Cappellino rosso e battute al veleno: Trump riapre il caso terzo mandato alla cena dei corrispondenti
Donald Trump ha sorpreso la platea della cena dei corrispondenti della Casa Bianca infilandosi un cappellino rosso con la scritta “Trump 2028” e dichiarando l’intenzione di correre per un terzo mandato alla presidenza. “Lo faremo”, ha detto il presidente, rivendicando le sue tre vittorie elettorali e promettendo che il percorso verso una nuova corsa sarà agevole. Il gesto arriva mentre la sala, inizialmente distesa dal tono scherzoso del suo intervento, è piombata improvvisamente nel silenzio. L’uscita ripropone un tema che Trump coltiva da mesi e che si scontra con un ostacolo legale evidente: il 22° emendamento della Costituzione statunitense vieta esplicitamente a chiunque di essere eletto presidente più di due volte. Alcuni tra i suoi sostenitori hanno ipotizzato scorciatoie istituzionali – come una candidatura alla vicepresidenza seguita da un passaggio di consegne – ma anche questa strada troverebbe un ostacolo nel 12° emendamento, che estende alla vicepresidenza gli stessi requisiti di eleggibilità della presidenza.
La provocazione arriva mentre l’amministrazione attraversa una fase delicata sul fronte internazionale. Il conflitto con l’Iran, ormai al quinto mese, si sta rivelando molto più lungo di quanto Trump avesse previsto all’inizio, e secondo quanto riportato dal Wall Street Journal il presidente si troverebbe in un umore vendicativo, dopo aver bollato la leadership iraniana con toni sprezzanti durante un recente incontro riservato nello Studio Ovale. Nonostante l’invio di nuovi contingenti americani in Medio Oriente e la ripresa delle minacce contro infrastrutture energetiche iraniane, Trump continua a lasciare aperta la porta a un negoziato, pur ammettendo che Teheran “non è ancora pronta” per un’intesa. Un tentativo di mediazione avviato dal premier iracheno dopo una visita alla Casa Bianca sarebbe già naufragato, con l’Iran che ha respinto la proposta di cessate il fuoco puntando il dito contro l’approccio statunitense.
Sullo sfondo restano anche le preoccupazioni interne al Partito repubblicano: alcuni consiglieri temerebbero ripercussioni alle elezioni di midterm legate al rincaro dei prezzi, al calo di popolarità del presidente e al bilancio delle vittime militari americane nel conflitto, un dato che secondo fonti del Pentagono sarebbe stato rivisto al ribasso nelle comunicazioni ufficiali.
Una serata tra battute, frecciate e citazioni al passato
L’evento, la seconda cena dei corrispondenti dell’anno dopo che quella di aprile era stata interrotta da una sparatoria, si è svolta sotto misure di sicurezza rafforzate in un hotel diverso da quello abituale. Nel suo intervento, durato circa un’ora, Trump ha alternato momenti di apparente cordialità a bordate contro chi considera avversari: tra i bersagli delle sue battute sono finiti giornalisti come Don Lemon e Lawrence O’Donnell, figure politiche come l’ex governatore Chris Christie e il deputato Adam Schiff, oltre a celebrità come Bruce Springsteen e Jane Fonda. Non sono mancati riferimenti anche a esponenti democratici come l’ex presidente Joe Biden, il governatore della California Gavin Newsom e la senatrice Elizabeth Warren.
Il presidente ha inoltre scherzato sul giubbotto antiproiettile indossato dai cronisti presenti, dicendo di preferire la morte piuttosto che apparire più pesante di venti libbre, e ha ringraziato pubblicamente il Secret Service per la protezione ricevuta durante l’evento. In un passaggio più nostalgico, ha ricordato la sua partecipazione, da ospite, a una cena dei corrispondenti ai tempi della presidenza di Barack Obama – occasione in cui fu bersaglio delle ironie dell’allora presidente – smentendo che quella sera avesse maturato la decisione di scendere in politica.
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Le scorciatoie
Da mesi, tra i sostenitori del presidente circolano teorie su come rendere possibile l’impossibile. La più discussa immagina Trump candidato alla vicepresidenza al fianco di un altro esponente repubblicano – l’attuale vice J.D. Vance è il nome più citato – così da presentarsi comunque sulla scheda elettorale del 2028. In caso di vittoria del ticket, il candidato alla presidenza giurerebbe per poi dimettersi, lasciando spazio a Trump attraverso il meccanismo della successione automatica. Il piano, però, si scontra con un secondo ostacolo: il 12° emendamento della Costituzione stabilisce che nessuno ineleggibile alla presidenza possa essere eletto vicepresidente, il che renderebbe la manovra costituzionalmente fragile e facilmente impugnabile davanti ai tribunali.
Un’altra strada, sostenuta da una minoranza di parlamentari repubblicani come il deputato Andy Ogles, punterebbe invece a modificare direttamente la Costituzione con un emendamento che consenta mandati non consecutivi. Il percorso, però, è quasi impraticabile: servirebbero i voti di due terzi del Congresso e la ratifica di tre quarti degli Stati, soglie difficili da raggiungere in un Paese profondamente diviso.
Per questo molti osservatori leggono le uscite pubbliche di Trump – il cappellino, le battute, i riferimenti ricorrenti al 2028 – più come una strategia di comunicazione che come un piano concreto: mantenere alta l’attenzione mediatica, evitare l’etichetta di “anatra zoppa” che colpisce i presidenti al secondo mandato e tenere allineato il partito attorno alla propria figura, piuttosto che un reale disegno per restare alla Casa Bianca oltre i limiti previsti dalla legge. Non è del resto la prima volta che Trump gioca con l’idea di un terzo mandato davanti al pubblico: nei mesi scorsi, aprendo un comizio in Georgia, aveva finto di annunciare la propria “candidatura”, provocando un attimo di sconcerto tra i presenti prima di rivelarsi uno scherzo.

