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Trump, scatta la “remigrazione”. Pioggia di milioni in Africa, ma i deportati finiscono in paesi di cui non sono cittadini

La Casa Bianca ha stretto accordi per oltre 400 milioni di dollari

Trump, scatta la “remigrazione”. Pioggia di milioni in Africa, ma i deportati finiscono in paesi di cui non sono cittadini
Venezuelans deported from the United States deplane at Simon Bolivar International Airport in Maiquetia, Venezuela, Monday, Jan. 19, 2026. (AP Photo/Matias Delacroix) Associated Press / Lapresse Only italy and spain

Da mesi l’amministrazione Trump ha avviato negoziati internazionali che consentano agli Stati Uniti di deportare migranti verso Paesi di cui non sono cittadini. È quanto racconta il Washington Post, secondo cui nel ruolo di mediatore è stato chiamato Christian Ehrhardt, 41 anni: l’alto funzionario non fa parte dell’elite diplomatica ma si è occupato per anni della sicurezza delle ambasciate americane. È stato lui, secondo il giornale, a negoziare con alcuni Paesi africani, tra cui Togo, Gabon, Gambia, Costa d’Avorio e Guinea-Bissau, la possibilità di trasferire qui immigrati considerati illegali in Usa e colpiti da un ordine di espulsione. Ma queste persone non hanno nessun legame con i Paesi destinati ad accoglierli.

La strategia, introdotta durante la seconda amministrazione Trump, è diventata uno degli strumenti centrali della politica di contrasto all’immigrazione promossa dalla Casa Bianca. Alla fine di giugno, l’amministrazione aveva autorizzato o promesso almeno 410 milioni di dollari per facilitare accordi con 31 Paesi, soprattutto in Africa e America Latina.

I documenti offrono una fotografia senza precedenti dell’espansione della rete americana di deportazioni verso Paesi terzi. Tra le prime intese figurano voli verso la Costa Rica, con cittadini di Cina, Russia, Iran e Afghanistan, e un volo verso Eswatini, piccolo regno dell’Africa meridionale, con migranti provenienti da Vietnam, Laos, Cuba e Giamaica. Dietro questa politica c’è Stephen Miller, storico alleato di Trump e oggi vicedirettore dello staff della Casa Bianca. Secondo funzionari attuali ed ex funzionari citati dal Post, Miller ha promosso nomine strategiche al dipartimento di Stato, rafforzando la capacità della Casa Bianca di privilegiare l’obiettivo delle deportazioni rispetto ad altre priorità della politica estera.

“Ehrhardt è considerato un inviato della Casa Bianca”, ha spiegato un funzionario americano. “Non viene presentato semplicemente come vicesegretario di Stato aggiunto. È percepito come parte della Casa Bianca. E per questo gli stendono il tappeto rosso”. In cambio dell’accettazione dei migranti, i governi stranieri ricevono forme di sostegno molto diverse. I documenti esaminati dal quotidiano indicano 81 milioni di dollari di pagamenti diretti a 13 governi. Una cifra piccola rispetto al bilancio americano, ma che in alcuni casi rappresenta un aumento considerevole dei finanziamenti destinati a regimi autoritari che in passato ricevevano importi molto inferiori. Le intese sarebbero state costruite attraverso contratti che consentono di evitare alcuni requisiti di legge, comprese le garanzie sui diritti umani previste per gran parte degli aiuti esteri.

L’Office of Remigration, che conta circa 15 dipendenti e fa capo al Bureau of Population, Refugees and Migration, segna un cambiamento significativo nella politica estera degli Stati Uniti. Per decenni Washington ha sostenuto il reinsediamento dei rifugiati in fuga da guerre e persecuzioni. La nuova struttura concentra invece le proprie energie sulla loro espulsione dal territorio americano. Anche la scelta del nome ha suscitato polemiche. Il termine “remigrazione” è stato associato ai movimenti nazionalisti bianchi di alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia, che sostengono l’allontanamento delle minoranze razziali e degli immigrati.

L’amministrazione Trump ha inoltre promesso 179 milioni di dollari all’Organizzazione internazionale per le migrazioni e 124 milioni all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. I fondi dovrebbero finanziare progetti legati ai rifugiati e alle infrastrutture nei Paesi che accettano i deportati. Le due organizzazioni non partecipano direttamente agli accordi, ma i finanziamenti vengono negoziati in connessione con le intese sulle deportazioni, secondo i documenti governativi e le fonti consultate dal giornale.

Per i funzionari a conoscenza dei negoziati, si tratta in larga misura di una sostituzione dei contributi volontari che Washington versava tradizionalmente alle organizzazioni internazionali per gli aiuti umanitari. Ora quelle risorse vengono utilizzate come incentivi per convincere i governi stranieri ad accogliere persone espulse dagli Stati Uniti.