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Esteri

Di Gianni Pardo

Il Ministro degli Esteri Giuliomaria Terzi di Sant'Agata si è dimesso in seguito alla vicenda dei marò: afferma infatti di essere stato vivamente contrario alla decisione degli altri membri del governo di rimandare Massimiliano La Torre e Salvatore Girone in India, e di non essere stato ascoltato. Certo, rivelando tutto ciò, ha violato il segreto d'ufficio degli organi collegiali, noto perfino a chi partecipa a uno scrutinio di Scuola Media. Dunque la sua motivazione in Parlamento, dinanzi ai comizi curiati schierati in battaglia, è irrituale e poco diplomatica, soprattutto considerando che il ministro di mestiere fa l'ambasciatore. Ma la sua vicenda personale poco importa. Importa di più che il Presidente del Consiglio dimissionario Mario Monti dovrà oggi spiegare in Parlamento com'è andata. E ben pochi vorrebbero essere nei suoi panni. Si troverà infatti nella drammatica condizione di un uomo accusato di omicidio che può salvarsi solo confessando che mentre avveniva il delitto lui stava compiendo uno stupro. Il paragone irriverente illustra una situazione senza uscita. Come ci ha ripetuto fino alla noia Silvio Berlusconi, il Presidente del Consiglio è solo un primus inter pares. Nondimeno l'attuale governo è targato Monti e in un certo senso il Professore ne ha la responsabilità. Purtroppo dal dibattito in aula di ieri è risultata la seguente sequenza: l'8 marzo l'intero Consiglio è stato del parere di non rimandare i marò in India; poi lo stesso intero Consiglio - salvo Terzi, che per questo si è dimesso - ha deciso di rinviare i due malcapitati a farsi giudicare a Nuova Delhi.

E qui il problema può essere discusso su due piani, quello dell'onore e quello del pragmatismo. Sul piano dell'onore non esiste discussione. Se i due marò sono stati mandati in Italia con l'impegno sulla parola (non solo la loro, ma dell'Italia stessa), questa parola era inviolabile e i due sarebbero dovuti tornare in India quali che fossero i rischi. Sempre che si sapesse che cos'è l'onore. Ma a quanto pare la nostra capitale è Roma, non Tokyo. Poco importa che, all'inizio della vicenda, i due militari non avrebbero dovuto essere consegnati alle autorità indiane, se la nave era in acque internazionali. Una volta commesso questo errore, meglio perdere dieci anni in una prigione indiana che la faccia. Purtroppo l'Italia in questa occasione ha dimostrato di non averla, una faccia. E non ci rimane che esaminare il problema sull'unico piano al quale siamo sensibili, a quanto pare: quello del pragmatismo. Cioè del nostro interesse. Cioè, per parlare come bottegai, di ciò che ci conveniva. Ma neanche così ci caviamo d'impiccio. Se rimandare i marò in India era nel nostro interesse, non bisognava dire nemmeno per un momento che li avremmo trattenuti; se invece non era nel nostro interesse, bisognava tenerceli. E basta.

Come si vede, non ci salva neanche il punto di vista pragmatico. Rimandarli senza fare storie sarebbe stato in linea con la parola d'onore dell'Italia, rimandarli dopo minacce e pressioni, che si sono spinte fino a mancare di rispetto al nostro ambasciatore a New Delhi, dimostra che in materia d'onore non abbiamo le idee chiare. Non temiamo confronti solo se c'è da aver paura e da calarsi le braghe. "La guerra continua". Non sappiamo ancora che cosa dirà Monti, ma il problema non ha soluzione. I terzi non sono obbligati a sintonizzarsi sui microfoni della Camera dei Deputati. Gli stranieri non scendono nei particolari. Tutti giudichiamo sui fatti assolutamente centrali: e in questo caso abbiamo un inescusabile cambiamento di decisione che dimostra totale indifferenza sia per la parola data, sia per la serietà delle decisioni adottate. Se questo è il governo dei tecnici, delle persone super partes, dei galantuomini competenti e disinteressati che sono stati invocati per anni affinché facessero meglio dei politici, stiamo freschi. I professionisti della politica facevano schifo e i professoroni no? Ecco il risultato. Speriamo che gli italiani se lo ricordino. Il governo che secondo tanti ci avrebbe salvati sull'orlo del baratro è stato di fatto quello che ha provocato il peggiore disastro economico e ci ha reso ridicoli agli occhi del mondo. Aridatece Berlusconi. Almeno quello faceva ridere volontariamente. Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

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