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Dalla Zes all’ex Ilva, la Puglia politica si misura alla nona edizione de La Piazza

Alla nona edizione della kermesse di Affaritaliani, intervistati da Mimmo Mazza, D’Attis, Turco, Marti, De Santis, Sasso e Melchiorre si confrontano su transizione industriale, Zes, infrastrutture, sanità e alleanze in vista del voto regionale

Dalla Zes all’ex Ilva, la Puglia politica si misura alla nona edizione de La Piazza

Dalla Zes all’ex Ilva, la Puglia politica si misura alla nona edizione de La Piazza

Transizione industriale, Zes unica, ex Ilva, infrastrutture, sanità. E, sullo sfondo, le alleanze in vista delle regionali. C’è tutta l’agenda pugliese — che in più di un passaggio diventa agenda nazionale — nel confronto tra i parlamentari saliti sul palco della nona edizione de «La Piazza», la kermesse di Affaritaliani, intervistati dal direttore della Gazzetta del Mezzogiorno Mimmo Mazza.

D’Attis: «Non cancellare la parola “industria” dal vocabolario di Taranto e Brindisi»

Ad aprire il giro di interventi è Mauro D’Attis, vicepresidente della commissione Antimafia e segretario regionale di Forza Italia, chiamato a fare il punto su un tema diventato centrale nel dibattito non solo regionale: la decarbonizzazione di Taranto e Brindisi. «Credo che Brindisi e Taranto siano un esempio di livello nazionale ed europeo di cosa significhi davvero la transizione industriale — spiega —. Sono due città che sono state carbonizzate negli anni, che hanno utilizzato i fossili per alimentare le industrie e produrre energia, nel caso di Taranto l’acciaio per tutto il Paese, e che ora si avviano a una fase di transizione ambientale, ecologica ma soprattutto industriale. La sfida è non cancellare la parola “industria” dal vocabolario di Taranto, di Brindisi e quindi della Puglia e del nostro Paese: passare da un’industria alimentata dal fossile a un’industria che resta industria, alimentata diversamente».

L’esempio è quello brindisino: «Si riduce l’attività della chimica di base, anche se c’è la volontà di mantenere sul mercato il funzionamento del cracking, e si attiva immediatamente un investimento già avviato di quasi un miliardo di euro per una gigafactory che produrrà batterie di accumulo — veri e propri container — destinate a immagazzinare energia da fonti rinnovabili non solo in Italia ma probabilmente anche a livello internazionale. Sono posti di lavoro che devono essere riconvertiti sul piano delle professionalità e, anche grazie a leggi che abbiamo introdotto, c’è la possibilità di accompagnare i lavoratori da un modo di fare industria a un altro».

Quanto al «partito del no», con cui ogni transizione deve fare i conti, D’Attis non fa sconti: «Vengo da una città dove un rispettabile movimento No al carbone ha espresso persino un sindaco, Riccardo Rossi. Ma oggi francamente non lo concepisco più: puoi dire no al carbone, puoi dire no al nucleare — e il dibattito c’è stato — ma dire no all’eolico e no al fotovoltaico significa praticamente dire no a tutto. Vorrei capire se quelli che dicono no, quando tornano a casa e accendono il condizionatore, si pongono la domanda da dove arrivi quell’energia. Stiamo costruendo un futuro con un’industria sostenibile che dà posti di lavoro e sviluppo reale. Sono un industrialista sfrenato: penso che Taranto e Brindisi siano il polo industriale più importante del Mediterraneo orientale e tale debba rimanere».

Turco: «Zes da rendere strutturale. Sull’ex Ilva persi quattro anni e cinque miliardi»

Sul fronte opposto, Mario Turco, vicepresidente nazionale del Movimento 5 Stelle, che in giornata aveva contestato i dati del governo sulla Zes. «Vorrei ricordare che la prima riforma dopo l’istituzione, nel 2020, l’ho fatta io: la semplificazione delle autorizzazioni, poi estesa a tutta l’Italia meridionale — rivendica —. Il tema è che la presidente del Consiglio parla di oltre 60 miliardi di investimenti, mentre quelli reali sono circa 9. E si dimentica un fatto: dal 2028 non ci sono più risorse, la misura si riduce a 750 milioni. Lo dice l’ultima programmazione economico-finanziaria del ministro Giorgetti. Se questo strumento deve continuare a essere un motore di crescita per il Mezzogiorno, non possiamo accettarlo: proporremo subito di rendere strutturale la Zes unica». E ancora: «Attendiamo i dati a consuntivo per capire quale sia la spesa reale degli investimenti e il credito d’imposta effettivamente riconosciuto, perché c’è un credito “ballerino” che varia in funzione delle domande di agevolazione, e dobbiamo dare certezze. Vorrei ricordare, inoltre, che è stata cancellata la decontribuzione Sud al 30% istituita dal governo Conte due, che aveva dato un grande slancio all’occupazione: non vorremmo perdere le misure che riequilibrano il divario competitivo tra Nord e Sud».

Da tarantino, Turco affronta poi il dossier ex Ilva, arrivato — è la premessa di Mazza — «ai titoli di coda» senza che nessun governo, compresi quelli con il M5S, abbia trovato una soluzione. «Il tema è molto complesso. Quando siamo andati al governo abbiamo trovato un percorso già tracciato dall’ex ministro Calenda, che aveva sottoscritto con Mittal un contratto tenuto secretato. Abbiamo cercato di annullarlo, ma l’Avvocatura dello Stato ce lo ha impedito. Dopodiché abbiamo nazionalizzato, inserendo lo Stato per avviare il processo di riconversione economica, sociale e culturale con il cantiere Taranto e con il miliardo del Pnrr per la produzione dei forni elettrici. Ci ritroviamo, a distanza di quattro anni, con il nulla: quel miliardo è stato subito cancellato dall’attuale governo, la riconversione si è fermata e sono sfumati investimenti importanti finiti in altre regioni, come il gruppo Ferretti a Venezia. Non è stato costruito alcun percorso alternativo alla vecchia fabbrica».

La richiesta è netta: «Chiediamo da tempo la chiusura dell’area a caldo, perché ormai è stato accertato dagli studi scientifici e dalle sentenze europee e italiane che quella fabbrica inquina. Mettiamo un punto e ricostruiamola, come stanno facendo in tutta Europa. Abbiamo perso quattro anni e buttato dalla finestra oltre 5 miliardi, e oggi ci troviamo con una fabbrica che chiuderà fra 60 giorni: quello è un decreto della Corte d’appello di Milano che non potrà essere bypassato da alcun decreto legislativo. Adesso dobbiamo mettere in salvo i lavoratori e le imprese dell’indotto e tracciare un percorso che vincoli i futuri governi, perché questo ha ormai fatto il suo tempo. Chiediamo subito un accordo di programma, come è stato fatto a Trieste e a Genova quando lì hanno chiuso le fabbriche: Taranto merita il riconoscimento di un futuro diverso rispetto al passato».

Marti: «Il collegamento del Sud al resto d’Italia si vede e si sente»

A Roberto Marti, coordinatore regionale della Lega, il capitolo infrastrutture. «Le infrastrutture non sono mai sufficienti, mai sintonizzate adeguatamente con il vivere quotidiano delle nostre comunità — premette —. Però, e non lo dico perché il ministro delle Infrastrutture è anche il mio segretario di partito, dopo tanti anni, tanti governi e tanti ministri, il collegamento del Sud al resto d’Italia si vede e si sente: 357 miliardi investiti nei trasporti e, dal primo luglio, sotto gli occhi di tutti i cittadini pugliesi, è partita la tratta Napoli-Bari-Lecce. Aggiungo Lecce da leccese, perché sappiamo quanto fosse lontano, fino a qualche anno fa, raggiungere sul ferro Napoli e la capitale. E poi la statale 275, che collega il basso Salento: dopo 25 anni e tanti ministri per il Sud, finalmente si è realizzata. Tante altre infrastrutture, stradali e ferroviarie, oggi sono realizzate o in cantiere».

Sul Pnrr, oggetto di più di una domanda critica nei panel precedenti, Marti difende il bilancio: «Tante opere sono state realizzate, da tecnici efficienti e con programmazioni reali. Ci vogliono grande pazienza e grande fiducia, ma siamo sul passo giusto: finalmente il Salento e la Puglia si collegano con il resto d’Italia. Quando siamo arrivati al governo, nel 2022, dopo il Covid, con le imprese senza ossigeno e poca fiducia negli italiani, avevamo paura di non riuscire a connettere le nostre opere infrastrutturali con una burocrazia europea fastidiosa e a volte molto rigida. Oggi possiamo dire di aver raggiunto obiettivi importanti, pur con qualche dato negativo, come in tutte le forme di finanziamento». Poi l’annuncio della celebrazione del 4 settembre: «La longevità di questo governo è prova di serietà, di programmazione e di affidabilità. Ci sono i presupposti per continuare».

De Santis: «Pil da 54 a 92 miliardi. E se il campo largo corre unito, vince»

Per il Pd la parola va a Domenico De Santis, segretario regionale. Che parte dai numeri: «Dieci anni fa la Puglia aveva 54 miliardi di Pil; al 31 dicembre 2024 ha chiuso con 92 miliardi. E con un’assenza: la produzione dell’Ilva, che dieci anni fa da sola valeva tra gli 8 e gli 8,5 miliardi, molto più del 15% dell’intera ricchezza della nostra regione. Bisogna continuare in questa direzione, con la grande diversificazione industriale di cui parlava il collega D’Attis e la trasformazione di alcune aree, chiudendo la fase della carbonizzazione: penso soprattutto alla centrale di Brindisi, il cui percorso avviato col governo Conte nel 2019 è stata un’intuizione importante, perché ha innescato la trasformazione di quel sito industriale».

La vera sfida, per De Santis, resta Taranto: «Come costruiamo uno sviluppo alternativo per quel territorio? Investendo soprattutto sull’idrogeno: un forno elettrico alimentato a idrogeno significa un costo di produzione dell’energia molto più basso rispetto al gas o ad altre fonti. E non parlo di una cosa irrealistica: due mesi fa sono stato ad Hannover, dove un’azienda come l’Ilva è stata convertita completamente con due forni elettrici. Li ho visti, ho visto come producono a caldo. Peccato che lo stesso attore, che a 20 chilometri di distanza ha fatto la stessa cosa, in Italia si sia preso la fetta di mercato dell’acciaio e abbia chiuso due siti che si era impegnato a riconvertire». L’altra sfida è il turismo: «Dobbiamo trasformare la filiera turistica da filiera di vicinato, spesso familiare — penso al grande mondo dei B&B — in industria turistica che crea occupazione stabile e di qualità. La provincia di Brindisi dimostra come il turismo di qualità crei un valore aggiunto non indifferente».

Inevitabile la domanda politica sul campo largo, che a Bari c’è e altrove no. «In Puglia le forze progressiste governano insieme il numero maggiore di comuni in Italia: 112 su 257, li ho contati oggi preparando il discorso per la nostra festa dell’Unità della prossima settimana in provincia di Taranto. Governiamo Bari, Foggia, tantissime realtà. Come in tutte le storie d’amore ci sono momenti difficili e temi su cui dobbiamo metterci d’accordo, ma l’intervista di Conte e le dichiarazioni della Schlein di oggi lanciano una prospettiva positiva: nei prossimi 30-60 giorni dobbiamo costruire il programma condiviso, soprattutto sui grandi temi di sviluppo che oggi non ci trovano d’accordo, individuare il leader della coalizione e provare finalmente a costruire un’alternativa di governo credibile. Anche perché, se quattro anni fa Movimento 5 Stelle e Pd fossero andati insieme in Puglia, avremmo vinto tutti i collegi maggioritari. Speriamo che accada fra qualche mese».

Sasso: «Futuro nazionale è il defibrillatore del centrodestra»

A rompere gli schemi, per sua stessa ammissione, è Rossano Sasso, deputato di Futuro nazionale. «Serviva qualcuno che rompesse un po’ gli schemi su questo palco, sennò è troppo politicamente corretto. Noi ci poniamo come alternativa sia alla sinistra e all’estrema sinistra del Movimento 5 Stelle sia a un centrodestra che non ci soddisfa, pur rimanendone interlocutori». Il primo affondo è sulla sanità: «Ereditare un disavanzo di 350 milioni di euro non sarà semplice: i cittadini pugliesi pagheranno più tasse per coprire i costi di una gestione allegra fatta dalla sinistra che governa da vent’anni. Ci disegnano la nostra regione come l’Eldorado — e qui ce l’ho anche con il governo nazionale — dove i trasporti funzionano perfettamente, la gente è sicura, gli ospedali funzionano e non c’è bisogno di andare fuori regione per farsi curare».

Ma la critica, «alla faccia del politicamente corretto», investe anche la sua parte: «La speranza è che la destra riesca innanzitutto a ritrovare se stessa, perché per me la Puglia rimane una regione fondamentalmente fatta di gente di destra: la regione di Pinuccio Tatarella, che dovrebbe essere rappresentata — e faccio mea culpa per primo — da una classe dirigente capace di intercettare i sentimenti reali. In Puglia c’è ancora una politica che crea consenso grazie al potere clientelare, e sappiamo quanto sia difficile scardinare questo sistema». Da qui la ragione sociale del suo movimento: «Futuro nazionale nasce come defibrillatore per questo centrodestra, a livello nazionale e locale. La penso esattamente come Roberto Vannacci: a che serve stare insieme se poi non si cambiano le cose? Finché ci saremo, saremo una spina nel fianco. La speranza è che il leader della coalizione, come una buona padrona di casa, chiami l’ospite e lo inviti a far parte della coalizione. Anche per evitare di ritrovarci al governo Fratoianni, Bonelli, Conte e Speranza: alcuni di loro ci sono già stati e il risultato è stato semplicemente disastroso».

Melchiorre: «Il governo più longevo della storia. E sulla sanità pugliese vogliamo i nomi dei colpevoli»

Chiude il deputato di Fratelli d’Italia Filippo Melchiorre, che rivendica un «dato di diversità rispetto a chi mi ha preceduto: noi abbiamo il premier, abbiamo la coalizione e da tanti anni stiamo insieme. Il 4 settembre, insieme a Lega, Forza Italia e Noi moderati, celebriamo il governo più longevo di tutta la storia repubblicana. È un dato oggettivo. Essere stabili significa poter programmare, essere autorevoli, portare avanti determinate cose: i Giochi del Mediterraneo non capitano per caso, il G7 non capita per caso. E ringrazio Giorgia Meloni per aver scelto Bari per la celebrazione, e Marcello Gemmato che l’ha sostenuta: c’erano tante regioni che la volevano. Non sarà una festa, ma il racconto di tutto quello che si è fatto per il Sud e a livello nazionale».

Poi la controffensiva sulla sanità, con una domanda rivolta direttamente alla piazza: «Vorrei essere più politicamente scorretto del collega Sasso: in Puglia siete contenti di come va la sanità? Che cosa succede negli ospedali, nei pronto soccorso? Non perché i medici non lavorino, ma perché sono mal organizzati. Ogni giorno i giornali raccontano di malasanità, che significa modelli organizzativi sbagliati, liste d’attesa inenarrabili, gente arrabbiata: basta andare in un qualsiasi pronto soccorso della Puglia per avere il termometro della situazione. E da chi dipende? Sono due facce della stessa medaglia: hanno governato insieme. Oggi, dopo la creazione della task force, dell’unità di crisi per individuare gli sprechi, sono state ritirate le carte di credito e poca altra roba: noi vogliamo sapere chi sono i colpevoli, chi ha ridotto questa sanità impraticabile per le persone che ogni giorno varcano la soglia degli ospedali facendosi il segno della croce».

E perché allora il centrodestra in Puglia non riesce a vincere? «A livello nazionale governiamo e ci siamo. In passato abbiamo fatto errori di coalizione, probabilmente nell’individuazione dei candidati: sbagliando si impara». L’invito finale è per tutti, avversari compresi: «Invito tutti i presenti a venire il 4, invitiamo anche l’onorevole Sasso, il Movimento 5 Stelle, il Pd. Quando la sinistra fa le manifestazioni, noi non ci sogneremmo mai di organizzare una protesta: è una cultura sbagliata quella del centrosinistra, protestare contro chi fa. A Taranto c’è stata una protesta organizzata, così come vedrete a Bari. Noi vogliamo fare, e il 4 racconteremo quello che abbiamo fatto e quello che continueremo a fare nell’interesse dei cittadini pugliesi e italiani».