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Esteri

di Enzo Coniglio

Che la situazione in Siria fosse insostenibile da due anni, lo sapevano tutti, lettori compresi e ne conoscevano anche la causa: la Siria si era trasformata dal 1970 in un autentico regime famigliare dittatoriale della famiglia al-Asad capace di controllare letteralmente tutti i gangli vitali dello Stato: dalla finanza, alla economia, alla politica e naturalmente all’apparato militare e alle forze di sicurezza, essendo il Presidente dello Stato anche Segretario generale del Partito Ba’th, capo del Fronte Progressista Nazionale, alleanza di 10 partiti legali egemonizzata dal Ba?th e Capo delle Forze Armate. Il partito al potere Ba’th può essere considerato la “cassaforte di famiglia” in tutti i sensi. Sul piano internazionale, gli Asad hanno potuto contare nel passato e contano ancora oggi su una alleanza formidabile con l’Iran, la Russia e la Cina che per i loro traffici commerciali e militari, considerano “vitale” la posizione strategica del piccolo Stato di 185.000 Kmq e di 24 milioni di abitanti, che confina con l’Iran, l’Iraq, il Libano, la Giordania, la Turchia e lo stesso Israele, oltre ad avere uno sbocco sul Mar Mediterraneo: una sorta di Svizzera medio orientale che si barcamena tra le due maggiori aree geopolitiche e geoeconomiche del pianeta. I rapporti tra gli Asad e il loro popolo non sono stati dei migliori se si considera che dalla loro presa del potere nel 1963, vige in Siria la legge marziale e che il conflitto insanabile tra il Presidente Hafiz al-Asad, Alauita, e i Fratelli musulmani siriani ha avuto come epigono l’insurrezione della città sunnita di Hama nel 1982, durante la quale il Presidente Hafiz al-Asad ordinò un autentico massacro in cui persero la vita da 20 a 38.000 persone, oltre alla distruzione di monumenti, moschee e i simboli della cultura sunnita: una delle più gravi carneficine registrate nel mondo arabo, tenuto conto delle proporzioni dello Stato e del contesto. Da allora Hafiz prima e Bashar al-Asad dopo, hanno condotto il Paese con mano ferma e determinata, mantenendo l’alleanza con la Russia a dispetto dei profondi cambiamenti esterni.

Di fronte ad un tale potere monolitico e determinato, ben poco potevano fare le timide rivolte collegate alle “primavere mediterranee” che comunque hanno avuto il non piccolo pregio di rimettere in discussione il “caso Siria”, così diverso nel contesto medio orientale; un contesto che ci ricorda, se l’avessimo dimenticato, che il mondo è retto ancora oggi, da precise alleanze geopolitiche e da ancora più precisi interessi geoeconomici ben definiti con i quali i giovani delle primavere devono fare i conti come li ebbero a fare i nostri giovani mazziniani e garibaldini nelle guerre del Risorgimento, come seguito naturale della sanguinosa rivoluzione francese e del Congresso di Vienna che ne avrebbe voluto annullare gli effetti. In questo contesto, pensare di poter risolvere il caso siriano utilizzando come pretesto l’uso di armi chimiche contro la popolazione civile, sapendo bene dell’appoggio determinante della Russia e dell’Iran, appare una puerile banalità storica, a meno che non si accetti il rischio di estendere il conflitto a tutta l’area medio orientale e indirettamente alla vecchia Europa e al continente americano. Le perplessità di Obama sono più che giustificate anche perchè il suo maggiore alleato nella Regione, Israele, sembra faccia di tutto per peggiorare sensibilmente la situazione, con la decisione inaccettabile sotto tutti i punti di vista, di costruire oltre 1000 alloggi in pieno territorio palestinese; prova evidente che non si intende affatto imboccare un autentico cammino di pace; al contrario, si obbligano gi “alleati” a difendere l’indifendibile.

A ben scandagliare le fonti di conflitto nello scacchiere mediterraneo e medio orientale, appare evidente che il caso Siria costituisce una autentica polveriera che rischia di accendere un incendio di ampie dimensioni, capace di coinvolgere i maggiori Paesi di questo martoriato pianeta. In questa ottica appare molto realista e saggia la decisione assunta dal nostro Ministro degli Affari Esteri, Emma Bonino, secondo cui l’Italia non interverrà in un tale conflitto e in ogni caso, dopo una formale deicisione delle Nazioni Unite e dopo una attenta analisi interna. Il rischio è troppo grande e pertanto non basta utilizzare come pretesto l’utilizzo di armi chimiche. Dobbiamo al contrario realizzare nel più breve tempo possibile un autentico progetto di pace per tutta l’area del Mediterraneo meridionale e del Medio Oriente che riconosca finalmente i diritti inalienabili dei Popoli alla autodeterminazione, al lavoro e ad una vita giusta e dignitosa. Non possiamo dimenticare che l’Occidente ha raggiunto in parte gli ideali di giustizia, equità e democrazia attraverso una lacerante rivoluzione, centinaia di guerre e due conflitti mondiali. Ci auguriamo che i nostri cugini della sponda Sud li possano raggiungere con minore crudeltà e barbarie, grazie anche alla nostra cruda esperienza. Ricordiamolo bene: lo scontro odierno si scrive “SIRIA” ma si legge “possibile conflitto mondiale”.

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siriaconflitto mondiale
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