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Social vietati agli under 13, l’Ue sfida le Big Tech. Come funziona la stretta

L’Eu Kids Act introduce nuovi limiti per bambini e adolescenti e aumenta le responsabilità delle piattaforme. Possibili multe fino al 6% del fatturato

Social vietati agli under 13, l’Ue sfida le Big Tech. Come funziona la stretta

Ue, stretta sui social per i minori: stop agli under 13 e account limitati fino a 15 anni. Nel mirino le Big Tech

Una stretta sull’accesso dei minori ai social network e nuove responsabilità direttamente a carico delle piattaforme.È la linea scelta dalla Commissione europea con l’Eu Kids Act, il nuovo pacchetto di regole pensato per proteggere bambini e adolescenti dai rischi psicologici, sociali ed emotivi legati all’utilizzo dei social. Ad anticiparne i punti principali è stata la presidente Ursula von der Leyen durante il discorso sullo Stato dell’Unione.

«L’Europa ha il potere di agire. Siamo noi a decidere le regole, non le Big Tech. Sappiamo anche che non sono soltanto i minori a essere a rischio».

La presentazione ufficiale del provvedimento è prevista per giovedì 17 settembre, come annunciato nei giorni scorsi dal portavoce della Commissione Olof Gil. Le anticipazioni circolate finora delineano però già l’impianto della nuova strategia europea.

Niente social al di sotto dei 13 anni

Il primo intervento riguarda direttamente l’età di accesso alle piattaforme. Sotto i 13 anni i social sarebbero vietati, mentre per la fascia tra 13 e 15 anni verrebbero introdotte forti limitazioni e il controllo degli adulti.

«Niente social media al di sotto dei 13 anni – ha dichiarato Von der Leyen – niente account personali al di sotto dei 15 anni. Questo significa che, tra i 13 e i 15 anni, saranno consentiti soltanto alcuni account configurati e supervisionati dai genitori o dai tutori dei minori, con funzionalità limitate e un limite di utilizzo di un’ora al giorno. Tra i 15 e i 18 anni, invece, il cosiddetto design sicuro sarà un obbligo per le piattaforme».

Bruxelles punta soprattutto a spostare sulle aziende tecnologiche la responsabilità di dimostrare la sicurezza dei propri servizi, intervenendo contro meccanismi capaci di favorire dipendenza, contenuti estremi e utilizzi impropri dell’intelligenza artificiale.

La presidente della Commissione Ue ha aggiunto: «Sono consapevole che molti percepiscano il potere delle Big Tech come straordinario e impossibile da contrastare. Ma io non sono d’accordo. Non dobbiamo accettare funzionalità progettate per creare dipendenza. Non dobbiamo accettare che i bambini vengano spinti verso contenuti sempre più estremi. Non dobbiamo accettare che le foto delle ragazze vengano utilizzate per generare immagini sessualizzate con l’intelligenza artificiale. E proprio perché non accettiamo tutto questo, stiamo invertendo l’onere della prova. Saranno le piattaforme a dover dimostrare che i loro servizi sono sicuri».

La stretta sulle Big Tech

L’Eu Kids Act rappresenta però soltanto una parte della strategia che Bruxelles intende mettere in campo nei confronti delle grandi piattaforme. L’obiettivo non è soltanto stabilire chi possa utilizzare i social, ma anche regolare il modo in cui questi servizi raggiungono e coinvolgono gli utenti più giovani.

«Non si tratta semplicemente di impedire ai nostri minori di accedere ai social media. Si tratta di stabilire quando e come consentire ai social media di raggiungere i nostri minori. L’Europa ha il potere di agire. Siamo noi a decidere le regole, non le Big Tech. Sappiamo anche che non sono soltanto i minori a essere a rischio. I design progettati per creare dipendenza, per esempio, fanno male a tutti. Per questo motivo dobbiamo creare un quadro normativo più ampio per l’intelligenza artificiale, che proporremo in autunno».

Il problema, secondo Bruxelles, si estende infatti oltre la tutela dei giovanissimi e investe fenomeni come disinformazione, polarizzazione, propaganda e manipolazione dei contenuti.

Von der Leyen ha insistito in particolare sull’impatto che smartphone e piattaforme possono avere durante l’infanzia: «Cosa stiamo osservando? Una vera e propria cattura dei nostri bambini: una cattura della loro attenzione, della loro concentrazione e delle loro menti. Questo li sta privando della loro infanzia. Ciò di cui i nostri bambini hanno bisogno è tempo: tempo per crescere in se stessi, per crescere insieme agli altri, per confrontarsi con tutte le emozioni e le scelte che derivano dalla vita reale. Hanno anche bisogno di tempo per annoiarsi, perché è proprio in quei momenti che devono usare la loro immaginazione, parlare, pensare, agire, disegnare, formarsi un’opinione e persino cambiarla. Ma quando un bambino ha uno smartphone, tutto questo viene compromesso, giorno e notte. I genitori ne vedono le conseguenze: la perdita di soddisfazione, l’ansia e persino la perdita di sé».

Nel suo intervento la presidente della Commissione ha ricordato anche Olea, la quattordicenne belga vittima di bullismo online che si è tolta la vita, citando le parole della madre: «Senza questi reti onnipresenti (quelle dei social media) mia figlia sarebbe ancora qui. E’ troppo».

Il nodo dei controlli e delle sanzioni

La proposta europea arriva dopo le difficoltà incontrate da iniziative nazionali volte a limitare l’accesso dei più giovani ai social. In Francia, il Consiglio costituzionale ha bocciato una normativa che introduceva restrizioni per i minori, ritenendo il divieto troppo generico e lesivo della libertà di espressione. Anche l’esperienza australiana ha evidenziato problemi nell’effettiva applicazione dei limiti di età.

È proprio la verifica dell’età e l’attuazione concreta delle restrizioni uno dei passaggi decisivi dell’Eu Kids Act. Secondo le anticipazioni, Bruxelles starebbe lavorando a un sistema di vigilanza sul modello del Digital Services Act e dell’Artificial Intelligence Act: la Commissione avrebbe competenza sui servizi e sulle aziende considerate a maggiore rischio, mentre le autorità nazionali seguirebbero gli operatori più piccoli.

Da definire anche il capitolo delle sanzioni. Tra le ipotesi figura un meccanismo simile a quello previsto dal Dsa, che contempla multe fino al 6% del fatturato mondiale annuo e, nei casi più gravi, possibili limitazioni all’accesso ai servizi nel mercato europeo.

Resta infine aperto il dossier degli AI Companion, chatbot progettati per simulare rapporti personali e adattarsi alle emozioni e alle conversazioni degli utenti. Strumenti che pongono interrogativi sulla tutela della privacy e sul rischio di dipendenza psicologica e affettiva, un terreno sul quale la regolamentazione europea è ancora in fase di sviluppo.

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