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Autopsia di una vita. Storia di un medico ebreo nella Trieste fascista

 

 

samaja

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Più che un racconto un’autopsia. Ugo Samaja (1914-1995), medico ebreo triestino, poco prima di morire ha lasciato in eredità alla sua famiglia un’autobiografia, intitolata proprio Autopsia di una vita. Un racconto di vita famigliare e una storia d’amore che colpisce fin dalle prime pagine.

Il testo, rimasto a lungo inedito viene dato ora alle stampe per la cura della storica Silva Bon, nelle edizioni del Centro Isontino di ricerca e documentazine storica e sociale “Leopoldo Gasparini” (pagg. 207. s.i.p., info tel. 048199420, www.istitutogasparini.it).

Come spiega Dario Mattiussi del Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale “Leopoldo Gasparini”: “L’intenzione dell’autore quando aveva iniziato a scrivere queste memorie era sicuramente quella di raccontare la storia del suo amore per la moglie Lucilla” ma, scorrendo le pagine, si scopre molto di più sul fascismo, su Trieste e sulla vita di un uomo, di un medico ebreo che ha dovuto convivere con le leggi razziali.

In un’intervista ad Affaritaliani.it il figlio di Ugo, Michele Samaja, racconta l’origine del testo: “Lucilla scomparve nel 1987 lasciando Ugo in uno stato di grande abbandono. Ugo diceva spesso che questa fu anche la data della sua morte”. Sul titolo del libro:  “Mio padre Ebbe sempre un timore reverenziale per l’Anatomia Patologica, come unica disciplina medica in grado di emettere sentenze definitive senza tema di essere smentita. Questa idea lo convinse a decidere questo strano titolo”. Il protagonista fu perseguitato durante il fascismo: “Si salvò grazie allo spirito illuminato del primario ospedaliero che non solo non ho mai conosciuto, ma non so nemmeno come si chiama”.

 

 

Come è nato il libro?

Mio padre, l’autore di questo libro, e Lucilla, mia madre e co-protagonista del libro, erano legati da un legame profondissimo. Lucilla scomparve nel 1987 lasciando Ugo in uno stato di grande abbandono. Ugo diceva spesso che questa fu anche la data della sua morte e nello stato di “morto vivente” ebbe frequentemente la tentazione di lasciarsi andare ai ricordi e perseguire quella che poi definì l’autopsia della sua vita. Fu mia moglie Ilaria a convincerlo che la sua era un’esperienza da non disperdere, e che bisognava raccogliere quelle testimonianze e farle vivere anche dopo la sua morte. Così cominciò a scrivere, scrivere, scrivere, complice un’incurabile insonnia notturna. Il risultato fu catastrofico: una pila di carta alta quasi un metro, con fogli pieni di cancellature, correzioni, riscritture (la sua calligrafia era impossibile), abrasioni, carte unite con lo scotch, insomma, illeggibile! E fu ancora Ilaria ad avere la brillante idea di regalargli un PC. Così a 80 anni suonati Ugo imparò il Word e fra alterne vicende, fra cui un involontario quanto incauto “zero directory”, trasferì il tutto in un testo di quasi 500mila parole e 600 pagine fitte. Finì qualche settimana prima di morire, 8 anni dopo Lucilla, dello stesso male. Più volte ci siamo chiesti cosa si poteva fare di queste memorie. Era chiaro che le aveva scritte per se, forse per i più intimi della sua famiglia, ma non per altri: scrivere tutta quella massa di ricordi lo convinse di aver vissuto appieno la sua vita, e questa convinzione gli è servita per superare gli ultimi anni senza Lucilla. Quindici anni dopo la scomparsa di Ugo, ci rendemmo conto che la sua testimonianza unica doveva essere ristrutturata e trasformata in qualcosa di leggibile per un pubblico più ampio. Qui intervenne l’amica Silva Bon, che comprese a fondo l’essenza delle sue memorie ed il nostro desiderio, e trasformò quell’informe massa di ricordi in questo libro, che solo ora vede la luce, ma meglio tardi che mai.

Chi è l’autore e chi parla?

Ugo era un medico ebreo triestino trapiantato a Milano, dove divenne uno dei medici più conosciuti della città. Fu probabilmente l’ultimo “medico della persona”, come lo ricordarono i suoi numerosi pazienti, prima dell’era delle grandi specializzazioni. Ebbe sempre un timore reverenziale per l’Anatomia Patologica, come unica disciplina medica in grado di emettere sentenze definitive senza tema di essere smentita. Ora forse non è più così, ma questa idea lo convinse a decidere questo strano titolo.

Come si intreccia la storia di Ugo con la storia di Trieste nel periodo fascista?

La famiglia di Ugo era una tipica famiglia della media borghesia triestina. Anche se oggi Trieste sembra una città accogliente e aperta alle voci dissonanti, nel periodo fra le due guerre non era così. O almeno, prima dell’emanazione delle leggi razziali era forse abbastanza accogliente verso gli ebrei, ma dopo il 1938 fu una delle città che più delle altre ostacolarono il desiderio di normalità, e la sopravvivenza, dei suoi concittadini di razza ebraica. Proprio a Trieste i nazifascisti aprirono l’unico campo di concentramento in territorio italiano, la Risiera di San Sabba. Mio padre visse male l’ostracismo dei concittadini verso gli ebrei. Ebbe un vero e proprio rigetto verso Trieste e dopo i fatti narrati non tornò più nella sua città natale. Si stabilì a Milano, che conosciamo come città caotica, piena di traffico, smog, con un clima infernale, ma che è sempre stata accogliente verso gli estranei. Anche il resto della famiglia, salvo i pochissimi che rimasero a Trieste, lo seguirono e si rifecero una vita in un’altra città. Bisogna ricordare che uno degli eventi chiave delle vicissitudini narrate, la possibilità di esercitare liberamente la professione negli anni più terribili della persecuzione anti-ebraica e la fuga di notizie che lo mise in salvo nel 1943, avvennero a Melegnano, poche decine di chilometri da Milano, grazie allo spirito illuminato del primario ospedaliero che non solo non ho mai conosciuto, ma non so nemmeno come si chiama.

Cosa significava vivere essere ebrei durante il fascismo?

Mio padre ebbe sempre un rapporto difficile con tutte le religioni e l’ebraismo in particolare. Mai riuscì ad accettare certe forme esteriori e abitudini ancora oggi molto frequenti. Non riuscì soprattutto ad accettare l’ingiustizia di essere perseguitato perché membro di una religione che non sentiva sua. Chiese e ottenne di essere battezzato, e questo gli creò problemi con la parte più conservatrice della famiglia. Fu uno dei pochi ebrei pronti a rinnegare la religione, non per salvarsi, ma perché pur sentendosi appartenente alla razza ebraica, non si sentiva appartenente alla sua religione. Il rifiuto della religione provocò reazioni sdegnate e lo segnò anche molti anni dopo la sua morte. Ricordo il commento dell’editore di una casa editrice ebraica cui sottoponemmo il libro per la pubblicazione: “Ho letto con interesse questa storia è indubbiamente scritta bene etc etc… Il fatto è che l’autore ripete spesso e quasi si vanta di non provare nessun richiamo alle radici ebraiche, per cui una casa editrice come X, che ha fatto della ricerca delle radici ebraiche la sua missione, non ne può ipotizzare la pubblicazione…”. Evidentemente non fu chiaro che mio padre, da uomo libero e leale qual era, non si nascondeva la difficoltà di una sorte avversa data dalla sua ebraicità, resa ancora più avversa dagli avvenimenti apocalittici che avvenivano in quegli anni. Mi sono spesso chiesto quanti ebrei non hanno avuto in cuor loro almeno una volta questo pensiero, anche se magari non lo hanno pubblicamente espresso. Ammettere di essere dalla parte sbagliata della barricata talvolta è un’azione di forza non di debolezza. La sua denuncia, se così si può chiamare, contro la sorte di nascere ebreo dà valore al fatto che comunque e sempre ha lottato con fierezza e costanza per difendere il diritto di essere e sentirsi uomo tra gli uomini. E questo l’ha fatto senza vantarsi.

Anna Gaudenzi