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Esteri
Ucraina tra successi e rischi: bilancio negativo per il Cremlino

di Aldo Ferrari,
ISPI Senior Associate Research Fellow e docente all’Università Ca’ Foscari

Mentre la tregua nelle regioni orientali dell’Ucraina sembra tenere più di quanto prevedibile, tentare un bilancio di quanto Mosca ha guadagnato e perduto in questi mesi non è davvero semplice. La gravità della sconfitta subita a Kiev con l’avvento al potere delle componenti filo-occidentali rimane innegabile e pregiudica non poco il progetto di ricomposizione economica e politica dello spazio post-sovietico che Putin stava realizzando con buoni risultati. Inoltre, il netto peggioramento delle relazioni con l’Unione Europea e gli Stati Uniti – con il corollario delle crescenti sanzioni economiche – costituisce senza dubbio un problema reale per la dirigenza russa. La situazione economica del paese, già precaria per l’eccessiva dipendenza dall’esportazione di gas e petrolio, l’insufficiente diversificazione produttiva, la corruzione sistemica e la scarsità di investimenti esteri, appare sempre più problematica. La stessa stipula a maggio di un importante contratto per la fornitura di gas alla Cina sembra rappresentare un elemento di debolezza piuttosto che di forza. E questo non solo perché il prezzo concordato è relativamente basso, ma soprattutto perché la Russia ha nel complesso più da temere che da guadagnare in un reale avvicinamento strategico alla Cina, rispetto alla quale sarebbe ormai in una posizione di socio di minoranza. Anche la rivitalizzazione della Nato in funzione essenzialmente anti-russa non può certo essere considerata in maniera positiva da Mosca, che si trova in una situazione di crescente isolamento nella scena internazionale.

D’altra parte è indubbio che il Cremlino sia riuscito a segnare alcuni  punti significativi a suo favore. La fulminea e incruenta annessione della Crimea ha mostrato una notevole efficacia delle forze armate russe e ha risolto, apparentemente in modo definitivo, la questione della Flotta del Mar Nero. Questo successo, importante tanto dal punto di vista strategico quanto da quello storico-culturale, ha consentito di limitare agli occhi dell’opinione pubblica russa il grave scacco subito a Kiev e di accrescere notevolmente il consenso intorno a Putin. Il presidente russo è oggi più popolare che mai e l’opposizione  – già divisa al suo interno e poco incisiva – fatica enormemente a mostrarsi visibile e propositiva. La questione riguardante i territori sud-orientali dell’Ucraina è molto più complessa. Non è facile, infatti, comprendere perché Putin non abbia appoggiato con  decisione i separatisti locali sin dall’inizio – magari in corrispondenza dei tragici fatti di Odessa – prendendo il controllo di tutte le regioni che sempre più di frequente vengono ormai chiamate con la denominazione di epoca imperiale, Nuova Russia. Il fragile esercito di Kiev non sarebbe certo riuscito a impedirlo, ma con ogni probabilità Putin ha ritenuto che il gioco non valesse la candela. La conquista manu militari di Donbass, Mariupol e Odessa sino a comprendere eventualmente la Transnistria avrebbe verosimilmente messo in moto una serie di reazioni internazionali troppo rischiose  per Mosca. Anche in questa situazione complicata e difficile il presidente russo ha in effetti mostrato la consueta abilità limitandosi, per così dire, ad impedire il ritorno sotto Kiev di Lugansk e Donetsk, che solo poche settimane fa sembrava ormai ineluttabile. Un risultato ottenuto in maniera molto agevole da un punto di vista militare, mostrando così nuovamente la forza della Russia e la debolezza dell’Ucraina (ma anche dei suoi sostenitori occidentali). Il presidente ucraino Poroshenko è stato pertanto costretto a riconoscere, sia pure in maniera teoricamente limitata a tre anni, uno status di autonomia alle regioni separatiste. In questo modo la Russia è riuscita a mantenere all’interno dell’Ucraina una vasta zona sottratta al controllo centrale e destinata a servire da esperimento per quella federalizzazione del paese che per Mosca costituisce l’obiettivo preferito oppure a costituire una nuova entità semi-indipendente sul modello della Transnistria, o di Abkhazia e Ossetia meridionale, ma con un’importanza politica ed economica assai maggiore. Non meno importante è la sospensione per tutto il 2015 dell’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio tra l’Ucraina e l’Unione Europea, in larga misura dettata dalle richieste di Mosca.

Questi successi non possono tuttavia nascondere il grave rischio costituito da una politica estera russa così concentrata sulla difesa dei connazionali inseriti in altri stati dopo la dissoluzione dell’Urss. A sentirsene minacciati non sono soltanto i paesi definitivamente fuoriusciti dall’orbita di Mosca, come le repubbliche baltiche, ma anche alcuni di quelli che sinora hanno collaborato strettamente con la Russia, come Bielorussia e Kazakhstan. Si tratta in realtà di una linea d’azione in forte contrasto con gli interessi globali della Russia che consistono piuttosto in un’estensione della sua influenza nei territori post-sovietici per mezzo di un progressivo e sostanzialmente volontario rafforzamento dei legami economici, militari e politici. Solo in questo modo la Russia può davvero riuscire a rafforzare la sua posizione strategica e a competere con gli altri attori principali della scena internazionale. Indipendentemente dall’esito ultimo della crisi ucraina, cioè, la prospettiva di una ricomposizione dello spazio eurasiatico intorno a Mosca sembra uscire non poco indebolita dagli eventi degli ultimi mesi e questo rende sostanzialmente negativo il bilancio del Cremlino. Almeno per ora.

da www.ispionline.it

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