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Alla fine è andata come doveva andare: l'Ilva è stata commissariata. I titoli con cui Affaritaliani.it ha battezzato i suoi due instant-book sul gigante di Taranto si sono rivelati profetici: sciolto Il Patto d'acciaio  tra i Riva, la politica e i sindacati, non restava altro che ubbidire all'urlo Arrestateli!.

Peccato sia successo così tardi. Peccato che si sia dovuto aspettare quasi un anno. Un anno perduto, passato a traccheggiare, per poi capire che i giudici di Taranto non erano dei pazzi, insensibili alle esigenze di una città, di un settore industriale, di una nazione.

L'Ilva non può chiudere: il peso economico sulle casse dello Stato rende il siderurgico di Taranto una risorsa. Meglio di tutti lo avevano capito i Riva. Forti delle loro connivenze, hanno brandito il lavoro come un'arma e tenuto in ostaggio una città, soffocandola. In fondo, la differenza tra un imprenditore e un padrone è tutta qui: per il primo il lavoro (e i lavoratori) sono un valore; per il secondo un oggetto contundente, uno strumento di ricatto.

Questo hanno fatto i Riva: abitando lontano da Taranto, si sono resti conto che l'aria stava cambiando. E hanno tentanto la strada della melina. Hanno nominato un rispettato prefetto alla presidenza del gruppo, hanno fatto promesse al governo Monti. Hanno ricevuto il sostegno di capitani d'industria che non meriterebbero neppure di essere dei mozzi. Hanno ricevuto un attestato di "buona volontà" dal ministro Clini. Lo stesso ministro che ha aspettato mesi prima di dire che l'Ilva inquina ma non ha esitato un attimo a puntare il dito contro i magistrati invadenti.

Clini ha temporeggiato anche quando era diventato palese che i Riva non stavano facendo nulla per adeguare gli impianti alla nuova Aia, scritta in sostituzione di un'altra autorizzazione ambientale mai rispettata dal siderurgico. I vertici del gruppo hanno sempre parlato di interventi da New Deal ma stanziato solo briciole. E ora, cambiato il governo, si scopre che, come affermato dal nuovo ministro dell'Ambiente Andrea Orlando, "il percorso di attuazione dell'Aia non è stato rispettato" e per questo "bisogna reintervenire". In pratica, è arrivato solo adesso sui tavoli del ministero la tesi dei magistrati tarantini: occorre fare qualcosa per Taranto perché i Riva non hanno fatto nulla per l'Ilva. Peccato che siano passati mesi inutili. E peccato che ci sia ancora qualcuno convinto che togliere la gestione ai Riva e affidarla al commissario Enrico Bondi (l'uomo del latte versato) non sia una soluzione ragionevole. 

Maurizio Sacconi, senatore del Pdl e soprattutto ex ministro del Lavoro (!), sostiene che "il provvedimento sull'Ilva appare costituire un pericoloso precedente per la difesa della libera intrapresa". L'ex ministro ci perdoni se consigliamo di leggere gli articoli della Costituzione anche oltre il comma 1. Scoprirebbe che l'articolo 41, lo stesso che sancisce che "l'iniziativa economica privata è libera", afferma anche che essa "non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana". E che "la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali". Come spesso succede quando si cita la Costituzione, non c'è altro da aggiungere.

di Paolo Fiore - twitter@paolofiore

 

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