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COP21, la "rivoluzione" di ecologisti ed industriali


Di Paola Serristori

Sir Richard Branson, fondatore di Virgin Group, ha creato un business mondiale nella musica riuscendo ad capire che cosa piace ai giovani. Sua è la frase che coglie il leit-motiv della Conferenza delle Parti organizzata dall'Onu sul cambiamento climatico, ventunesima edizione (COP21): "Greenpeace è insieme agli industriali per salvare il mondo in questa COP a Parigi". Vero. Accanto a lui Kumi Naidoo, Direttore esecutivo internazionale di Greenpeace, promette: "Il cambiamento climatico è una sfida. Lo dobbiamo ai nostri bambini, per garantirgli un futuro sani e salvi". Branson, il magnate di CNN Ted Turner, e più di oltre cinquecento imprenditori, capi d'azienda, hanno aderito alla Conferenza, sia venendo di persona a visitare i padiglioni, sia riunendosi all'Hotel Potocki per far il punto sugli affari. Ormai è difficile stare dietro a tutti gli eventi - al Musée de l'Homme si è tenuta la presentazione di un menu creato da Sam Kass, per anni chef della Casa Bianca, a base di ingredienti recuperati dagli "scarti" della grande distribuzione, ortaggi rifiutati perché "brutti", ad esempio - e tener il conto dei miliardi che sono stati stanziati a favore di progetti eco-sostenibili nei Paesi in via di sviluppo. Da "World Climate Summit", forum globale organizzato da UNFCCC COP per sensibilizzare presidente e direttori generali delle aziende, e "Sustainia Award Ceremony", promossa da Sustainia, piattaforma scandinava di sviluppo sostenibili; la Danimarca è il Paese europeo pioniere della transizione verso le energie "pulite", Kristian Jensen, ministro degli Affari stranieri sottolinea "Dopo il protocollo di Kyoto, abbiamo introdotto tassa sul carbone, il Paese ha una crescita del pil del 4% eppure ha ridotto le emissioni inquinanti. Dunque, uno sviluppo sostenibile è possibile". E via così, giorno dopo giorno, sino al segmento business della COP21, quasi 400 capi d'industria riuniti oggi a "LPAA Focus on Business: Caring for Climate" per annunciare una "corporate" congiunta sul clima nei settori chiavi del prezzo del carbone, del finanziamento, dello sviluppo responsabile secondo gli obietivi indicati dalla scienza.
Il 2016 sarà l'anno dell'azione, la comunità mondiale dovrà metter a fuoco mezzi e realizzare il cambiamento. Si stima che 1,3 bilioni di persone saranno coinvolte nello sviluppo. Seicento milioni sono ancora senza elettricità in Africa (700 miliardi nel 2030). I Paesi industrializzati sono d'accordo sulla riduzione dell'inquinamento, ma è fondamentale che in altre Parti del mondo non aumentino le emissioni di gas ad effetto serra.
Il prezzo del carbone appare un modo immediato per indirizzare le modalità di trasporto. Si discute se sarà deciso dai governi o dal mercato. L'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) è d'accordo sulla fissazione di un prezzo alto, in linea con quanto sollecitato dal Segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon e Banca Mondiale. Si parla di 40 dollari per tonnellata (ora la media è tra 20-30 per tonnellata).
Per contenere il surriscaldamento della Terra - ai livelli attuali di inquinamento l'aumento della temperatura sarà di 3 °C entro fine secolo - ci sono tre strade: ridurre il consumo di carburanti fossili, promuovere le energie rinnovabili, procedere ad un mix energetico con meno carbone e più gas. Ci si interroga se l'aumento sarà pagato dai consumatori. I governi devono intervenire, anche se saranno preoccupati dal sostegno degli elettori. Ma non c'è più scelta, siamo di fronte alla catastrofe: i disastri ambientali saranno sempre più frequenti, o ci saranno alluvioni o siccità, il terreno improduttivo, i prezzi dei generi alimentari schizzeranno verso l'alto, le spese degli Stati per rimediare a danni e perdite insostenibili. E ci si ammalerà di più.
Il mondo finanziario ha già abbandonato il carbone, come aveva anticipato il magnate Michael Bloomberg. Sulla transizione verso un sistema di energia senza carbone, Assaad Razzouk, Chief Executive Officer, Sindicatum, Singapore, riferisce: "Sessantacinque società, per un totale di 2 trilioni di dollari di capitalizzazione, hanno tolti i loro finanziamenti dal carbone per investire in energie rinnovabili. E sono solo una parte di venti migliaia nel mondo disposte a far altrettanto. Il quadro è molto più incoraggiante di due anni fa perché si è visto che la difesa dell'ambiente non ostacola lo sviluppo".
In Cina, primo Paese per emissioni di carbone, secondo Liu Zhenya, presidente di State Grid Corporation of China, e consigliere di Global Compact Network China, sta avvenendo lo stesso cambiamento virtuoso: "Da oggi al 2020 avremo dei network interni al Paese per integrare il sistema di produzione energetico con le fonti rinnovabili, dal 2050 pensiamo di creare un'interconnessione mondiale".
Il Forum finanziario si è concluso con la stima dei capitali che possono essere movimentati per cambiare il sistema industriale: ci sono 20 mila miliardi di dollari da investire sui mercati.
Ségoléne Royal, ministro dell'Ambiente della Francia, prendendo la parola ha ricordato che la Francia ha organizzato la coalizione di una quarantina di Paesi per accelerare la tariffazione del carbone in questo periodo storico in cui ciò che è bene per l'ambiente è anche conveniente per le aziende. L'accordo per salvare la Terra è a portata di firma venerdì 11 dicembre. "Non sono ingenua, ci saranno ancora problemi per lottare contro la predazione di risorse del Pianeta, ma dobbiamo assolutamente favorire l'economia senza carbone, che vuole dire creazione di ricchezza, di impiego, di benessere. L'Europa è stata un precursore del prezzo del carbone. Oggi è troppo basso: tra 8 e 9 euro per tonnellata. Dal 2014 sono state lanciate iniziative per regolarlo. Grazie alla COP21 anche l'Unione europea si impegna a rettificare questo andamento. Obiettivo della Conferenza è diminuire il 40% di emissioni, che è il minimo consentito dai dati scientifici sulle condizioni del Pianeta".

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