Salvatore Veca, convinto sostenitore della laicità e della forza del “noi”, in quanto insieme è possibile migliorare la società, offre al lettore un nuovo e prezioso testo “La gran città del genere umano. Dieci conversazioni filosofiche” edito dalla casa editrice Mursia.
Chiaro ed esaustivo nell’esposizione, Veca porta in auge dei concetti fondamentali che costituiscono l’individuo, e che dovrebbero essere consolidati anche dalle forme di governo, tra i quali vale la pena ricordare: libertà, responsabilità, pluralismo dei valori, condivisione, unione, solidarietà. Valori inconfutabili, dei quali si affrontano spesso argomentazioni, dibattiti, manifestazioni e anche vere e proprie guerriglie, proprio perché per ogni individuo la libertà non è solo un’aspirazione, ma anche e soprattutto, è un diritto.
L’autore dialoga – in modo socratico – attorno a queste conversazioni, peraltro vitali, ponendo la necessità di essere solidali, uniti. Ribadisce fermamente l’eventualità – quanto mai necessaria – di costruire ponti e non isole; è, infatti, attraverso la comunicazione, lo scambio di energie culturali che si progredisce.
In tempi difficili, come i nostri, Veca estende l’invito ad allargare per quanto è possibile i confini del “noi”.
Il titolo del libro “La gran città del genere umano” è una celebre espressione di Giambattista Vico, sostenitore della tesi che gli uomini sono “animali socievoli”, liberi e sono gli stessi i protagonisti della storia.
In un certo senso anche Salvatore Veca comprova tale tesi, sostenendo però che l’uomo è sì libero, ma tale condizione è conforme al principio di responsabilità, importante e decisivo per la convivenza nella polis, come avrebbe detto Socrate.
Il principio responsabilità è un’espressione che ha conosciuto popolarità con il libro di Hans Jonas pubblicato in Italia nel 1990, dal titolo “Il principio responsabilità: un’etica per la civiltà tecnologica”. L’esigenza nasce, dal punto di vista di Jonas, di porre dei limiti, un senso di responsabilità e quindi un’etica dei valori in modo tale che ogni individuo possa agire nel rispetto di se stesso e degli altri, non sottovalutando l’ambiente nel quale vive l’uomo.
Ecco allora che sorgono gli interrogativi filosofici – che Salvatore Veca pone all’attenzione – “Responsabilità di chi, nei confronti di chi, per che cosa?”. “E se pensiamo alla responsabilità come un valore sociale, dobbiamo pensare ad uno spazio sociale. Ma quali sono i confini di uno spazio sociale?” (p. 81).
“La gran città del genere umano. Dieci conversazioni filosofiche” stima un contenuto di gran lunga interessante, suscita riflessioni. Inoltre, sono suggerite domande pertinenti alle quali si tenta di dare delle risposte o per lo meno di analizzare la società. Un impegno costante è richiesto ad ognuno di noi, ad ogni singolo individuo, perché si possa migliorare la qualità della vita.
L’autore, dunque, affronta in ogni capitolo delle questioni attuali e coinvolgenti anche in ambito bioetico come appunto i valori che riguardano “la dignità umana”, la donazione degli organi, l’etica spiegata ai ragazzi, e ancora temi riguardanti il turismo, o la filosofia di Giorgio Gaber. Tutto è squisitamente diretto dal magistrale filosofo Salvatore Veca.
L’equilibrio si regge sul tema centrale dell’intero testo e verte sulla necessità della solidarietà e della reale opportunità di costruire ponti fra esseri umani: «Fare ponti non vuol dire stabilire dove le persone debbano andare. Vuol dire offrire alle persone le opportunità e le opzioni per andare dove aspirano, dove desiderano andare». (p. 57).
Viviamo in un’epoca in cui molta gente si dedica con intenso impegno a tirar su muri fra le persone. È perciò evidente che occorra invece tirar giù i muri e costruire i ponti, come detto poc’anzi, perché non si diventi isole, ma città, nella quale sia convalidato il diritto cosmopolitico.
Veca, a tal proposito, afferma: «Ogni cultura, ogni tradizione, ogni forma di vita è intrinsecamente incompleta e insatura. Il punto è che ogni tradizione etica, religiosa, etnica, linguistica, in virtù della sua incompletezza, può imparare qualcosa di interessante e attraente da ciascuna cultura e tradizione». (p. 57).
Abbiamo un gran bisogno di ponti fra esseri umani, abbiamo un grande bisogno di sostenerci l’un l’altro prima che sia troppo tardi e si determini il fallimento del “noi” o addirittura l’autodistruzione.

