Esteri
Venezuela, futuro nel caos dopo l’attacco Usa: “Equilibri fragili. L'instabilità rischia di durare a lungo". Lo scenario
Affaritaliani ha intervistato Gianluca Pastori, analista dell’ISPI, per capire gli scenari che si aprono a livello internazionale, dopo la caduta di Nicolás Maduro

Venezuela, Pastori: "L'instabilità rischia di durare a lungo"
L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela e la caduta di Nicolás Maduro hanno aperto una fase di forte incertezza. Stabilizzazione o caos? Escalation o negoziato? E quale ruolo potranno avere Italia ed Europa in questa crisi? Per leggere i possibili risvolti, Affaritaliani ha intervistato Gianluca Pastori, analista dell’ISPI.
Qual è lo scenario più realistico nelle prossime ore e nei prossimi giorni: stabilizzazione, caos o rischio di escalation?
"La risposta dipende molto da come e quanto è stata preparata la transizione al post-Maduro. Se i nuovi vertici politici venezuelani godranno di un certo grado di consenso e di sostegno popolare, si potrà ipotizzare una transizione “morbida”. Se, invece, saranno percepiti come una semplice proiezione degli interessi USA, le cose saranno più difficili. I tentativi del passato ci insegnano una lezione chiara: abbattere un regime è relativamente facile; molto più difficile è sostituirlo con uno stabile, soprattutto se la regia del cambiamento è esterna".
Quali sono, secondo lei, le vere motivazioni del blitz: sicurezza, calcolo geopolitico, messaggi interni o pressione internazionale?
"Mi sembra che l’obiettivo principale sia riaffermare la centralità degli Stati Uniti negli affari del continente americano: l’idea che il Golfo del Messico torni a essere il “Golfo d’America”. È un obiettivo che l’amministrazione Trump persegue fin dall’insediamento, con strumenti diversi: nel caso del Venezuela la forza militare, in altri casi pressioni politiche o dazi. Su questa logica si innestano altri fattori, ma la dinamica delle sfere di influenza resta centrale".
Il nostro governo può limitarsi alle dichiarazioni o deve assumere una posizione più netta – anche per proteggere i connazionali?
"Non mi sembra che il governo italiano abbia particolare intenzione di farsi coinvolgere. Già in altri momenti di crisi, la scelta di Roma è stata sostanzialmente quella di allinearsi alla posizione di Washington e non vedo perché questa linea dovrebbe cambiare oggi, considerando anche che l’Italia non ha interessi diretti rilevanti e che la sicurezza dei connazionali non appare più a rischio che in altri scenari".
L’Unione europea ha strumenti reali per incidere o rischia di restare ai margini?
"Credo che l’UE non disponga di veri margini di azione in questa crisi. Soprattutto, ritengo che gli Stati Uniti non siano disposti ad accettare il coinvolgimento di altri attori negli affari del “Golfo d’America”. A maggior ragione se si tratta di un’Unione europea verso cui l’amministrazione Trump ha spesso mostrato un’ostilità tutt’altro che velata".
Questa crisi può contagiare la regione o spingere verso una risposta comune dei Paesi latinoamericani?
"L’America Latina è una realtà frammentata e le politiche dell’amministrazione Trump la stanno frammentando ulteriormente. Anche in questo caso, una risposta comune mi sembra difficile da ipotizzare. Al contrario, è più probabile un rafforzamento della polarizzazione tra filo-americani e anti-americani, sia tra i diversi Stati sia all’interno delle singole società. I focolai di crisi potenziale non mancano (basti pensare a Cuba). L’interrogativo è se gli Stati Uniti abbiano intenzione di alimentarli, come hanno fatto con il Venezuela".
Vede prospettive di negoziato o teme un confronto lungo e a bassa intensità?
"È un po’ la stessa questione posta nella prima domanda. Se la transizione al post-Maduro è stata preparata adeguatamente e se il nuovo governo di Caracas riuscirà a ottenere una legittimazione popolare credibile, la crisi potrà rientrare in tempi relativamente brevi. Se questo non avverrà, l’instabilità rischia di durare a lungo. Resta, comunque, il vulnus al diritto internazionale: la fragilità di un ordine basato sulle regole che oggi viene messo in discussione dagli stessi Stati Uniti, che in passato ne erano stati tra i principali promotori".
Una crisi destinata, dunque, a misurare non solo la tenuta del Venezuela, ma anche la capacità della comunità internazionale di gestire il “dopo”.
