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Riserve di energia per il futuro? Lo shale gas "ci salverà"

Di Ludovica Manusardi 
 
La crescente fame di energia  nel mondo potrà essere soddisfatta grazie al gas da scisto, più  noto come shale gas, il grande indiscusso protagonista degli ultimi dieci anni: ce n'è tanto e costa poco. Questo è il messaggio che emerge chiaro a conclusione del convegno sul tema tenutosi alla Bocconi.  In una situazione in cui il 70 % dell'energia elettrica proviene da fonte termoelettrica e dove eolico e fotovoltaico contribuiscono per poco più del 2%, lo shale gas presenta, rispetto ad altri combustibili fossili, una risorsa importante per tutto il mondo industrializzato.

Garantisce un meno 40% delle emissioni di anidride carbonica, consente il riciclo dell'acqua usata per l'estrazione che viene utilizzata  per riscaldamento, ha rischi sismici- checché ne dicano i detrattori- insignificanti. Inoltre consente lo sviluppo di tecnologie innovative per risolvere i problemi: dall'estrazione, al trasporto, alla disponibilità. Ce n'è tanto e  viene pagato, oggi, quattro volte meno del petrolio; in più, accanto al gas nei pozzi è presente il tight oil, o petrolio leggero la cui estrazione a questo punto ha un costo praticamente nullo. Inutile dire che sono ancora una volta gli Stati Uniti a menare le danze, considerando il fatto che dal 2005 l'America, con rapidità decisionale impensabile per i ritmi della politica italiana e anche europea, ha messo in atto provvedimenti e procedure cha hanno accompagnato il paese verso una forte rinascita.

Più lavoro, più opportunità,  e occupazione in crescita con un moltiplicatore pari a quattro volte dal 2010 al 2014. Ecco come si risolvono i problemi del PIL. Certamente gli Stati Uniti beneficiano di condizioni particolari. Un Diritto Minerario unico al mondo,  per cui al proprietario del terreno interessato alla perforazione spettano royalties affatto trascurabili; un  territorio vasto con densità di popolazione che in alcuni stati ricchi di shale gas come il Montana o l'Alaska è di 3-4 abitanti per chilometri quadrato e, fattore da non sottovalutare, una trasparente campagna di informazione  sul rapporto costi/benefici che  non istilla spauracchi e fantasmi di possibili disastri sanitari e ambientali.  

Nel solo 2013 sono stati perforati negli Stati Uniti ben 37.000 pozzi. Entro il 2016 gli Stati Uniti diventeranno esportatori di gas, ma sarà difficile indirizzare questo export verso l'Europa.  Certo, le lobbies esistono e fanno i loro interessi, ma alla luce del sole. In fondo alle imprese e alle famiglie cosa interessa? Disponibilità di energia possibilmente a prezzi ragionevoli, mentre non va dimenticato che anche grazie agli eccessivi incentivi sulle rinnovabili e agli interessi ad esse collegati, gli italiani pagano l'energia il 30 per cento in più della media europea.

In questo scenario come si colloca l'Europa che nel 2013 ha importato 300 miliardi di metri cubi di gas? Inutile dire che  tutte le compagnie petrolifere del continente sono interessate alle opportunità offerte dallo shale gas. Polonia, Austria, Olanda, UK, Danimarca e anche la Germania, e l'Italia nella zona del Nord Est e in Emilia- Romagna, hanno notevoli disponibilità di questa risorsa, ma sussiste molta incertezza e incapacità decisionale per timori, spesso fasulli, legati a tutto ciò che è nuovo, poco conosciuto, e a una opinione pubblica contraria e prevenuta nei  confronti del progresso scientifico e tecnologico. Malgrado i nuovi sistemi di perforazione messi in atto da qualche anno- perforazione orizzontale e pad drilling- che diminuiscono sia l'impatto ambientale che i costi, l'opposizione in Europa è forte. Tuttavia qualche iniziativa andrà pur presa, anche in considerazione del fatto- di cui nessuno parla- che le centrali nucleari presenti sul territorio europeo soprattutto in Francia, UK, ma anche in Germania, e che forniscono quantità ingenti di energia elettrica anche all'Italia, andranno tra non molto in pensione e l'alternativa, carbone a parte, non potrà  certo essere rappresentata dal sole e dal vento.
 

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