L’unico modo per contenere i gas serra e l’aumento della temperatura mondiale sotto i due gradi rispetto ai livelli pre-industriali? I produttori di petrolio devono astenersi da estrarre un terzo delle riserve di greggio, la metà di quelle di gas e l’80% del carbone. La ricetta arriva da uno studio, pubblicato anche sulla rivista Nature, effettuato da Christophe McGlade e Paul Ekins, entrambi ricercatori presso l’UCL (University College London).
Le implicazioni sono importanti perché per i Paesi del Medio Oriente, ad esempio, questo significa rinunciare ad estrarre il 60% del gas e non toccare 260 miliardi di barili di petrolio: l’equivalente di tutte le riserve dell’Arabia Saudita, spiegano i ricercatori. Cina e India dovrebbero anche evitare l’utilizzo di circa il 70% delle loro riserve di carbone e quasi il 90% in Africa.
“I politici dovrebbero capire che la scelta che li spinge a utilizzare tutti i combustibili fossili disponibili nel proprio Paese è totalmente incompatibile con il loro impegno per la 2 ° C”, spiega McGlade. Mentre Ekins ricorda che “l’anno scorso, le aziende hanno speso 670 miliardi dollari di cercare e sviluppare nuove tecniche per l’estrazione dei combustibili fossili”.
“Questo studio è interessante in quanto rende il legame tra l’economia, il carbonio fossile e il clima”, spiega invece Philippe Ciais ricercatore LSCE (Climate Science Laboratory e l’ambiente, CEA-CNRS). Lo studio assume una rilevanza in vista della 21esima conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, Cop21 che si terrà a Parigi.
Secondo gli esperti, la conferenza sul clima che si terrà a Parigi a fine novembre-inizio dicembre sarà l’ultima chance per trovare un accordo su una serie di impegni vincolanti – soprattutto sul fronte della riduzione delle emissioni – per evitare la soglia di aumento del riscaldamento globale oltre i 2 gradi centigradi, soglia limite stabilita dall’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) per evitare quegli scenari apocalittici che si verificherebbe se solo la temperatura si innalzasse di 3.7-4.8 gradi centigradi (rispetto ai valori preindustriali) entro fine secolo.
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All’ultima conferenza (Cop20), tenutasi a Lima il 13 dicembre, qualche passo avanti è stato fatto: gli stati ora hanno fino al 31 marzo per presentare una serie di piani di azione nazionali per ridurre significativamente le emissioni globali di combustibili fossili entro il 2020, e del tutto entro il 2050. Ma è ormai chiaro a tutti che senza la sottoscrizione di un accordo legalmente vincolante con obiettivi obbligatori centrare l’obiettivo sarà impossibile: finora le “riduzioni volontarie” hanno infatti prodotto, al contrario, un aumento delle emissioni di gas serra al ritmo di circa il 2% l’anno.
La partita, a Parigi, si giocherà tutta su questo punto. Il presidente francese François Hollande da parte sua ha fissato le condizioni per una conferenza di successo: obiettivi obbligatori; 100 miliardi di euro di finanziamenti per il Green Fund per i paesi emergenti; e la creazione di nuovi contributi. Purtroppo finora l’Europa non si è contraddistinta per il suo impegno nella lotta al cambiamento climatico.
Come ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza di Legambiente, all’ultima conferenza di Lima “l’Europa – sostenuta dalla presidenza italiana – si è purtroppo distinta per la sua opposizione all’adozione di una dettagliata road map finanziaria al 2020”. Anche per questo l’esito della conferenza di Parigi dipenderà molto anche dalla pressione che i movimenti ambientalisti e della società civile, da qui a dicembre, saranno capaci di esercitare nei confronti dei governi nazionali e di Bruxelles.

