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Esteri
Turchia, sospesi altri 6.500 docenti

Nonostante gli inviti da tutto l'Occidente a restare nell'ambito dello Stato di diritto, a usare moderazione, a rispettare i diritti, soprattutto quelli che una vera democrazia garantisce anche a chi è agli arresti, il presidente Recep Tayyp Erdogan e il governo del suo partito, l'Akp, non danno alcun segno di rallentamento rispetto alle epurazioni in corso dal golpe militare fallito venerdì notte. Dopo militari, polizia, giornalisti e dipendenti pubblici, finiscono nel mirino scuole e Università.

Il rettore dell'Università di Gazi ad Ankara, Suleyman Buyukberber, è stato arrestato, poco dopo essere stato rimosso dal suo incarico, riferisce la tv statale Trt. La notizia segue di qualche ora l'annuncio della sospensione di 95 membri del personale docente dell'Università statale di Istanbul e dei rettori di altre quattro università turche da parte del Consiglio per l'alta educazione (Yok). Mentre Cnn Turchia riporta della sospensione da parte del ministero dell'Istruzione di altri 6.538 dipendenti, dopo i 15.200 già allontanati martedì e i 21 mila a cui è stata ritirata la licenza per insegnare nelle scuole private.

Nel frattempo, i 1.577 decani delle università turche hanno presentato formalmente le loro dimissioni, chieste ieri dallo stesso Yok. Di questi, 1176 sono dipendenti pubblici e 401 legati a fondazioni private. Anche l'intero apparato della giustizia militare è sotto osservazione: il ministero della Difesa ha avviato un'indagine su tutti i giudici e procuratori militari, sospendendone al momento 262. E in giornata si attendono novità. Perché Erdogan è tornato ad Ankara per presiedere il Consiglio di sicurezza nazionale, in vista del quale lunedì aveva annunciato "una decisione importante".

Contro la Turchia, chi usa a usare i toni più duri è la Germania, il Paese che in Europa ha la più alta presenza di immigrati turchi. Dopo aver chiesto nei giorni scorsi di porre fine alle "disgustose scene di violenza e vendetta" e dopo aver ammonito Erdogan sulla "incompatibilità tra ritorno della pena di morte in Turchia e processo di adesione alla Ue", la cancelliera Angela Merkel non usa nessun diplomatico giro di parole. Spedendo il suo portavoce, Steffen Seibert, a denunciare ai media come non passi giorno senza assistere "all'adozione di misure che si fanno beffe dello Stato di diritto e che non tengono in alcun conto il principio della proporzionalità".

Merkel, probabilmente molto irritata dall'intervista alla Cnn in cui Erdogan ha dichiarato: "La pena di morte può essere reintrodotta solo dal Parlamento" con una modifica costituzionale, "io approverò qualsiasi decisione dell'Assemblea". Già, ma chi controlla il Parlamento turco se non l'Akp, il partito conservatore fondato da Erdogan nel 2001 e che dal 2002 controlla la maggioranza? E che uso verrebbe fatto della pena di morte in un Paese dove l'indipendenza dei giudici non era contemplata dalla visione della democrazia del suo leader ben prima che la rappresaglia post golpe si abbattesse anche sulla magistratura?

Pena di morte evocata in modo alquanto macabro stamani, quando dal tetto del centro culturale "Ataturk", nella centrale piazza Taksim, un tempo cuore della protesta antigovernativa oggi sommersa dalle manifestazioni a sostegno a Erdogan, è stato srotolato lungo la facciata del palazzo un enorme striscione di minaccia indirizzato all'uomo a cui il presidente ha subito addossato la regia occulta del fallito golpe: Fetullah Gulen. "Gulen, cane del diavolo, impiccheremo te e i tuoi cani allo stesso guinzaglio" la scritta a caratteri cubitali che ha campeggiato per alcuni minuti, il tempo di essere ripresa dalle telecamere delle tv di tutto il mondo.

La Turchia ha inviato a Washington quattro dossier a sostegno della richiesta di estradizione di Gulen, politologo e religioso islamico moderato residente negli Usa dal 1999, vertice di un sistema culturale e informativo puntellato in Turchia su scuole, giornali e tv. Gulen intanto si è visto sospendere da Ankara il pagamento della pensione e altri benefici per il suo lavoro come imam.

Dalla Giordania rimbalza la notizia della chiusura di una scuola di Gulen ad Amman da parte del  ministero dell'Istruzione. Ufficialmente, perché l'istituto "violava ripetutamente i regolamenti ministeriali". Mentre da fonti ufficiali ma anonime giordane, citate dai media, è stata l'ambasciata turca ad Amman a chiedere alle autorità del regno hascemita di chiudere la scuola per ragioni politiche, richiesta che sarebbe stata presentata anche alla Cambogia.

Tornando in Turchia, per l'ipotetico legame con Gulen, l'authority per le comunicazioni ha sospeso le trasmissioni di 24 emittenti Tv e radio e il direttorato per la stampa ha comunicato il ritiro del tesserino per 34 giornalisti. Ma Il governo turco è intervenuto anche per bloccare l'accesso a WikiLeaks, che ha diffuso 294.548 mail inviate e ricevute da 762 indirizzi mail dei vertici dell'Akp.

Protesta Amnesty international, che chiede alle autorità turche di rispettare i diritti umani e di non restringere arbitrariamente la libertà d'espressione. "È doveroso che le autorità rispettino lo Stato di diritto - ha dichiarato Andrew Gardner, ricercatore di Amnesty International sulla Turchia. "La popolazione si sta ancora riprendendo dai tragici avvenimenti del fine-settimana ed è fondamentale che la libertà di stampa e la circolazione senza ostacoli delle informazioni siano protette, anziché soppresse". Ma lo stesso Gardner denuncia in un tweet "estese torture" contro militari detenuti in isolamento presso la centrale di polizia di Ankara.

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