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Di Angelo Maria Perrino
E’ sbagliato e spesso improduttivo, in principio, rispondere alla violenza con la violenza, alle armi con le armi. Ma si può restare indifferenti al crimine siriano del 21 agosto? L’uso di armi chimiche a Damasco contro gli oppositori nel cuore di una guerra civile, da parte del regime, non può restare senza una risposta da parte della comunità internazionale. Non ci si può rifugiare dietro uno pseudo-realismo e minimizzare la portata senza precedenti del gesto di Bashar Al-Assad. E’ vero che già erano stati lanciati dei missili Scud contro la popolazione. Come è pur vero che si contano già 100 mila morti in due anni di conflitto che hanno reso inutili tutti gli sforzi diplomatici.
Ma quel che accade ora in Siria supera largamente il conflitto locale e gli stessi confini del Medio Oriente: l’uso di armi di distruzione di massa significa che un limite è stato violato. E che i Paesi occidentali, che avevano a più riprese definito quello dell’uso della chimica come un confine invalicabile, non possono ora far finta di nulla pena la perdita di ogni credibilità per loro stessi e per l’intera comunità civile internazionale, che sin dal 1993 ne ha decretato l’assoluto divieto.
Non reagire significherebbe aprire la strada a tutti i fanatismi e a tutti i tiranni, a partire dall’Iran e dalla Corea del Nord. Una deriva che i popoli civili non possono permettere, in nome dei diritti dell’umanità.
