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Usa, rimpasti o resa dei conti? Continuano le epurazioni tra gabinetto Trump e Pentagono

In poco meno di quattro settimane, tre segretari di gabinetto di Donald Trump hanno lasciato i propri incarichi… L’analisi

Usa, rimpasti o resa dei conti? Continuano le epurazioni tra gabinetto Trump e Pentagono

Dal nostro inviato a Washington– In poco meno di quattro settimane, tre segretari di gabinetto di Donald Trump hanno lasciato i propri incarichi o, per meglio dire, sono stati allontanati dal presidente. Prima Kristi Noem alla Sicurezza Interna, poi Pam Bondi alla Giustizia, e infine Lori Chavez-DeRemer al Lavoro. A completare il quadro, si aggiunge anche la rimozione del segretario della Marina John Phelan. Non si tratta di un normale ricambio fisiologico: è qualcosa che, per intensità e ritmo, somiglia a una resa dei conti interna all’amministrazione. Chavez-DeRemer è stata il terzo membro del gabinetto a lasciare il proprio incarico nel giro di poche settimane, dopo che Trump aveva licenziato la segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem a marzo e aveva estromesso il procuratore generale Pam Bondi all’inizio di aprile. Tre donne su cinque presenti nel gabinetto sono state sostituite da uomini, riducendo la presenza femminile alle sole segretarie all’Agricoltura, Brooke Rollins, e all’Istruzione, Linda McMahon.

I democratici hanno duramente criticato quello che definiscono il “sessismo” di Trump, accusandolo di affidare gli incarichi principali a esponenti maschili. Le motivazioni, agli occhi di Trump, differiscono nei tre casi ma presentano un filo conduttore: una fedeltà ritenuta insufficiente o una fragilità politica diventata insostenibile. Noem sarebbe stata allontanata dopo le crescenti critiche del Congresso sulla gestione della crisi legata all’ICE e, più in generale, al comportamento degli agenti sotto la sua supervisione. Bondi, invece, è uscita di scena a causa dell’insoddisfazione del presidente per la gestione del Dipartimento di Giustizia, in particolare sul caso Epstein e per quella che Trump considerava una scarsa incisività nelle azioni contro i suoi avversari politici.

Chavez-DeRemer, infine, è caduta sotto il peso di un’indagine interna per comportamenti inappropriati: una relazione con un agente della scorta, l’uso improprio di viaggi di lavoro ufficiali per coprire spostamenti personali e accuse rivolte al marito per avances sessuali indesiderate nei confronti di dipendenti del ministero. Ciascuna delle tre uscite ha generato un ulteriore problema: la necessità di trovare sostituti in tempi rapidi. I nuovi incaricati erediteranno lo stesso contesto politico e le medesime pressioni, dovendo operare sotto un presidente che, nei momenti di difficoltà, tende a individuare nuovi responsabili. La vicenda più rilevante dal punto di vista politico è quella di John Phelan, segretario della Marina, rimosso con effetto immediato nel pieno del confronto con l’Iran e del blocco navale nello Stretto di Hormuz.

Secondo una fonte citata da Axios, Phelan “non aveva compreso di non essere lui il capo: il suo compito era eseguire gli ordini ricevuti, non quelli che riteneva dovessero essere impartiti”. Alla base della decisione vi sarebbe anche il deterioramento del rapporto con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, che non avrebbe gradito il tentativo di Phelan di interagire direttamente con Trump, proponendo un piano di ammodernamento della flotta e scavalcando la catena di comando. La rottura si sarebbe consumata in modo improvviso: appena il martedì precedente al licenziamento, Phelan aveva incontrato i giornalisti per discutere del futuro della Marina, a conferma della natura repentina del suo allontanamento. Ancora più significativo è il tempismo: l’addio arriva mentre tre portaerei sono dispiegate o dirette verso il Medio Oriente e l’amministrazione afferma che le forze armate sono pronte a riprendere le operazioni. Il caso Phelan non è isolato, ma rappresenta l’ultimo capitolo di una più ampia riorganizzazione ai vertici militari.

Dall’inizio del secondo mandato di Trump sono stati rimossi il presidente del Joint Chiefs of Staff, il comandante della Marina, il vice capo di stato maggiore dell’Aeronautica, oltre a numerosi alti ufficiali e avvocati militari. Secondo diversi analisti, il problema strutturale emerso in questa fase sarebbe legato allo stile di leadership di Trump e Hegseth, orientato alla ricerca di collaboratori pienamente allineati e poco incline ad accogliere visioni divergenti. Lo stesso Hegseth potrebbe diventare, nel caso in cui la campagna in Iran dovesse evolvere negativamente, il prossimo esponente a lasciare l’amministrazione.

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