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Lavoro
Inps, il caso dei contributi da versare a un fondo che non esiste

di Piero Righetti

Quella che stiamo per raccontare è una storia vera, anche se sembra inventata.

C'era una volta... la legge n. 92/2012 – la Riforma del mercato del lavoro targata Fornero – che, allo scopo di assicurare a tutti i lavoratori una migliore tutela in caso di  sospensione dal lavoro, stabilì (all'art. 3) che tutte le aziende da 15 dipendenti in su che, in base alla legge ordinaria, non potevano fruire della cassa integrazione, potevano costituire appositi Fondi di solidarietà per ottenerla, Fondi che sarebbero stati finanziati dalle aziende stesse e dai loro dipendenti.

Allo scopo di “tutelare” proprio tutte queste aziende e tutti questi lavoratori, lo stesso art. 3 prevedeva la nascita obbligatoria di un Fondo Residuale al quale dovevano contribuire le aziende e i lavoratori che non fossero riusciti a costituire propri Fondi entro una determinata data, via via rinviata e fissata, da ultimo, e improrogabilmente al 31 marzo 2014. Attenzione: poiché il mondo produttivo italiano è basato essenzialmente su poche imprese di medie e grandi dimensioni e su una infinità di piccole aziende (moltissime sono addirittura “micro”) e poiché molti sono i settori e i sottosettori che non possono fare ricorso alla cassa integrazione, né ordinaria né straordinaria, a questo Fondo Residuale avrebbero dovuto far capo una infinità di imprese e di lavoratori. Fin qui niente di strano. Ma il bello comincia ora.

Come previsto dal citato art. 3 della legge Fornero, il Ministero del lavoro e quello dell'Economia hanno istituito il Fondo Residuale con il decreto n. 79141 del 7 febbraio 2014 (pubblicato sulla G.U. del 6 giugno successivo, e cioè ben 4 mesi dopo) e hanno stabilito che le imprese che dovevano obbligatoriamente versare la contribuzione (ordinaria e addizionale) al Fondo (e cioè, in altre parole, finanziarlo) sarebbero state individuate dall'Inps. E l'Inps vi ha provveduto, chiarendo termini e modalità di pagamento della contribuzione, con le circolari n. 99 dell'8 agosto e n. 100 del 2 settembre 2014.

Per il momento, veniva precisato, i versamenti erano limitati alla sola contribuzione ordinaria, che è pari allo 0,50% della retribuzione (di cui 2/3 a carico dell'azienda e 1/3 a carico dei lavoratori). I pagamenti fatti in ritardo avrebbero dovuto essere maggiorati di interessi e sanzioni, con il rischio per i "ritardatari seriali" dell'intervento della Agenzia delle Entrate.

E qui comincia la favola vera e propria.

Il Fondo Residuale esiste solo sulla carta. Per poter funzionare devono essere nominati, con un apposito decreto, i suoi componenti, che rappresentano in numero uguale aziende e sindacati, cui si aggiungono un Dirigente del Ministero del Lavoro e un Dirigente del Ministero dell'Economia. Ma questo decreto non è stato ancora emanato e non dovrebbe esserlo mai più perché – UDITE UDITE -  il Fondo Residuale nel frattempo è stato di fatto abolito.

Infatti gli artt. 28 e 29 del decreto legislativo n. 148 del 14.9.2015 – che fa parte del pacchetto Jobs Act – ne modificano le modalità di funzionamento e di intervento e ne cambiano il nome in quello di Fondo di Integrazione Salariale. Il tutto a far tempo dal 1° gennaio 2016. A questo nuovo Fondo dovranno essere iscritte non solo le aziende con più di 15 dipendenti (prive di tutela di cassa integrazione) ma tutti "i datori di lavoro che occupano mediamente più di 5 dipendenti".

Al passaggio dal Fondo Residuale al Fondo di Integrazione Salariale provvederà un Commissario straordinario nominato dal Ministero del Lavoro, che "resta in carica sino alla costituzione del Comitato" che dovrà amministrare il Fondo di Integrazione Salariale. Sempre dal 1° gennaio 2016 cambia anche la contribuzione ordinaria: invece dello 0,50% dovrà essere pagato lo 0,65 dai datori di lavoro con più di 15 dipendenti e lo 0,45 dai datori di lavoro che ne occupano da 5 a 15.

Attenzione: il decreto legislativo 148 non parla più, come facevano le leggi precedenti, di aziende e/o imprese, ma – per adeguarsi ad una Direttiva dell'Unione Europea – di datori di lavoro. Dunque la platea di coloro che possono fruire di queste tutele diventa molto più ampia: non più le sole imprese e/o aziende che operano a fini di lucro, e cioè quelle che cercano di ottenere profitti economici, ma anche quelle che non hanno fini di lucro, come ad esempio tutte le Onlus. Non più dunque imprenditori ma semplici datori di lavoro, e cioè tutti coloro che hanno dipendenti (sono escluse forse le Colf).

Ma torniamo alla favola. Sempre il decreto 148 stabilisce che il Fondo Residuale continuerà ad operare fino al 31.12.2015 e l'art. 28 stabilisce: a) che “il Comitato amministratore del Fondo Residuale, sulla base delle stime effettuate dall'Inps, può proporre al Ministero del Lavoro e al Ministero dell'Economia … il mantenimento dell'obbligo di corrispondere la contribuzione “già prevista”; b) che bisogna “dar corso”, cioè corrispondere ai lavoratori e alle aziende che lo hanno richiesto, “le prestazioni già deliberate” del Fondo Residuale.

Ma quali prestazioni e quali proposte! Il Governo che ha emanato e il Parlamento che ha approvato il Decreto legislativo 148 ignorano (o fanno finta di non sapere!) che il Comitato amministratore del Fondo Residuale non è stato mai nominato (almeno fino ad oggi).

Il Fondo Residuale non ha mai operato e, per quanto è possibile prevedere, di qui al 31 dicembre 2015 mai opererà.

L'unica cosa che ha fatto questo Fondo (ma in realtà non lui che non esiste, ma Ministero del lavoro e Inps) è stata ed è quella di costringere una massa enorme di aziende e di lavoratori, che mai potranno fruire di una qualsiasi prestazione da parte di questo Fondo fantasma, a pagare a vuoto e per ben due anni (dall'1.01.2014 al 31.12.2015) una contribuzione pari allo 0,50% della retribuzione, e cioè una massa enorme di denaro tanto più pesante e gravosa quanto più piccole sono le dimensioni dell'azienda e critiche le possibilità di ottenere liquidità in periodi di crisi. E questa impossibilità di ottenere prestazioni da parte del Fondo Residuale o, in futuro, dal Fondo di Integrazione Salariale è un fatto certo e definitivo almeno per tutte le aziende che cessano di operare nel corso del 2015 e per tutti i lavoratori che, per dimissioni, licenziamento o pensionamento, hanno cessato o cesseranno di lavorare nel periodo 1° gennaio 2014/31 dicembre 2015.

Ma possibile che nessuno dei Ministeri competenti e dell'Inps abbia pensato o proposto di sospendere (o almeno conguagliare) l'obbligo di effettuare questi versamenti fino a quando il Fondo (quale che sia il suo nome pro-tempore) non comincerà a funzionare?

Ma un po' di equità, di giustizia o di semplice buon senso? Al contrario i pagamenti tardivi sono gravati di interessi e di sanzioni e forse, al limite, anche dell'aggio spettante all'Agenzia delle Entrate!

Ma i sindacati (se esistono ancora per queste cose) non dicono niente? E le stesse associazioni datoriali? E i difensori civici? Ma possibile che sui giornali e sui media non si parli quasi mai di cose semplici e concrete come questa e si preferisca continuare a prendersi in giro sul sesso degli angeli?

Ma almeno i Consulenti del lavoro, definiti intermediari inutili e costosi (o qualcosa di simile) dal Presidente dell'Inps, perché non aprono un contenzioso o valide casse di risonanza su questo problema? Un problema che sotto sotto, comunque, tanti degli "addetti ai lavori" non possono non conoscere.

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