Sapelli: “Il commercio mondiale non è più libero mercato, ma un’arma per affermare la potenza degli Stati”
Mentre la crisi della leadership statunitense si fa verticale — oscillando tra nostalgie unipolari e una diplomazia sempre più familistica e padronale —, tramonta definitivamente l’ordine globale costruito dopo la fine della Guerra fredda. Sullo sfondo, l’incapacità di Washington e Pechino di trovare un canale diplomatico stabile, unita al peso di medie potenze come Russia e India, sta rompendo i vecchi equilibri, aprendo la strada a una pericolosa stagione di guerre permanenti.
La posta in gioco, tuttavia, supera i confini del classico scontro tra superpotenze. Il ritorno dell’interesse nazionale e l’uso del commercio come arma di potenza segnano l’avvento di un “neo-royalismo” globale, dove la xenofobia e il protezionismo tornano a essere strumenti di governo. In questo scenario si moltiplicano gli interrogativi: siamo davvero di fronte al declino inesorabile dell’egemonia statunitense? Quale ruolo giocherà la Russia nel ridisegnare le alleanze? E la Cina è davvero l’unico polo alternativo in grado di sfidare l’Occidente?
A fare il punto è Giulio Sapelli, economista e storico di fama internazionale, che dal 19 giugno 2026 è tornato in libreria con il suo nuovo saggio: “Il nuovo mondo. Guerra terra potere, Trump e i nuovi imperialismi”. Un libro imprescindibile per chi vuole capire, davvero, cosa sta accadendo dietro la superficie degli eventi. Ai microfoni di Affaritaliani, Sapelli spiega: “Scomparso l’equilibrio tra le grandi potenze, ci aspettano secoli di guerre permanenti. Oggi il commercio globale non è più libero mercato, ma serve solo ad affermare la potenza delle singole nazioni”.
Nel suo libro parla di una “nuova fase della storia mondiale”: quali sono, oggi, gli elementi che segnano davvero la fine dell’ordine globale costruito dopo la Guerra fredda?
“L’elemento centrale è la scomparsa di una relazione diplomatica strutturata, di una sorta di trattato permanente basato sullo scambio di informazioni e sulle mutue influenze tra le due potenze che dominano il pianeta: gli Stati Uniti e la Cina. Accanto a loro si muovono due medie potenze, la Russia e l’India. Il vero problema è che queste quattro realtà non riescono più — come accadeva invece nei sistemi diplomatici del Sei e Settecento — a trovare un equilibrio di potere mondiale. L’assenza di questo bilanciamento ci condurrà verso una condizione di guerre permanenti e continue per i secoli a venire”.
Lei introduce il concetto di “neo-royalismo” o “royalistic empire”. In cosa si distingue dalle forme tradizionali di imperialismo e perché lo collega in particolare all’era trumpiana?
“L’imperialismo classico, descritto storicamente da autori come John A. Hobson e Vladimir Lenin tra l’Ottocento e il Novecento, rappresentava la rottura della centralizzazione capitalistica. Il passaggio, cioè, alla guerra armata o economica per la conquista di territori, mercati e asset industriali rilevanti, garantita da trattati asimmetrici imposti alle nazioni sottomesse. Hobson aggiungeva una caratteristica cruciale: questo fenomeno è sempre accompagnato da un’ondata ideologica sovranista e xenofoba.
È il cosiddetto jingoism (sciovinismo nazionalista), che storicamente ha visto persino scontri tra lavoratori autoctoni e stranieri. Penso alle violenze del passato contro gli operai italiani in Francia, o alle durissime condizioni dei nostri minatori a Marcinelle, in Belgio. Ricordo che da giovanissimo visitai con mio padre l’Esposizione Universale di Bruxelles del 1958 — l’evento che doveva celebrare l’Europa unita — e c’era una gabbia con persone portate dall’Africa e un cartello che diceva “ne pas nourrir” (“Non dare da mangiare ai neri”). Mio padre, che era un operaio sindacalista, insorse. Parliamo degli anni Cinquanta e Sessanta: questa è la veste ideologica dell’imperialismo.
Sotto il sole, insomma, non c’è nulla di nuovo. Donald Trump non fa che esacerbare questa logica, traducendola in una norma familistica e padronale. Mette avanti il genero, i propri soci in affari e ragiona in termini di conquiste e transazioni commerciali. Del resto, persino nel 1803 gli Stati Uniti chiesero a Napoleone Bonaparte di vendere la Louisiana. Come spiegava il grande economista Albert Hirschman nel suo celebre libro Commercio mondiale e potenza nazionale, siamo tornati a una fase in cui il commercio globale non serve al “libero mercato”, ma all’affermazione della potenza dei singoli Stati. Trump ne è l’esempio più eclatante, ma non è l’unico”.
Nel libro sostiene che il ritorno della centralità dell’interesse nazionale americano potrebbe essere più un segno di forza apparente che di reale consolidamento. È corretto leggere questa fase come un possibile declino dell’egemonia USA?
“Si parla del declino americano da decenni, ma la realtà è più complessa. Gli Stati Uniti mantengono un potere militare sproporzionato rispetto al resto del mondo: un rapporto di uno a mille, o di uno a cinquecento se paragonati alla Cina (l’Unione Europea, sul piano militare, semplicemente non esiste e non conta nulla). Questo enorme potere si poggia soprattutto sui sottomarini atomici, l’elemento di fondo che garantisce l’invulnerabilità di una nazione impedendo una rappresaglia immediata.
Come diceva il mio maestro, il politologo David Maria Calleo, gli americani non hanno mai perso il vizio dell’unipolarismo: si illudono di poter governare il mondo da soli. Siglano trattati temporanei che poi puntualmente disattendono. Lo abbiamo visto nel 2003, quando l’amministrazione Bush invase l’Iraq con 300.000 uomini nonostante il rifiuto di storici alleati come la Francia e la Germania. Oggi vediamo Trump attaccare leader alleati come Giorgia Meloni o Keir Starmer, ma questa condotta è la prosecuzione di quella stessa linea. Trump fa da ventriloquo a ciò che l’establishment repubblicano pensava già ai tempi di Bush. La crisi della leadership statunitense è verticale. Al contrario di molti, io credo che l’abolizione della leva militare sia stata un errore: senza una solida struttura di difesa, una nazione non può esistere nel lungo periodo”.
Se il mondo sta entrando in un’era di “nuovi imperialismi”, quali attori o aree geopolitiche potrebbero emergere come futuri poli di potere alternativi agli Stati Uniti?
“Nessuno. Non esistono reali poli alternativi globali al di fuori della Cina, che resta l’unico vero sfidante strategico degli Stati Uniti. Le altre realtà possono al massimo cercare accordi temporanei. La stessa Russia si muove oggi in un’ottica difensiva, mossa dal timore di essere attaccata e accerchiata, ma in fondo Donald Trump e Vladimir Putin non aspettano altro che l’occasione di accordarsi in funzione anti-cinese. Le vere minacce strutturali alla pace mondiale restano due: da un lato il fondamentalismo islamico, dall’altro la Cina in quanto avversario storico e sistemico dell’Occidente”.

