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Esteri

Il conflitto in Yemen si è allargato pericolosamente. Il paese è da mesi coinvolto in una guerra civile che ha portato il presidente Abed Rabbo Mansur Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale, ad abbandonare la città di Aden, dove si era stabilito dopo aver abbandonato la capitale Sanaa, caduta in mano ai ribelli Huthi. Nella notte scorsa, l’Arabia Saudita è intervenuta insieme ad altri paesi arabi per frenare l’avanzata verso sud degli Houthi, che sono considerati come una forza militare manovrata dall’Iran, paese sciita tradizionalmente avversario dei sauditi in Medio Oriente. La presenza di forti interessi esterni in Yemen ha fatto parlare diversi giornalisti e analisti di “proxy war” (guerra per procura): il rischio è che sauditi e iraniani si facciano la guerra per ottenere il controllo dello Yemen, ormai precipitato nel vortice delle crescenti tensioni inter-settarie e sull’orlo di diventare un failed state nel cuore del Golfo.
 
 
 
Oltre la semplificazione sciiti vs sunniti: i quattro livelli intrecciati dello scontro
 
Come nota Eleonora Ardemagni, giornalista freelance, il conflitto in Yemen non può essere ridotto a uno scontro fra sciiti (di fede zaidita, tra cui spicca il movimento minoritario degli houthi) e sunniti (di rito sciafeita). Oltre alla componente settaria, che oggi appare la più vistosa, vi sono almeno altri tre livelli, intersecati, di lotta. In primo luogo, quello fra il potere centrale di Sana’a e le periferie settentrionali (come Saada fortino degli houthi) e meridionali (Movimento meridionale), che rivendicano risorse e autonomia/indipendenza territoriale. Lo scontro è poi tra l’oligarchia tribale ed economica ancora legata all’ultratrentennale regime di Ali Abdullah Saleh e al suo General People’s Congress (Gpc), contro l’élite vicina al presidente ad interim Abdu Rabu Mansur Hadi, della regione sud di Abyan, e agli islamisti di Islah (Fratelli musulmani e salafiti), che avevano monopolizzato le istituzioni di transizione del post-2011, perpetuando un sistema di potere mai davvero riformatosi. L’interferenza esterna delle potenze regionali, insieme alla crescente instabilità del quadrante mediorientale, ha esacerbato la tensione interconfessionale: l’Arabia Saudita, sostenitrice di Saleh e poi di Hadi, appoggia le tribù sunnite in chiave anti-houthi, mentre l’Iran è sospettato di aiutare materialmente i miliziani sciiti zaiditi. È in questo mosaico – che vede, a sud, il forte radicamento di al-Qaida nella Penisola arabica (Aqap) – che la violenza settaria si sta manifestando.
 
 
 
In quale misura questa scalata di potere degli Houthi può essere attribuita a Teheran?
 
Che  il sostegno, politico e militare, da parte dell’Iran vi sia stato – e continui – è fuor di dubbio. Da sempre attenta ad ampliare la sua orbita di influenza, Teheran ha verosimilmente incoraggiato i ribelli nel momento in cui se ne è presentata la congiuntura più propizia. E ha colto l’opportunità di staccare comunque il dividendo di un’ulteriore spina nel fianco della rivale Arabia saudita.
 
Tuttavia che questo appoggio sia stato decisivo è secondo Armando Sanguini, ex ambasciatore in Arabia Saudita e ISPI Scientific Advisor, molto discutibile; non foss’altro che per il fatto che l’Iran è già fortemente impegnato su altri fronti politici, militari e di sicurezza: dal negoziato sul nucleare alla sfida dell’ISIS.
 
Per Riyadh si tratta invece di una deriva dichiaratamente intollerabile che dimostrerebbe ad abundantiam il disegno settario di Teheran tra Medio Oriente e Golfo. Si evoca lo spettro dell’accerchiamento, della spada di Damocle di uno Yemen controllore delle porte del Mar Rosso e dunque dei traffici che vi transitano, ivi compresi il gas e il petrolio delle monarchie. Si ricorda la persistente sollecitazione agli sciiti interni e bahreiniti.
 
Ma dietro a questa esasperazione vocale c’è soprattutto irritazione e frustrazione per il fatto che la dinamica yemenita complica una deriva regionale che si è andata facendo assai meno favorevole, per Riyad, di quanto non si sperasse dal 2011. E più incerta nell’incrocio delle agende degli altri soggetti regionali e internazionali interessati: dagli Usa alla Russia, da Israele alla Turchia.
 
Poco è di conforto, in questo contesto, la convergenza di fatto nella lotta ai gruppi jihadisti di derivazione qaedista o meno, perché alla loro ombra si stanno sviluppando contrastanti quanto opachi esercizi settari. In cui rileva ad esempio il fatto che gli Houthi siano acerrimi nemici di Aqap, ben più temibili dei primi per Riyadh oltre che per Washington, come la convergenza con Teheran rispetto all’Isis.
 
 
 
Uno smacco per la politica di Obama in Medio Oriente
 
Guido Olimpio, Corriere della Sera, rileva come la progressiva avanzata del movimento sciita Houti e il conseguente disfacimento del potere yemenita possono avere un grande impatto sull’azione anti-terrorismo degli Stati Uniti in un quadrante vitale. Una crisi resa ancora più complicata dal coinvolgimento, su livelli diversi, di Arabia Saudita e Iran.
 
All’indomani della conquista della capitale Sana'a da parte dei ribelli, Washington ha subito lanciato due messaggi. Il primo: «Quanto sta accadendo non comprometterà i nostri interventi contro i qaedisti», hanno osservato ambienti governativi. Il secondo: un immediato raid di droni nella regione di Marib per colpire presunti elementi qaedisti. Eventi che si sono intrecciati con la rapida visita del presidente Obama a Riyadh per incontrare il nuovo re Salman. E non è stata solo una tappa per esprimere le condoglianze per la morte di Abdallah. Gli Stati Uniti, continua Olimpio, hanno impegnato risorse notevoli dal 2001 su questo fronte. Una risposta che nelle intenzioni americane doveva diventare “modello”. È stato lo stesso Obama a indicarlo - in modo imprudente - qualche mese fa. Un sistema di intervento composto da sostegno ai governativi, attività delle forze speciali e incursioni aeree affidate a caccia e droni. I sauditi hanno fatto da sponda mettendo a disposizione una base nella regione desolata del Rub al Khali, detto l’inferno. Avamposto dal quale sono partite le incursioni dei droni, stimate in oltre un centinaio nell’arco di un decennio, anche se gli esperti ritengono che possano essere molte di più.
 
Ora con il caos yemenita Washington rischia di trovarsi senza un partner e dovrà, per forza, contare di più sui sauditi. A questo proposito va ricordato che grazie alla collaborazione di Riyadh, gli Usa sono riusciti a sventare alcuni attentati. Decisivo l’impiego di infiltrati piazzati all’interno delle file qaediste. I successi tattici e l'eliminazione di centinaia di terroristi – con molte vittime anche tra i civili - non hanno però ridotto la minaccia. Anzi, molti osservatori della regione hanno sostenuto che i colpi di maglio inferti dagli americani hanno avuto effetti controproducenti. La popolarità dei seguaci di Osama non è diminuita. E se questo è avvenuto mentre c’era un governo amico cosa potrà accadere adesso che non è chiaro chi comandi a Sana'a?

da http://www.ispionline.it/
 

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