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Coronavirus, leggere "Solaris" come lettura del presente

Coronavirus, leggere "Solaris" come lettura del presente

Oggi più che mai, immersi in una realtà “sospesa” abbiamo bisogno di letture affascinanti come “Solaris parte seconda” (Mimesis edizioni) opera dello scrittore svizzero Sergej Roic, già autore di Vorrei che tu fossi qui. Wish you were here sempre per lo stesso editore. “Un’avventura irresistibile tra filosofia, scienza e oltre” così è stato definito il nuovo romanzo sci-fi – genere molto in voga anche nelle serie su Netflix e Amazon Prime - L’opera, appena arrivata sugli store online e nelle librerie, appena prima che chiudessero per l’emergenza sanitaria in atto, si propone come ideale sequel di Solaris dell’immenso Stanislaw Lem. Roba da far tremare i polsi, eppure Rojc, forte dell’impianto filosofico dato alla storie plana con leggerezza sull’eventuale disagio del confronto e confida ad Affari: “Ho creduto che l’immaginario proposto da Lem col suo capolavoro Solaris fosse un campo ancora aperto, uno spazio immaginativo che poteva essere riempito da ulteriori riflessioni, uno spazio prettamente artistico – la presenza di quel pianeta straniante – che domandava di essere rappresentato ancora una volta. L’artista Renzo Ferrari, che ha “visto” il pianeta dal punto di vista pittorico, mi ha aiutato in questo”. Insomma, Solaris aveva altre domande da porre. Ho provato a rispondere”.

Ricorda quando lesse Solaris? Quali furono le sue sensazioni, riflessioni?

Solaris me lo ricordavo piuttosto dalla versione filmata di Tarkovskij. Tre anni fa entrai in una libreria di Milano cercando, sempre di Lem, L’invincibile. Non l’avevano. Però in bella evidenza c’era Solaris. L’ho letto mentre la trama del mio romanzo già avanzava. È stato un colpo di fulmine. Mentre adattavo temi e luoghi della mia immaginazione alla scena messa in campo da Lem con Solaris, mi pareva di volare. Una valle ticinese era il luogo dove un pilota caduto curava le sue ferite…

La fantascienza è considerato un genere minore anche se vanta schiere di fanatici, oltre ad autori di puro culto. Come se lo spiega?

La fantascienza è un genere minore quando si autoconfina ripetendo se stessa in un susseguirsi di varianti già note. Parlando di Lem, si potrebbe pensare piuttosto a una fantafilosofia. La fantascienza-fantafilosofia migliore è giustamente tema di culto: i cicli Ilium e Hyperion di Dan Simmons, i romanzi e i racconti di Dick, la fondazione e i robot di Asimov, Pic nic sul ciglio della strada dei fratelli Strugackij sono luoghi del pensiero che trattano, come accade in Lem, del futuro delle anime e dei corpi.

Chi sono i suoi autori di riferimento?

Borges, a cui ho dedicato il primo libro di racconti. I grandi stilisti: Proust, Perec, Nabokov. Il primo Kundera, il Kafka di Nella colonia penale, i romanzi storici di Tolstoj e Ghosh, il giusto Coetzee, l’ineguagliabile Faulkner e l’amore della giovinezza, La certosa di Parma di Stendhal. Leggo di tutto, anche perché da 19 anni curo una rubrica di libri per un giornale svizzero. Alla fine ho scoperto Il principio antropico di Tipler e Barrow e sono passato alla “fantafilososcienza”.

Fantascienza e filosofia… un binomio naturale o un approdo originale?

Si procede in quella direzione. Il futuro, quello di Verne e Wells, è diventato o sta diventando realtà. Le affermazioni del saggio di David Deutsch, L’inizio dell’infinito, propongono un infinito che si prolunga, infinito appunto, a ogni passo che compiamo. Non c’è limite, progrediremo sempre. In questa categoria, a metà fra racconto e riflessione, ci metto pure l’ottimo Macchine come me di McEwan.

Solaris cosa simboleggia nella narrativa di Lem e nella sua?

Solaris è l’inconoscibile, l’estrema barriera, ciò che non potremo comprendere né afferrare mai. D’altronde, anche nella tradizione cristiana le vie del Signore sono imperscrutabili…

Oltre ai due soli, Solaris vanta un oceano che sembrerebbe decrittare i ricordi e i sogni dei mortali, i suoi abitanti… è una sorta di “grande fratello” naturale?

Per me è quella forma, seguendo Platone, che abbisogna di un materiale adatto che la accolga. E se fosse un immenso contenitore di tutti i ricordi possibili e immaginabili, di tutto il pensiero dell’universo? Nella scena finale del romanzo Luisa chiede al pilota Petar Bogut: “Ma il tuo dio della memoria saprà anche amarci?”.

A proposito di Bogut, sogna l’inevitabile avventura nel tempo e nello spazio…

È dall’inizio del tempo che l’uomo sogna il viaggio. Stupore e meraviglia furono, si dice, i primi pensieri dei nostri antenati dinanzi al cielo popolato di stelle. Il sogno, d’altronde, stabilisce cosa conservare e cosa eliminare della memoria diurna. Il sogno di Ulisse erano le Colonne d’Ercole. Dante scrisse del suo folle volo. Lo spazio ci aspetta, non attende che un nostro cenno per accogliere il sempre rinnovato inizio dell’infinito umano. Chissà, magari Petar Bogut ci aspetta là, appena dietro l’angolo.

Una grande e metafisica solitudine attraversa il suo romanzo, che sembra avere rimandi con la situazione che viviamo. Predittività d’autore?

Lem era l’autore della solitudine, degli irrealizzati sogni umani di una conquista dell’universo che, per soprammercato, avrebbe dovuto capirci. Figuriamoci. I miei mortali di Solaris non sanno chi sono, la loro memoria profonda non combacia con le condizioni del pianeta su cui vivono. Pensano di poter unicamente morire (scomparire?) nel grembo dell’oceano inesplicabile. Eppure cercano di volare. Noi oggi ci portiamo dietro un peso enorme della solitudine dell’essere di cui ha parlato Martin Heidegger. Insomma, in una civiltà tecnologica è permesso amare?

 

 

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