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Esteri
Ma siamo sicuri che la Turchia ha davvero dichiarato guerra all'Isis?

Di Gianni Pardo
 
L’enfasi può essere nemica della comprensione. Quando i giornalisti dicono che la Turchia “ha dichiarato guerra” allo Stato Islamico dimostrano la loro insufficiente professionalità.
In primo luogo, almeno dal giorno di Pearl Harbour, la formale dichiarazione di guerra non è più, come un tempo, di stretta osservanza. In secondo luogo, Ankara non dichiarerebbe mai guerra a quello “Stato”, perché con ciò stesso ne riconoscerebbe l’esistenza e la natura di Stato. Scendendo poi al livello dei fatti che si sono verificati, pare che la prima incursione turca abbia fatto trentacinque morti fra i jihadisti del preteso califfato. Se così fosse, staremmo parlando più d’una rissa che d’una battaglia.
Ciò non significa che il fatto sia privo d’importanza. Innanzi tutto la Turchia, decidendo quell’azione, sapeva perfettamente in che modo l’avrebbero interpretata i giornali. E dunque questa interpretazione - nel senso di un preciso schieramento - l’ha voluta. In secondo luogo, ha concordato l’azione con gli Stati Uniti e questa è una novità notevole: significa che, dopo il gelo del passato, la collaborazione fra i due Paesi ha fatto molti passi avanti. In occasione della seconda guerra contro l’Iraq, Washington chiese ad Ankara il permesso di usare la base aerea di Incirlik, e la Turchia disse no, mentre proprio in questa occasione ha permesso – o permetterà – agli statunitensi di usare esattamente quella base. Ed anche l’effetto mediatico di questo particolare non poteva essere ignoto al governo turco.
Una piccola nota riguarda Washington. La politica estera di Obama, da applaudire dal punto di vista statunitense, ne esce ancora una volta confermata: non bisogna rischiare una goccia di sangue americano. Bisogna lasciare che i diversi Stati coinvolti risolvano fra loro i conflitti, mentre gli Stati Uniti si limitano ad appoggiare l’uno o l’altro, secondo i propri interessi nella zona. Il risultato sperato è quello di diminuire i costi dell’azione, ricavandone lo stesso il massimo.
Quanto al prevedibile comportamento di Ankara nei confronti dello Stato Islamico e degli altri protagonisti della zona, è possibile che i turchi, dopo l’attentato di Suruc, abbiano voluto avvertire al Baghdadi che non era il caso di strappare penne al Turkey. Come potrebbe anche darsi che, dopo essere stati a lungo alla finestra, abbiano finalmente deciso di schierarsi. Forse attendevano il casus belli e i fanatici del “califfato” gliel’hanno offerto con quell’attentato. Hanno avuto la scusa “morale” per intervenire ed hanno anche approfittato del clamore dell’iniziativa per mettere in ombra la repressione contro i curdi, lanciata in contemporanea.
Comunque è molto difficile credere che lo scopo sia quello di sconfiggere lo Stato Islamico. Militarmente la Turchia potrebbe farlo senza difficoltà, ma non vi ha sufficiente interesse. Attualmente, a quanto s’è letto, lo scopo sarebbe quello di creare lungo la frontiera turco-siriana una fascia larga circa quaranta chilometri e lunga circa cento, partendo dal mare ed andando verso est. Questa zona andrebbe liberata dallo Stato Islamico e affidata ai ribelli anti-Assad, perché se ne servano contro il regime di Damasco.  Ankara ha sempre vivamente desiderato veder eliminato l’autocrate siriano anche perché protetto dall’Iran shiita, l’unico Stato che potrebbe contendere alla Turchia l’egemonia regionale.
In che senso e in che direzione si evolverà la situazione è difficile dire.  Fra l’altro l’ambiguità turca si estende anche all’interno del Paese. Con le ultime elezioni il partito del Presidente Erdogan, che fino ad ora era passato da un successo all’altro, ha subito una grave battuta d’arresto, tanto che oggi non si sa in che misura sarà frenata la tendenza islamista del Paese e in che misura si faranno sentire i laici e i militari.
Almeno sulla carta e non contando Israele, la Turchia ha l’esercito più po-tente della regione, ma non sembra miri all’occupazione e alla conquista di altri Paesi. Il suo interesse è fondamentalmente egemonico ed essa tende soprattutto a porsi come campione della “turchità”, se così possiamo dire, stabilendo speciali rapporti con i Paesi cui l’apparentano la lingua e le tradizioni.
Probabilmente Ankara negli scorsi mesi ha voluto vedere dove si sarebbe fermato lo slancio dello Stato Islamico, e al riguardo già oggi può dirsi che la spinta propulsiva di quei fanatici sembra essersi fermata. Dunque difficilmente lo Stato Islamico potrà proporsi come potenza egemone regionale: e ciò fa anche declinare l’interesse ad eliminarlo. Inoltre può darsi che questo “lavoro sporco” lo facciano l’Iran shiita, che certo non gradisce un vicino sunnita e fanatico per giunta, gli Stati Uniti, con la loro potenza aerea, e l’Arabia Saudita e forse gli Emirati con la loro potenza economica.
Dai recenti avvenimenti non si può dedurre nulla di definitivo e il quadro è ancora confuso. Può darsi si tratti di fatti senza importanza. Può darsi che si annuncino notevoli cambiamenti nella regione. Allo stato, non rimane che attendere gli ulteriori sviluppi.

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