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Green New Deal, la sfida sostenibile che cambia la geopolitica europea

"Il Green Deal europe è la nostra nuova strategia per la crescita. Ci consentirà di ridurre le emissioni e di creare posti di lavoro", così Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea, in occasione delle presentazione del nuovo patto "verde" europeo. Si tratta di un ambizioso progetto che mira a rendere il continente climaticamente "neutro" entro il 2050, attraverso una serie di investimenti economici, pensati a favorire una transizione energetica efficace. In modo particolare si punterà a decarbonizzare il settore energetico, a ristrutturare gli edifici, a innovare l'economia verde e a introdurre nuove forme di trasporto pubblico e privato più pulite, economiche e "sane". 

Per rendere realizzabile tutto ciò, il modello di produzione e consumo economico dell'Unione dovrà essere completamente ripensato. Tendendo a mente anche delle ripercussioni sugli equilibri economici e politici globali. Non si tratterà di una "sola rivoluzione verde ed economica", ma di una vera e propria "questione geopolitica".

La conferma arriva dall' European Council on Foreign Relations (Ecfr) e l’istituto Bruegel, in un paper congiunto redatto da Mark Leonard, Jean Pisani-Ferry, Jeremy Shapiro, Simone Tagliapietra e Guntram Wolff, i quali sottolineano come il Green New Deal sia un'opportunità per ripensare al compito della politica estera climatica, fatta di analisi, obiettivi e risorse. 

Ma non solo. Fatta anche di soggetti politici ed economici internazionali, che giocheranno un ruolo fondamentale in territorio. Il Green New Deal– secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore– costringerà Paesi come Russia e Algeria a profondi ripensamenti delle proprie economie e delle proprie strategie commerciali. Così come– si legge– aumenterà la dipendenza dalla Cina per terre rare e minerali indispensabili per l’energia verde. E potrebbe inoltre aprire nuovi fronti con gli Stati Uniti. 

Il report congiunto di Bruegel e dello European Council on Foreign Relations mette in evidenza alcune tendenze, in particolare puntando l'attenzione su tre soggetti internazionali, cruciali per lo "sviluppo sostenibile" europeo: Cina, Russia e Algeria.

Innanzitutto perché il Green Deal funzioni- fa sapere il Sole 24 Ore– la Cina deve fare parte dell’equazione verde. Questo perchè è la seconda economia del mondo e il più grande produttore di anidride carbonica. Ma non è tutto. La Cina rappresenta per l'Europa un importante hub di produzione. Rendere sostenibile l’economia Ue– si legge– significa rendere sostenibile le sue catene di approvvigionamento, soprattutto in Cina. 

Inoltre, il Green Deal avrà un impatto importante anche su Mosca. La Russia sarà infatti "costretta" a cercare altri clienti, in prospettiva di una diminuzione della domanda di petrolio e gas. Così come anche l'Algeria, terzo fornitore di metano dell'Europa, si troverà nella condizione di ripensare la propria economia. La maggior parte delle infrastrutture energetiche del Paese– riporta il Sole 24 ore– è orientata verso il mercato europeo, dal quale dipende per le entrate da idrocarburi, che rappresentano il 95% delle sue esportazioni e coprono il 60% del bilancio nazionale. In una prospettiva più verde, tale dipendenza dovrà cercare strade differenti, evitando l'apertura di una "potenziale instabilità alle porte d'Europa". 

L'Europa ha quindi tra le mani una carta "jolly" fondamentale, in grado di "lanciare un’iniziativa diplomatica a tutto campo". Dopo tutto– come si legge nel report– l’azzeramento delle emisisoni nella sola Europa, che rappresenta meno del 10% dei gas sera “non farebbe molto contro il climate change”. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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