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Usa-Iran, l’ambasciatore Sequi: “Negoziato ambiguo, Trump sta bluffando come al poker”

Sequi analizza la crisi ad Affaritaliani: “Washington cerca stabilità, Teheran resiste. Hormuz vicina, ma il nucleare slitterà”

Usa-Iran, l’ambasciatore Sequi: “Negoziato ambiguo, Trump sta bluffando come al poker”

Crisi Usa-Iran, l’ambasciatore Sequi: “Non ci sarà una pace vera”

Mentre Washington continua a parlare di “intesa possibile” e Teheran replica denunciando “troppe divergenze”, il confronto tra Stati Uniti e Iran entra in una fase sempre più delicata e contraddittoria. Sul tavolo restano il programma nucleare iraniano, il futuro dello Stretto di Hormuz, le pressioni israeliane e il rischio di una nuova escalation regionale capace di destabilizzare mercati energetici e assetti geopolitici globali.

A fare il punto è l’ambasciatore Ettore Francesco Sequi – tra i più autorevoli diplomatici italiani, già Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri, ambasciatore d’Italia in Cina e Afghanistan e oggi presidente di Sorgenia – che ad Affaritaliani analizza le ambiguità del negoziato, le divisioni interne all’amministrazione americana e il fragile equilibrio che potrebbe trasformare la crisi attuale non in una pace definitiva, ma in una “convivenza conflittuale” regolata da tregue e accordi temporanei.

Perché oggi Washington parla di “intesa possibile”, mentre Teheran insiste sulle “troppe divergenze”? Si tratta di una distanza reale o di una strategia negoziale da entrambe le parti?

“Credo che siano vere entrambe le cose. Da un lato Trump ha bisogno di trasmettere l’idea che un accordo sia vicino, perché deve contemporaneamente stabilizzare i mercati energetici, rassicurare i Paesi del Golfo e parlare anche all’opinione pubblica americana. È quindi uno strumento di gestione della percezione globale. Dall’altro lato, l’Iran non vuole apparire come il Paese che sta cedendo sotto la pressione militare statunitense e insiste quindi sulle divergenze ancora aperte, sui dettagli irrisolti e sulle difficoltà del negoziato.

Teheran deve parlare al proprio apparato interno, alla popolazione iraniana, ma anche ai Paesi del Golfo e a Israele. In sostanza il messaggio è: ‘non stiamo capitolando, stiamo negoziando da una posizione di resilienza’. Sia Washington sia Teheran hanno bisogno di presentare qualsiasi intesa come una vittoria politica e strategica, non come una sconfitta”. 

Trump sembra oscillare continuamente tra accelerazioni e frenate: prima annuncia un accordo vicino, poi afferma che “non c’è fretta”. È il classico metodo negoziale trumpiano o il segnale che, all’interno dell’amministrazione americana, esistono linee differenti sull’Iran?

“Anche in questo caso direi entrambe le cose. Trump negozia spesso con un approccio quasi da poker: crea instabilità psicologica, rilancia, bluffa in modo aggressivo. Alterna ottimismo e minacce perché ha bisogno di mantenere alta la pressione sugli iraniani.

Allo stesso tempo, però, deve tenere insieme almeno tre diverse componenti interne all’amministrazione americana. La prima è quella pragmatico-economica, che vuole evitare una guerra lunga e punta soprattutto alla riapertura dello Stretto di Hormuz, guardando con preoccupazione a mercati, inflazione e Borsa.

Poi c’è una componente più dura, favorevole alla ‘massima pressione’ sull’Iran, che teme soprattutto che Teheran possa guadagnare tempo attraverso il negoziato. Infine esiste una componente che potremmo definire israelo-strategica: Israele non vuole soltanto contenere l’Iran, ma indebolirlo in modo strutturale, evitando che possa continuare a rappresentare una minaccia esistenziale. Tutte queste linee convivono oggi all’interno della strategia americana”. 

Secondo lei, arrivati a questo punto, l’obiettivo principale di Trump è fermare il programma nucleare iraniano oppure evitare uno choc energetico globale?

“Entrambe le cose, ma con priorità differenti. Trump deve uscire da questa crisi il prima possibile e non può farlo senza la riapertura dello Stretto di Hormuz, che rappresenta l’urgenza immediata per i mercati internazionali, per l’inflazione americana e per gli alleati degli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, però, deve anche poter giustificare politicamente i risultati ottenuti, perché gli Stati Uniti sono entrati in questa crisi soprattutto sulla questione nucleare. Per questo Trump deve dimostrare di aver affrontato anche il dossier atomico iraniano.

Da quello che emerge finora, però, sembra che sulla riapertura di Hormuz si possa arrivare relativamente presto a un’intesa, mentre il nodo nucleare venga rinviato a una seconda fase. Ed è comprensibile: il tema è estremamente complesso. L’accordo sul nucleare firmato ai tempi di Obama era lungo oltre 150 pagine e, come ha detto Rubio, non si può certo scrivere un’intesa del genere ‘sul retro di un tovagliolo’.

Pensare di risolvere contemporaneamente la crisi energetica e quella nucleare con un unico accordo rapido sarebbe poco realistico. C’è però una regola diplomatica importante: quando non si riesce ad avanzare sulla sostanza, si prova ad avanzare sul metodo o sul processo. Ed è esattamente ciò che sta accadendo ora. Non si sta chiudendo un vero accordo sul nucleare, ma si sta cercando un’intesa sulle modalità con cui negoziare, in una fase successiva, un accordo nucleare vero e proprio”. 

Netanyahu chiede lo smantellamento completo del programma nucleare iraniano, mentre Teheran pretende garanzie economiche e il disgelo finanziario. Esiste davvero uno spazio diplomatico per un compromesso stabile?

“Qui il problema di fondo è che gli obiettivi strategici di Israele e Iran sono, almeno oggi, profondamente incompatibili. Israele vuole l’eliminazione irreversibile della minaccia iraniana, che percepisce attraverso il nucleare, i missili balistici e il sostegno di Teheran all’‘Asse della resistenza’.

L’Iran, invece, punta innanzitutto alla sopravvivenza del regime, alla conservazione delle proprie capacità strategiche e al riconoscimento implicito del proprio ruolo regionale, che sta cercando di riaffermare anche attraverso la partita dello Stretto di Hormuz. Per Israele l’Iran rappresenta una minaccia esistenziale; per l’Iran Israele è un nemico esistenziale. Per questo motivo è difficile immaginare oggi una pace definitiva.

L’unico scenario realistico che vedo non è tanto una stabilizzazione piena, quanto piuttosto un equilibrio instabile: una convivenza conflittuale regolata da tregue, intese parziali, negoziati intermittenti e crisi periodiche”.

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