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Esteri
Telemedicina, Italia e Giappone restano indietro ma recuperano grazie al Covid

In fatto di telemedicina, Italia e Giappone sono accomunati da un fattore non proprio meritorio: la difficoltà con cui negli anni hanno sviluppato il settore. Eppure, per entrambi i paesi, le restrizioni conseguenti al coronavirus hanno rappresentato un cambio di passo e un’occasione per migliorarsi, con risultati apprezzabili in tempi in rapidi.

Forse l’Italia è più abituata a lungaggini e burocrazia, per questo nessuno si stupisce troppo del fatto che a ostacolare la diffusione della telemedicina siano in primo luogo questioni tecniche. Come spiega a Panorama della sanità Francesco Gabbrielli, Direttore del Centro nazionale per la telemedicina e le nuove tecnologie assistenziali dell'Istituto superiore di sanità, “le linee di indirizzo approvate nel 2012 e rese operative nel 2014 sono state scritte a partire dal 2009. Sono nate già datate e in ogni caso erano linee di indirizzo, non linee guida. La differenza è sostanziale. Negli anni successivi le regioni avrebbero dovuto implementare queste linee di indirizzo, ma è stato fatto molto poco”.

Ci sono poi dubbi e problemi legati alle tariffazioni, a questioni etiche mai chiarite, alla disomogeneità con cui la rete internet raggiunge le diverse parti del territorio nazionale, oltre al fatto che gran parte della popolazione italiana sembra a tutt’oggi ignorare la possibilità di poter ricevere consulti medici online.

Di certo, molto è cambiato con l’esplosione della pandemia di Covid-19 e il relativo lockdown che in primavera ha costretto in casa per settimane milioni di persone: da un giorno all’altro, gli italiani hanno scoperto di poter usufruire di molti servizi in modalità digitale, dal medico di base agli psicologici, dalle telefonate alle e-mail alle videochiamate.

È poi lo stesso personale sanitario a vedere in questi servizi telematici un’opportunità. Secondo un’indagine condotta dall’Osservatorio innovazione digitale in sanità della School of Management del Politecnico di Milano, il 95% dei medici di medicina generale considera la telemedicina indispensabile nel mondo post-Covid e il 62% di loro ha iniziato a pensarla così proprio all’esperienza vissuta durante il lockdown di primavera.

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Più stupefacente, all’apparenza, è invece il fatto che anche il Giappone si trovi in una situazione di arretratezza. In realtà, abbiamo già visto come in certi settori, un esempio su tutti in quello dei pagamenti cashless, la popolazione nipponica sia restia all’impiego delle tecnologie digitali. Ciò non toglie che la sanità giapponese sia un’eccellenza mondiale: non è un caso che la speranza di vita alla nascita, 85 anni, sia la più alta al mondo.

Certo, ancora una volta il Giappone è la terra delle grandi contraddizioni, visto che per certi versi rappresenta l'avanguardia del settore (se per esempio pensiamo all'impiego di robot per coadiuvare e proteggere il personale sanitario soprattutto in ospedali e strutture dedicati alla cura dei pazienti Covid), eppure l’Ocse ha collocato il paese all’ultimo posto tra i suoi membri per la gestione e l’utilizzo dei dati digitali in ambito sanitario.

Una spiegazione arriva dal fatto che la popolazione giapponese è mediamente anziana: dei 327.000 medici attivi nel Sol Levante quasi la metà ha più di 50 anni. E i loro pazienti non sono da meno: spesso, fornire un servizio di telemedicina significa per il personale sanitario spiegare ai pazienti anche come far funzionare correttamente il computer o attivare la linea internet. Solo il 42% delle cliniche, inoltre, ha digitalizzato i dati dei propri pazienti. Nei grandi ospedali la cifra sale all’85%, ma resta il problema che spesso ogni struttura utilizza propri database, sistemi di archiviazione e linguaggi, incompatibili con quelli delle altre strutture. Forse, anche l’assenza di incentivi statali dedicati ha frenato lo sviluppo della telemedicina nel suo complesso.

Di certo, ancora una volta, l’esplosione dell’allarme coronavirus ha cambiato radicalmente la situazione: se infatti, secondo fonti governative, meno dell’1% di tutte le istituzioni sanitarie ha offerto consulenze online del 2018, la percentuale, a fine estate 2020, è salita al 15%.

Ovviamente, non si può ringraziare solo il virus, e infatti alla base dei miglioramenti tecnologici che stanno investendo il Giappone negli ultimi mesi c’è un piano di sviluppo ben ponderato a livello centrale: per esempio, di recente, anche il ministro delle Riforme amministrative, Taro Kono, ha iniziato ad avviare riforme per svecchiare l’intero sistema amministrativo, promettendo cambiamenti radicali e concreti già dal 2021.

Ma è il nuovo esecutivo nel complesso a essersi assunto questo impegno, guidato dal premier Yoshihide Suga che si è posto come obiettivi riforme strutturali per aumentare l’occupazione giovanile, promuovere la digitalizzazione in ogni area del paese, rurale o urbana, snellire l’amministrazione e rendere in generale il Giappone più appetibile agli investitori esteri, oltre che renderlo più adatto alle nuove esigenze di una popolazione in continuo sviluppo.

La speranza è che il virus passi in fretta, mentre la spinta innovativa resti, anzi, magari cresca esponenzialmente per entrambi i paesi: è da vedere se, almeno in ambito sanitario, sarà l’Italia a prestare l’esempio al Giappone o viceversa.

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