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I RIFERIMENTI Per “Affari di famiglia” Muzzopappa si è rifatto a molti classici dell’umorismo di tradizione anglosassone come P.G. Wodehouse. Per creare questa sua nuova protagonista è passato anche per Alan Bennett, Patrick Dennis, David Sedaris, Tom Sharpe, ha rivisto quasi tutti gli episodi di Tre nipoti e un maggiordomo, e ha riletto autori come Achille Campanile (con Il povero Piero su tutti) e Marcello Marchesi. |
LA TRAMA – Algida, sarcastica e decisamente snob, la contessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, discendente diretta dell’ultimo grande casato torinese, potrebbe trascorrere le sue giornate addentando deliziose frolle fresche di pasticceria e sorseggiando coppe di champagne millesimato. Si ritrova invece a mangiare Gocciole e pessimo gelato da discount per colpa di una crisi economica che ha colpito persino la sua famiglia, costringendola a vendere proprietà, pignorare mobili e decimare il personale. A servizio, ormai, è rimasto solo Orlando, maggiordomo con la forte passione per le poesie di William Blake, devoto e sempre presente. Nel momento in cui un’intera generazione di trentenni cerca di rottamare la gerontocrazia al potere, Emanuele, il figlio della contessa, tanto bello quanto cretino, concorre a prosciugare il misero conto in banca di famiglia portando il casato al collasso. Prossima ormai alla bancarotta, Maria Vittoria decide di salvare il suo patrimonio e la sua villa. Per riuscirci è disposta a tutto, persino a organizzare un sequestro di persona. Il suo.
L’AUTORE – Francesco Muzzopappa: barese, nato nel 1976, vive e lavora a Milano ed è un copywriter stimato, specie nel campo delle pubblicità radiofoniche. Allievo della scuola di scrittura di Raul Montanari, ha esordito con successo nel 2013 con Una posizione scomoda, pubblicato da Fazi Editore nelle Meraviglie.
LEGGI SU AFFARI ITALIANI UN ESTRATTO
(per gentile concessione della Fazi)
Quando ti dicono signora, spinga, di solito ti aspetti di veder spuntare tra le urla, le lacrime e l’immagine di tuo marito svenuto a terra, le gambette di un neonato, una testolina o una piccola mano con piccole dita.
Io invece, dopo nove mesi di calci assestati con violenza e un parto che ha dato una forma tutta nuova alla mia linea, sono riuscita a tirare fuori quello che, più di un neonato, a prima vista sembrava un gatto selvatico: muso schiacciato, orecchie all’infuori e tanti, tantissimi capelli.
Nonostante l’avessi spinto io stessa fuori dal mio corpo urlando parole sconnesse con gli occhi gonfi di pianto, non riuscivo a vederlo come mio. Ma il destino è ineluttabile: puoi non appassionarti al Martini Rosa, puoi fregartene della nuova varietà di anthurium a stelo lungo, ma se sei la contessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, ultima discendente del più antico casato aristocratico torinese, il tuo erede non puoi certo ignorarlo.
Tanti capelli, tanti guai, disse sorridendo l’infermiera che mi posò Emanuele in grembo. Le rivolsi il mio collaudato sguardo inceneritore.
Mi costa ammetterlo, ma aveva ragione lei.
Ricordo ancora il momento in cui accarezzavo il pancione, interrogando mio marito sul futuro del piccolo.
Sarà un matematico? Un letterato? Un fisico?
Ero convinta sarebbe diventato uno scienziato ansioso di dedicare tutta la vita a cercare protoni e spaccare atomi: inutile sottolineare che in poco più di tre decadi è riuscito a spaccare ben altro.
Sin da piccolo, infatti, Emanuele non ha mai mostrato alcun tipo di attitudine: a scuola faticava a prendere 6, in palestra non riusciva a stare aggrappato a una pertica per più di dieci secondi e al pianoforte non era in grado di distinguere una semicroma da una minima.
Pensando fosse più adatto a uno strumento discreto, gli comprai un violino. Quando decise di smettere, gli scoiattoli tornarono finalmente a ripopolare il giardino della villa.
Intorno ai sedici anni, però, gli ormoni avevano fatto il miracolo.
Nel giro di pochi mesi, Emanuele era diventato una specie di esemplare da esposizione. Capelli biondi lisci che scivolavano dolcemente su spalle ampie e possenti. Occhi di un azzurro acquamarina, celesti di giorno, blu intenso di notte. Naso leggermente all’insù, stretto, su due labbra polpose zeppe di denti bianchi perfettamente simmetrici e regolari.
Osservando la trasformazione, io e mio marito ci guardavamo esterrefatti, chiedendoci da dove fosse saltato fuori quella specie di fotomodello. Perché io non sono certo una sirena e mio marito, in tutta onestà, del principe delle fiabe aveva solo le caratteristiche
della fase precedente: quella del rospo.
Purtroppo la bellezza nei giovani porta a pensare che la vita sia in discesa e che basti avere un bel faccino o una silhouette impeccabile per ottenere l’approvazione del resto del mondo. Quando invece il resto del mondo si aspetta che da qualche parte, dietro quel bel visino, ci sia anche una mente in grado di calcolare per lo meno una radice quadrata.
Nel caso di Emanuele, però, sembra che il buon dio, quando si è trattato di fornirlo di un cervello, abbia esclamato qualcosa come sono stanco, passando alla creazione di elementi più complessi come le spugne di mare.
E poi, un giorno, il dramma.

