In collaborazione con www.professionisti.it
Iniziamo subito con la traduzione e la spiegazione della formula anglosassone, che fa tanta tendenza nel mondo della politica e dell’economia nostrane: il crowdfunding, letteralmente “raccolta fondi dalla folla”, è un reperimento di risorse economiche fra i singoli cittadini. La rete, inutile dirlo, è l’habitat naturale di questa nuova modalità di finanziamento, sempre più diffusa anche in Italia.
Come funziona?
Il punto di partenza, naturalmente, è il possesso di un’idea brillante. Raccontando in rete il proprio progetto o la propria battaglia per una causa – su siti dedicati o tramite il semplice passaparola sui social network – è possibile diffondere un appello che inciti al reperimento dei fondi necessari a realizzarla. Un distinguo è necessario. Il crowdfunding non è semplice beneficenza: può essere utilizzato anche per fini commerciali, legati cioè alla creazione di un guadagno. È quello che avviene per le start up, sempre a caccia di finanziatori fiduciosi nel loro progetto imprenditoriale. Il crowdfunding italiano, ad esempio, ha visto il finanziamento di progetti commerciali legati al mondo della musica o dello spettacolo (cd, opere teatrali o mostre artistiche di vario genere).
La tassazione e l’equity crowdfunding
Lì dove gira la moneta, tuttavia, ben presto arriva il Fisco. Fino ad ora, la raccolta di fondi online era esente da una tassazione specifica. Non sarà più così. Ma non è colpa dell’Italia. È l’Europa che lo chiede, visto il dilagare del fenomeno. A Bruxelles sarebbe allo studio una normativa per tassare i ricavi delle raccolte fondi. Non è un fenomeno marginale, d’altronde. Al momento, in Europa, il crowdfunding frutta almeno 120 milioni di euro ogni anno: due terzi di questi riguardano l’acquisizione di quote in aziende. Non solo beneficenza, allora. Si pensa all’introduzione di un’aliquota IVA, ma non è ancora chiaro se la tassazione verrà differenziata in base allo scopo della raccolta stessa (da un’azienda a una colletta umanitaria la differenza è tanta).
Uno sguardo più ravvicinato al fenomeno in casa nostra. Il crowdfunding che determina l’acquisizione di quote della società, solitamente una start up, denominato equity crowdfunding, sembra ancora lontano da una diffusione capillare. Il nostro paese è stato tra i primi stati europei a dettar legge al riguardo. I risultati, tuttavia, sono poco soddisfacenti a detta delle imprese; nei fatti, d’altronde, tale modalità è stata raramente adottata in modo soddisfacente. Tante le pecche. Ad esempio, i freni messi alle raccolte non necessariamente connesse alla nascita di un’attività aziendale specifica. In questo quadro, comunque, si capisce come l’introduzione di una tassazione, almeno per la nostra Italia, significa due cose: cambierà poco, vista la poca diffusione del fenomeno finora; cambierà ancora meno in futuro, visto che le tasse appesantiranno le ali a questa nuova possibilità di fare impresa.
