La Piazza 2026, il benessere del futuro tra sport e salute
Sul palco della kermesse di Affaritaliani La Piazza la giornalista Barbara Politi dialoga con Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute, Isidoro Alvisi, vicepresidente nazionale FITP, Placido Bramanti, docente eCampus e Link Campus University e neurologo, Loreto Gesualdo, professore ordinario nefrologia Università degli Studi di Bari e Direttore UOC Nefrologia, Dialisi e Trapianto Policlinico Bari e Marco Klinger, responsabile chirurgia plastica Humanitas Milano.
LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE LA PIAZZA 2026
Il tema del rapporto tra sport, prevenzione e salute parte da un’apparente contraddizione: da un lato crescono le risorse destinate alla sanità e aumenta la pratica sportiva, con discipline come tennis e padel in forte espansione; dall’altro, due cittadini su tre dichiarano di aver rinunciato almeno una volta a una prestazione sanitaria, mentre aumentano obesità e sedentarietà. Come si può superare questa contrapposizione? “Cercherò di sintetizzare la mia risposta, anche perché ci sono autorevolissimi rappresentanti del mondo medico, scientifico e sportivo e possiamo quindi allargare la nostra riflessione. Partirei da un dato: quest’anno abbiamo un finanziamento del Fondo sanitario nazionale di 143 miliardi di euro. Nel 2019, in condizioni analoghe, eravamo a circa 114 miliardi. Eppure oggi ci troviamo davanti a criticità che evidentemente hanno una componente sistemica”, dice Gemmato alla kermesse di Affaritaliani.
“Una di queste è legata a un dato positivo: l’Italia si conferma un Paese molto longevo. Secondo i dati Ocse di luglio, l’aspettativa di vita è di 85,1 anni. Ma abbiamo anche un dato fortemente negativo: il tasso di fertilità è di 1,14 figli per donna, tra i più bassi d’Europa. Dobbiamo quindi trovare una chiave per tenere insieme una società nella quale si fanno sempre meno figli e, contemporaneamente, si vive sempre più a lungo”, dice il sottosegretario alla Salute alla kermesse di Affaritaliani.
“La risposta, al di là del colore politico e delle diverse correnti di pensiero scientifico, è nella prevenzione. Se vogliamo mantenere il nostro Servizio sanitario nazionale pubblico, con il suo straordinario carattere universalistico, dobbiamo investire sulla prevenzione. Quest’anno il Governo investe mezzo miliardo di euro in più in questo ambito. Abbiamo, per esempio, ampliato gli screening: quello per il tumore del colon-retto, portando la fascia di età dai 50 ai 45 anni come limite inferiore, e quello per il tumore della mammella, estendendolo fino ai 74 anni. Diagnosticare un tumore in tempo significa, sempre più spesso, trasformarlo in una patologia cronica e raggiungere percentuali di guarigione molto elevate”, continua Gemmato.
“Ma prevenzione significa anche adottare corretti stili di vita. E qui entra in gioco lo sport, insieme a una corretta alimentazione. Penso innanzitutto alla dieta mediterranea, che paradossalmente oggi dobbiamo riscoprire: abbiamo circa 8 milioni di persone obese e 23 milioni in sovrappeso, con un’incidenza particolarmente elevata nel Mezzogiorno. È un paradosso, se pensiamo che proprio il Sud è una delle aree nelle quali si producono molti degli alimenti alla base della dieta mediterranea. Lo sport è quindi un elemento dirimente dei corretti stili di vita. I numeri dell’Istituto superiore di sanità ci dicono che chi adotta corretti stili di vita alimentari e sportivi ha una riduzione della mortalità media, una minore incidenza dei tumori e delle patologie cardiovascolari e una significativa riduzione anche delle malattie cronico-degenerative e neurodegenerative, come Alzheimer e Parkinson. Non è un caso che il legislatore abbia riconosciuto per la prima volta lo sport in Costituzione, ponendolo in contiguità con il principio della tutela della salute. Il collegamento tra sport e salute è quindi ormai sancito anche a livello costituzionale. È attraverso questa impostazione che possiamo salvaguardare il nostro Servizio sanitario nazionale pubblico, che ancora oggi viene considerato uno dei migliori al mondo, purtroppo con profonde disuguaglianze territoriali tra Nord e Sud».
Il padel, intanto, vive una crescita straordinaria e, per fatturato e diffusione, ha ormai superato il calcio in alcuni indicatori. Quanto può contribuire questa crescita alla promozione dello sport? “Abbiamo anche una contribuzione pubblica che proviene da Sport e Salute. Questo è un altro passaggio importante compiuto dal legislatore italiano, che ha dato forza economica al sistema sportivo attraverso un organismo dedicato. C’è quindi un forte indirizzo verso la promozione dello sport anche come strumento di prevenzione e di salute”, dice Isidoro Alvisi, vicepresidente nazionale FITP.
“Una corretta promozione sportiva e l’ampliamento della base dei praticanti possono produrre risultati anche dal punto di vista agonistico. È dalla base che dobbiamo partire per creare entusiasmo e, attraverso le vittorie delle nostre atlete e dei nostri atleti, alimentare ulteriormente la partecipazione. Il tennis, per esempio, sta vivendo una stagione straordinaria e anche il padel, per ragioni legate alla sua diffusione e alla sua capacità di intercettare nuove tendenze, sta crescendo molto”, continua Alvisi.
“Alla base di questi risultati, però, c’è stata una politica di promozione sportiva. Noi stiamo alimentando la domanda di sport, di tennis, di padel e di attività sportiva in generale. Naturalmente alla domanda deve corrispondere un’offerta adeguata. Tennis e padel non sono sempre semplici da praticare nelle strutture pubbliche e spesso bisogna fare riferimento agli impianti privati. Qui interviene la Federazione. La Federazione Italiana Tennis e Padel ha superato quella calcistica per numero di tesserati e anche per fatturato. Lo abbiamo fatto attraverso l’attività istituzionale, ma anche grazie ai grandi eventi che siamo stati capaci di organizzare: gli Internazionali d’Italia, le ATP Finals di Torino, la Coppa Davis e oggi anche la Next Gen. Questi eventi non sono fini a se stessi: servono ad alimentare la promozione e a generare risorse. La Federazione destina circa 20 milioni di euro all’anno a sostegno delle strutture pubbliche e private, con l’obiettivo di rendere più facile per i cittadini praticare sport. Dal punto di vista sportivo, è evidente che il successo agonistico aiuta la crescita e la diffusione delle discipline. Ma ribadisco: dobbiamo partire dalla base. Spesso contestiamo le soluzioni calate dall’alto perché riteniamo che la dimensione politica e innovativa dello sport debba partire dall’esperienza concreta del movimento sportivo”, sottolinea ancora Alvisi.
Il tema della cultura dello sport, però, riguarda anche chi non può ambire alla prestazione agonistica. Professor Bramanti, nel suo libro La fabbrica dei risvegli ha raccontato realtà legate al coma, alla disabilità e alla necessità di ricominciare. Che ruolo può avere lo sport in questi percorsi? “Quando parliamo di sport ci riferiamo spesso ai supereroi, alle persone che vediamo e ammiriamo, agli atleti che hanno rilanciato una disciplina. Ma dobbiamo ricordarci anche di tutte quelle persone che non si risvegliano oppure che, quando si risvegliano, si trovano a vivere un’altra vita e devono ricominciare da capo, ripartendo dalle basi e dalle capacità residue”, dice il professor Bramanti ai microfoni di Affaritaliani.
“Che cosa c’entra lo sport con queste realtà? C’entra moltissimo. La prima azione che facciamo noi medici, io sono neurologo, è riabilitare, recuperare e verificare tutto ciò che è possibile riportare alla condizione precedente. E qualche volta, quanto maggiore è la gravità, tanto più difficile è tornare come prima”, continua Bramanti. “L’attività motoria è una delle componenti più importanti, perché il movimento non ha soltanto una funzione fisica, ma anche cognitiva e può contribuire alla memoria e al recupero delle funzioni”.
“Approfitto quindi anche della presenza del Sottosegretario per dire che dobbiamo creare un ponte tra l’ospedale e la casa”, dice Bramanti rivolgendosi a Gemmato. “Non possiamo parcheggiare queste persone. Mi riferisco soprattutto ai casi più gravi, a quelle persone che non riusciranno più a recuperare completamente i ritmi precedenti e che ogni giorno incontrano difficoltà nell’accesso alle prestazioni sanitarie, nella riabilitazione e nel trasporto. Tutto questo finisce per inibire qualunque iniziativa”.
“Nel campo neurologico, il maggior numero di disabilità comporta spesso una perdita di autonomia. Dobbiamo quindi parlare di recupero sociale. Serve una vera e propria scaletta, un ponte che consenta di proseguire il percorso: non soltanto la riabilitazione che le aziende sanitarie possono garantire o quella che le famiglie sono costrette a sostenere economicamente. Dobbiamo costruire anche uno sport per le persone con disabilità che non sia necessariamente sport paralimpico: è tutta un’altra cosa. Dobbiamo dare motivazioni al recupero, rendere più agile l’accesso alle prestazioni e offrire alle persone che entreranno purtroppo nell’ambito della cronicità, della fragilità e della disabilità medio-grave anche un’occasione di socialità, di occupazione e di motivazione. Per questo serve un cambiamento culturale: prevenzione, collegamento tra scuola, sanità e sport e pari dignità all’attività motoria”.
Professor Gesualdo, lei ha sperimentato al Policlinico di Bari un modello di prevenzione per una malattia spesso silente, quella renale cronica. Che cosa ci insegna questa esperienza? “Con oltre 140 miliardi destinati alla sanità, ci troviamo comunque di fronte a un problema strutturale: la popolazione invecchia e nascono sempre meno bambini. Corriamo il rischio di arrivare a un default del sistema sociale, perché se non si nasce il sistema, prima o poi, è destinato a entrare in crisi”, dichiara Loreto Gesualdo, professore ordinario nefrologia Università degli Studi di Bari e Direttore UOC Nefrologia, Dialisi e Trapianto Policlinico Bari.
“Che cosa dobbiamo fare? Intervenire sulla prevenzione. La prevenzione primaria deve essere il cardine fondamentale: dobbiamo investire sugli stili di vita e sull’attività fisica e quindi sullo sport. Molti cittadini, però, sono già sovrappeso, obesi, diabetici o ipertesi e sviluppano patologie cronico-degenerative molto costose per il Servizio sanitario nazionale. Una di queste è la malattia renale cronica, che interessa circa il 10% della popolazione. Parliamo quindi di milioni di italiani che non sanno di esserne affetti. Al Policlinico di Bari abbiamo sviluppato un progetto nato durante il Covid, confrontandoci con i colleghi della medicina del lavoro. Ci siamo resi conto che, nell’ambito dei protocolli di sorveglianza sanitaria, era possibile effettuare uno screening praticamente a costo zero. Dal 2020 abbiamo introdotto due semplicissimi esami, dal costo complessivo molto basso, attraverso i quali è possibile intercettare precocemente i pazienti affetti da malattia renale cronica. Abbiamo scoperto che tra i lavoratori del Policlinico di Bari la percentuale di rischio e di malattia renale cronica si aggira intorno al 7%. Ma il dato che ci ha colpito maggiormente riguarda la fascia tra i 19 e i 30 anni: tra i lavoratori e gli studenti che frequentano l’ospedale abbiamo riscontrato una percentuale intorno al 4%, che è comunque molto elevata”.
“Che cosa ci insegna? Che intercettare precocemente questi soggetti significa investire sulla loro salute e, allo stesso tempo, sul Servizio sanitario nazionale. Possiamo mettere in atto protocolli terapeutici capaci di prevenire l’evoluzione del danno e quindi ridurre, nel tempo, anche i costi per il sistema. Questo progetto, nato come esperienza pilota, grazie anche alla collaborazione con Fiaso è stato esteso alle aziende ospedaliere e universitarie italiane. È un modello che dimostra come sia possibile fare prevenzione in modo efficace e praticamente a costo zero”, conclude Gesualdo.
Professor Klinger, lei è chirurgo plastico ma anche un grande sportivo. Quanto conta l’attività fisica anche nei percorsi di recupero e di cambiamento dello stile di vita? “L’attività fisica deve essere considerata una base di partenza per potersi curare di più. Non avete idea di quante siano le pazienti alle quali, per esempio, consigliamo di ridurre il peso di due o tre chili per poter affrontare determinati interventi. Spesso arrivano a perdere sei, sette o otto chili nell’arco di sei mesi perché imparano ad amarsi, ad apprezzarsi di più e soprattutto a fare attività fisica”.
“Mi piace citare uno studio pubblicato su una importante rivista europea di cardiologia, che ha seguito circa 500 mila pazienti, di cui una parte monitorata con Holter, osservando anche il tempo dedicato all’attività sportiva. È emerso che dedicare anche solo il 4% del proprio tempo all’attività fisica produce effetti molto importanti non soltanto sul peso, ma su numerosi indicatori legati alle demenze, alle malattie renali ed epatiche, alle patologie metaboliche e, più in generale, agli stati infiammatori e alle malattie degenerative. Il 4% del proprio tempo significa circa 20 minuti al giorno. E allora qual è lo sport che serve? Quello che piace, quello che fa battere il cuore, quello che siamo disposti a praticare con continuità. La chirurgia estetica e la chirurgia plastica possono aiutare una persona ad amarsi di più, ma aiutano ancora di più se riescono a darle un punto di partenza per prendersi cura di sé. Siamo una popolazione che scopre sempre di più lo sport, ma siamo anche una popolazione nella quale obesità e sovrappeso rappresentano ancora un problema. Perdere un po’ di peso, muoversi di più e utilizzare maggiormente forme di mobilità attiva potrebbe mettere molto meno in difficoltà il nostro sistema sanitario e contribuire concretamente al benessere di ciascuno di noi”, continua Klinger.
Se dovesse indicare una misura concreta da mettere in campo subito? “Avendo vissuto a lungo a Cantù e avendo seguito anche professionalmente la squadra di basket, posso dire che basterebbe una cosa molto semplice: aumentare gli spazi per fare sport. In tante città basterebbe avere otto canestri in più, otto reti da pallavolo in più, qualche spazio attrezzato in cui tornare a praticare attività fisica. Quando eravamo ragazzi, bastava una giacca appoggiata a terra per fare una porta e giocavamo a pallone tutto il pomeriggio nei giardinetti. Oggi questo accade molto meno. Bisogna restituire ai ragazzi la possibilità di stare insieme e di fare sport liberamente. Se sappiamo come passare il pomeriggio, forse riusciremo anche a vincere qualche partita in più”, dice Klinger.
Per Gemmato, serve invece “indicare una misura da mettere in campo subito, dico: aumentare le adesioni agli screening per prevenire le patologie. Se una malattia viene intercettata precocemente, si può intervenire prima, si può guarire o comunque rallentare la sua evoluzione e lo Stato risparmia. Investire in prevenzione significa quindi investire contemporaneamente nella salute dei cittadini e nella sostenibilità futura del nostro sistema sanitario”.
Per Bramanti serve insistere su tre parole: “prevenzione, collegamento e cultura. Dobbiamo creare un collegamento stabile tra scuola, sanità e sport e dobbiamo cambiare la cultura con cui guardiamo all’attività motoria. Lo sport non può essere considerato un elemento accessorio: deve avere la stessa dignità delle altre attività che concorrono alla salute e alla formazione della persona”.
Per Gesualdo serve infine “investire soprattutto in campagne di educazione sportiva rivolte ai cittadini. Dobbiamo partire anche dalle piccole azioni quotidiane: fare le scale invece di prendere l’ascensore, camminare di più, muoversi ogni giorno. La prevenzione non è fatta soltanto di grandi programmi sanitari: nasce anche da comportamenti semplici e ripetuti, capaci di trasformare lo stile di vita delle persone”.


