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Usa-Iran, Simonini (Domino): “La guerra a Teheran erode i consensi: il voto alla Camera è un avvertimento”

L’analista geopolitico ad Affaritaliani: “La tregua regge in modo ambiguo. Lo scenario più temibile è una guerra totale in Medio Oriente”

Usa-Iran, Simonini (Domino): “La guerra a Teheran erode i consensi: il voto alla Camera è un avvertimento”

Usa-Iran, Simonini (Domino): “Rischio caos totale in Medio Oriente”

“Il 3 giugno la Camera dei rappresentanti ha approvato una risoluzione che invoca il War Powers Act del 1973, sancendo una parziale frattura interna al fronte repubblicano. Al di là del valore per ora simbolico, il segnale è tangibile, sia per l’erosione del consenso interno dovuta all’ennesima guerra mediorientale, sia per lanecessità di Washington di districarsi dalla trappola persiana dello Stretto di Hormuz”. Così Franz Simonini, analista geopolitico e firma della rivista Domino, commenta ad Affaritaliani il voto della Camera che punta a limitare i poteri di Donald Trump sul dossier iraniano.

Alla domanda se la risoluzione possa incidere concretamente sulle scelte della Casa Bianca, Simonini osserva che il percorso istituzionale è ancora lungo: “Per produrre effetti la misura dovrebbe superare anche il vaglio del Senato, dove i repubblicani conservano una maggioranza risicata e dove l’ultimo tentativo si era arenato con 50 voti favorevoli e 47 contrari”. Tuttavia, il voto rappresenta un segnale politico significativo, confermato anche dalla defezione di quattro deputati repubblicani.

Sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo entro il fine settimana, l’analista si mostra scettico: “Allo stato attuale è relativamente poco credibile. Siamo ancora in piena fase negoziale, con un continuo rimpallarsi delle pretese fra i due belligeranti”. Secondo Simonini, la tregua dell’8 aprile continua a reggere in maniera “fragile e ambigua”, mentre Washington punta a separare il dossier libanese da quello iraniano e a imporre una sostanziale demilitarizzazione missilistica di Teheran.

“Si tratta di posizioni inconciliabili con la Repubblica Islamica, che continua a mantenere l’occlusione dello Stretto di Hormuz, minando uno dei centri nevralgici dell’Impero”, spiega. Nonostante ciò, nel medio periodo le due parti saranno costrette a trovare un’intesa, cercando entrambe di presentarla come una vittoria politica.

Quanto ai possibili scenari futuri in caso di fallimento dei negoziati, Simonini invita a non sottovalutare i fattori di rischio ancora presenti sul terreno. “Benché la cornice resti quella di una tregua, gli inneschi di una recrudescenza permangono”, afferma, citando il blocco navale di Hormuz, gli attacchi alle navi in transito, le rappresaglie iraniane contro basi e ambasciate statunitensi e il deterioramento del fronte libanese.

Per l’analista, “lo scenario più temibile è la saldatura di questi teatri in un’unica guerra su larga scala, a bassa e ad alta intensità, capace di gettare nel caos l’intero Medio Oriente”. Un rischio che si intreccia con la diversa agenda strategica di Israele e Stati Uniti. “Gerusalemme vorrebbe risolvere i propri problemi esistenziali regolando i conti con i persiani e i suoi agenti. Washington, dal canto suo, vorrebbe scongiurare ogni scenario di escalation totale, per non disperdere le risorse necessarie alla sfida con Pechino”, conclude Simonini.

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