu' - ha proseguito il legale- e' l'insulto, la mancanza di rispetto non solo nei confronti di Giulio ma di tutto il Paese, delle istituzioni, come se potessimo accontentarci di queste menzogne. Allo sgomento - ha proseguito - si unisce la soddisfazione e la fierezza di essere italiani e di avere il sostegno delle istituzioni, delle tante associazioni umanitarie e soprattutto dei cittadini. Questo per la famiglia di Giulio e' molto importante".

La moglie e la sorella del presunto rapitore Saad sono in carcere - La moglie e la sorella di Tarek Saad, componente della banda che secondo le autorita' del Cairo avrebbe partecipato al rapimento del ricercatore italiano Giulio Regeni, rimarranno in carcere per quattro giorni. Lo riferisce l'agenzia di stampa locale "Mena". Anche il cognato di Saad rimarra' sotto custodia cautelare per quattro giorni. I tre sono accusati di aver nascosto un criminale e di furto. Infatti in casa di una delle donne, la sorella di Saad, sarebbe stata ritrovata la borsa con gli oggetti personali di Regeni. La Procura generale intanto ha preso informazioni sulle indagini sulla morte di Saad e di altri quattro membri della banda che, secondo il ministero dell'Interno, aveva piu' volte rapinato cittadini stranieri. Il ritrovamento della borsa di Regeni e' avvenuto in una casa a Shbra al Khaimah, un sobborgo di Qalyubia, nel governatorato del Delta del Nilo, nel corso di alcune perquisizioni ai danni dei componenti della banda. Ieri il portavoce del ministero dell'Interno, Abu Bakr Abdul Karim, ha precisato che la borsa ritrovata nell'abitazione della sorella di uno dei cinque presunti criminali uccisi giovedi' nell'area di Heliopolis non implica un coinvolgimento del gruppo nell'assassinio del ricercatore italiano. La moglie e la sorella dell'uomo hanno infatti ammesso che la borsa apparteneva a Tarek Saad, ma di non sapere nulla riguardo al suo contenuto.

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