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Ucraina/ Poche chance perché l’accordo tenga

di Andrea Deugeni
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@andreadeugeni

“E’ positivo che si sia trovato un accordo ma ci sono alcuni aspetti che lasciano aperti degli interrogativi come il tema dell’autonomia delle regioni dell’Est-Ucraina (interconnesso con quello dell’ingresso di Kiev nella Nato) e quello del recupero dei controlli alla frontiera con la Russia da parte del governo ucraino che non si sa come verrà attuato nei prossimi mesi”. Lo spiega in un’intervista ad Affaritaliani.it Paolo Magri, direttore dell’Ispi, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, commentando la nuova intesa raggiunta a Minsk fra Putin, Poroshenko, la Merkel e Hollande. E le sanzioni alla Russia? “E’ molto probabile che l’Europa non le tolga a breve”. Sulla mancata presenza della Mogherini, Magri dice: “Putin ama negoziare con negoziatori forti che riconosce“.

L’INTERVISTA

Come valuta i nuovi accordi raggiunti fra Russia e Ucraina con la mediazione di Germania e Francia al vertice di Minsk?
“E’ positivo che si sia trovato un qualche accordo, un accordo dove l’Europa ha preso l’iniziativa visto che si tratta di un problema principalmente europeo. Ci sono anche degli aspetti critici però”.

Quali?
“E’ troppo simile ai precedenti accordi di Minsk dello scorso anno. Restano sul tavolo una serie di punti delicati non risolti che sono quelli hanno portato nei mesi scorsi a un nulla di fatto sul territorio, dimostrando che la precedente intesa non ha funzionato”.

E quali sono?
“Il primo è il tema dell’autonomia delle regioni dell’Est Ucraina, su cui si discute da mesi. Con il termine autonomia i russi e i ribelli ucraini pensano al concetto di federazione che consentirebbe a quelle regioni di avere il diritto di veto in politica estera, fra cui c’è anche la delicatissima questione dell’ingresso nella Nato, mentre Kiev pensa a un’altra cosa e cioè il decentramento. Questo è un punto centrale che rimane aperto, perché, dicono le parti, verrà affrontato entro fine 2015. L’altro punto delicato che lascia un po’ perplessi è quello caro e cruciale per Poroshenko del recupero dei controlli alla frontiera con la Russia da parte del governo ucraino. Anche questo viene indicato come uno dei punti finale dell’accordo, ma rimangono degli interrogativi sul suo reale significato e su come l’intesa venga implementata. Anche se non bisogna confondere l’importanza del risultato rispetto alla forma, va segnalato infine che nell’accordo c’è stata la mediazione di un’Europa fatta da due Paesi e non dall’Europa intera. E’ un incrinare il ruolo dell’Alto Rappresentante”.

Perché Federica Mogherini non ha partecipato?
“Per alcuni motivi. Si è ritenuto che per una trattativa così importante e delicata ci volesse qualcuno con esperienza e con un rapporto personale di lunga data con Putin, come la cancelliera tedesca Angela Merkel. E’ un dato di fatto: il presidente russo ama negoziare con negoziatori forti che riconosce. Sulla Mogherini poi ci sono sempre stati dei dubbi su un suo atteggiamento un po’ troppo generoso nei confronti di Mosca. Ciò non avrebbe facilitato una trattativa, perché non ci deve essere alcun dubbio sull’imparzialità del negoziatore. Infine, Germania e Francia vogliono tenere fortemente il pallino sulle questioni importanti europee”.

Terrà nei prossimi mesi il cessate il fuoco?
“E’ una domanda da un milione di dollari. E’ stata una trattativa complessa in cui i negoziatori principali e cioè Francois Hollande e Angela Merkel sono usciti al termine di una lunga mediazione dicendo di non sapere se il negoziato terrà. Sono pienamente consapevoli che è molto simile al precedente accordo”.

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Cosa c’è di diverso però ripetto ai negoziati di settembre 2014?
“La quasi certezza ormai che se non tenessero, gli americani armerebbero l’Ucraina. Un elemento che può portare i russi ad avere un atteggiamento diverso nei prossimi mesi. Dall’altra parte Poroshenko sa che se non rispettasse gli accordi non avrebbe accesso ai 20 miliardi offerti dal Fondo Monetario Internazionale, soldi che gli servono per rimettere a posto i conti del suo Paese. In una logica di buon senso tutti questi fattori dovrebbero favorire la tenuta dell’accordo, ma bisogna anche prendere atto che negli ultimi mesi la tensione non è scemata”.

Con questo stato di cose possiamo dire che l’ingresso di Kiev nella Nato è congelato?
“C’è da sperare che i vari Paesi europei che fanno parte dell’Alleanza Atlantica abbiano chiaro che proporre a Kiev un percorso di ingresso nella Nato non farebbe altro che far ripartire quanto abbiamo visto in questi mesi. E’ il punto, non scritto, ma più delicato e centrale della questione Ucraina-Russia. L’Europa deve definitivamente accantonarlo se vuol far rientrare questa crisi”.

E le sanzioni?
“Visto che c’è il precedente di Minsk, è molto improbabile che nel breve periodo cambi qualcosa per le sanzioni  anche perché buona parte dei punti importanti dell’accordo si sviluppano nei prossimi mesi. E quello fondamentale del federalismo-decentramento delle regioni dell’Est Ucraina, che si collega a quello dell’ingresso di Kiev della Nato, ha tempo per tutto il 2015. Almeno a breve, quindi, non ci sarà meno pressione sulle sanzioni”.