Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Esteri » Toninelli (Ispi): “Piano di pace in Iran? Bluff di Trump, sette giorni per un vero accordo sono troppo pochi”

Toninelli (Ispi): “Piano di pace in Iran? Bluff di Trump, sette giorni per un vero accordo sono troppo pochi”

L’esperto ad Affaritaliani analizza il piano di Teheran per fermare la guerra: nucleare e controllo di Hormuz restano i nodi decisivi. Sullo sfondo pesano anche le elezioni di metà mandato negli Usa

Toninelli (Ispi): “Piano di pace in Iran? Bluff di Trump, sette giorni per un vero accordo sono troppo pochi”

Usa-Iran, Toninelli (ISPI): “Accordo conveniente per entrambi, ma Trump non può cedere sul nucleare”

Mentre l’Iran mette sul tavolo un piano di sette giorni per fermare la guerra, tra Washington e Teheran si riapre la partita diplomatica, ma le distanze sui nodi decisivi restano profonde. Da una parte la Repubblica islamica offre la riapertura dello Stretto di Hormuz e il ritorno ai negoziati sul nucleare, dall’altra Donald Trump deve fare i conti con il peso della crisi energetica e con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato. Ma dietro la proposta iraniana si gioca una partita molto più complessa: quella sul futuro del programma nucleare e soprattutto sul controllo di Hormuz, diventato una delle principali leve nelle mani di Teheran. Sette giorni possono davvero bastare per arrivare a un’intesa? Quanto pesa su Trump la necessità di far scendere il prezzo del petrolio? E quali concessioni sono realmente disposti a fare Stati Uniti e Iran per mettere fine al conflitto? A fare il punto è Luigi Toninelli, Junior Research Fellow presso il Centro ISPI per il Medio Oriente e il Nord Africa, che ad Affaritaliani analizza gli ostacoli a un’intesa tra Washington e Teheran: “Trump potrebbe anche stare bluffando, ma sette giorni per raggiungere un vero accordo sono davvero troppo pochi”.

L’Iran ha presentato agli Stati Uniti un piano di sette giorni per arrivare alla fine della guerra, riaprire lo Stretto di Hormuz e riprendere i negoziati sul nucleare. È una proposta che può davvero aprire la strada a un accordo con Trump o siamo davanti a una mossa tattica di Teheran per alleggerire la pressione militare ed economica?

Può succedere di tutto. Tuttavia, è evidente che sette giorni non basteranno per risolvere le numerose questioni ancora in sospeso. Non saranno sufficienti a trovare un punto d’incontro né sul controllo dello Stretto di Hormuz né sul futuro del programma nucleare iraniano. A oggi, le posizioni delle parti restano sostanzialmente immutate, nonostante il forte impatto che la chiusura di Hormuz sta avendo sull’economia iraniana e su quella globale.

Lo Stretto di Hormuz è oggi una delle principali leve nelle mani dell’Iran. Quanto può incidere sulla posizione degli Stati Uniti? E l’urgenza di riportare sotto controllo i prezzi dell’energia, anche in vista delle elezioni di metà mandato, può spingere Trump ad accettare un compromesso con Teheran?

Entrambi gli attori trarrebbero vantaggio da un accordo immediato: un abbassamento dei prezzi del petrolio aiuterebbe Trump sul piano elettorale, soprattutto in una fase di forte calo della sua popolarità; allo stesso tempo, un allentamento della pressione sanzionatoria consentirebbe all’economia iraniana, già fortemente danneggiata da sanzioni e guerra, di respirare. A ostacolare quello che, almeno in teoria, potrebbe essere un accordo vantaggioso per entrambe le parti, c’è però la retorica. Trump non può facilmente accettare che l’Iran continui ad arricchire l’uranio per scopi civili, perché significherebbe ammettere di aver fallito quando, dopo aver rigettato l’accordo raggiunto da Obama, aveva promesso di ottenere un’intesa migliore. Allo stesso modo, difficilmente potrebbe accettare di mettere nero su bianco che la situazione negli stretti non tornerà a essere uguale a quella precedente al conflitto. Nel suo discorso di fronte all’Assemblea Generale, il presidente statunitense è stato molto chiaro: bisognerà aspettare le elezioni di metà mandato. Solo allora, a suo dire, ci sarà guerra o pace. Trump potrebbe anche stare bluffando, ma sette giorni per raggiungere un vero accordo – e non un semplice nuovo cessate il fuoco – sono davvero troppo pochi.

Pezeshkian sostiene che “spetta agli Stati Uniti decidere” se mettere fine alla guerra e afferma che Teheran è pronta a raggiungere un accordo con Trump. Ma dopo il fallimento delle precedenti intese, quali garanzie potrebbero rendere credibile un nuovo accordo e quali sono oggi i veri punti su cui Washington e Teheran restano distanti?

Il futuro del programma nucleare e il controllo di Hormuz sono sicuramente i punti nevralgici di qualsiasi discussione tra Washington e Teheran. Tuttavia, mentre il primo è ormai soprattutto una questione di principio – e rischia spesso di diventare un pretesto per far naufragare i negoziati – su Hormuz la questione è molto più complessa. Riaprire lo Stretto non significa necessariamente garantire la libera circolazione di petroliere e navi mercantili. È soprattutto su questo punto che le parti restano distanti e che rischiano di essere trascinate in un ulteriore scontro diretto. Ci sono poi altre questioni, come i fondi iraniani bloccati all’estero, l’allentamento della pressione sanzionatoria, il programma missilistico iraniano e il sostegno agli attori del cosiddetto Asse della Resistenza. Sono tutte questioni importanti, ma in questa fase appaiono quasi collaterali e potrebbero essere facilmente affrontate nel caso di un accordo sui primi due punti. Basti pensare che i missili e gli alleati regionali sono rimasti fuori dalle recenti negoziazioni e che Washington sembrava disposta a fare ampie concessioni sul fronte delle sanzioni, dei fondi bloccati all’estero e degli investimenti nella Repubblica islamica. In definitiva, i punti di scontro sono due, forse uno e mezzo, ma è un “punto e mezzo” decisamente ingombrante.

LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE ESTERI