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Finanziamenti e cultura: un settore sempre più bistrattato

La relazione annuale diffusa dall’Agenzia per la Coesione Territoriale e che analizza i flussi di spesa del biennio 2015/2016 per il settore pubblico allargato rappresenta un campanello d’allarme preoccupante per la penisola italiana. Soprattutto per quanto riguarda il settore cultura, paragonando la spesa italiana e quella degli altri Paesi europei, la situazione risulta preoccupante.

Così come il professore Salvatore Settis spiega in un editoriale su Il Fatto quotidiano «Scopriamo così che “nel settore cultura, nonostante alcuni recenti interventi volti ad affermare la centralità della cultura come motore per il rilancio socio-economico dei territori, gli effetti sui livelli di spesa continuano ad essere inesistenti”, anzi “la spesa pro capite complessiva rimane invariata con tendenza al decremento”, e nulla indica che “qualcosa è cambiato”, come viceversa si pretende».

Anzi, si tratta forse del più grande disinvestimento settoriale in Italia. Nel confronto internazionale, poi, la situazione peggiora, soprattutto se si prende in considerazione che la spesa primaria per attività culturali e ricreative in rapporto al PIL nel nostro Paese è inferiore a quella media del resto d’Europa: Danimarca, Finlandia, Slovenia, Lettonia e Bulgaria registrano una spesa superiore al 2% del proprio prodotto interno lordo e quasi tutti gli altri stati europei sono sopra l’1%.

È solo questione di finanziamenti?

Sicuramente la mancanza di finanziamenti e incentivi alla cultura è penalizzante e ciò che ne emerge lascia i giovani disinteressati, distaccati, lontani. Da un’indagine condotta da Eroica Fenice, testata giornalistica che si occupa di informazione culturale, cinema, musica e teatro, abbiamo scoperto che il 50% dei ragazzi tra i 20 e i 30 anni non è mai stata a teatro.

Di contro, guardando i dati Istat del 2016, hanno visto una maggiore frequentazione i cinema, le mostre e i musei. C’è da sottolineare però che a mostrare un maggiore disinteresse è la fascia 25-34 anni. I più giovani e i giovanissimi, sono invece molto più propensi a scoprire tutte le forme culturali offerte dal territorio.

Sembra che ormai ci siano davvero pochi “eventi” e che la cultura, nonostante abbia un Ministero e i vari assessorati dedicati è relegata solo ai luoghi ad essa predisposti come i musei. Il problema potrebbe essere più complesso, quindi, legato a un utilizzo errato delle nuove tecnologie della comunicazione.

La consapevolezza in Italia del proprio ruolo culturale

Ciò che forse manca in Italia (e indubbiamente agli italiani, indipendentemente dal loro ruolo e dalla loro posizione) è la reale percentuale del peso della cultura italiana nel patrimonio culturale mondiale. Una tale disinformazione lascia comprendere facilmente quanto il Paese sia poco coinvolto nei propri processi culturali e nella promozione dei propri beni, che dovrebbe invece trascinare con orgoglio l’intera penisola. Su 936 siti tutelati dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, per esempio, solo 47 sono in Italia. Ed è sbagliato anche arrotondare per eccesso: bisogna essere realmente coscienti dei propri strumenti e delle proprie capacità.

Da qui è il caso di suggerire anche un altro tra i pregiudizi più diffusi: con la cultura non è possibile sostentarsi e mantenere. In realtà, negli ultimi 6 anni, ha anche superato i tre punti percentuali nell’impatto sul Pil europeo dando lavoro quasi quanto l’industria automobilistica. Si tratta di otto/nove milioni di persone impiegate nel settore.

L’attuale stato della cultura con il “governo del cambiamento”

Una delle ultime iniziative lanciate (precisamente dal precedente Governo) per stimolare la cultura e il suo sviluppo è il Bonus cultura 18App riservato ai neomaggiorenni. Il partito democratico ha provato a prorogarne gli effetti, ma il Movimento 5 Stelle ha preferito temporeggiare (bloccando l’emendamento e mostrando poca chiarezza nelle proprie intenzioni). Ad oggi persiste la mancanza di una strategia definitiva in merito.

Prima dell’avvento delle elezioni e della presa in carico del nuovo Governo, il Mibact ha pubblicato i risultati delle affluenze ai musei e ai principali siti culturali grazie all’iniziativa dell’entrata gratuita la prima domenica del mese. Lo stesso ex Ministro Franceschini ha così introdotto i dati a febbraio 2018: “Ancora un grande successo per la domenica al museo. Non solo turisti ma anche tante famiglie che sin dalle prime ore del mattino hanno visitato gli oltre 420 luoghi della cultura statali aperti gratuitamente come ogni prima domenica del mese”.

Dalla prima edizione datata luglio 2014 sono stati circa 12 milioni i visitatori accolti dai musei statali e solo lo scorso anno ne registra più di 3 milioni. Tra i luoghi più visitati, ad esempio, troviamo il Parco archeologico del Colosseo (23.984), il Museo Nazionale Romano (8.434), il Museo archeologico nazionale di Napoli (7.812) e la Reggia di Caserta (7.191). Questi dati danno vigore a una riscoperta del Centro e del Sud Italia, ormai considerati spacciati.

Dati estremamente positivi che lascerebbero pensare quanto l’iniziativa sia stata fruttuosa dal punto di vista personale e culturale (ovviamente meno dal punto di vista remunerativo). L’attuale Ministro Alberto Bonisoli ha invece ritenuto più opportuno porre fine a quest’opportunità, che ha avvicinato – per la prima volta anche – anche i cittadini più riluttanti e diffidenti.

Si spera che la scelta sia stata tattica, per fornire ai cittadini nuove e invitanti proposte, più ricche, più strutturate, ancora più convenienti. Non resta quindi che aspettare, guardare e vedere se sarà possibile allargare il proprio bacino d’utenza, aumentare i finanziamenti e

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    finanziamentiistatinformazione culturale
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