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La Milano violenta di un autore emergente, Alessandro Bongiorni |
Mi hanno chiesto di raccontare Milano.
Benissimo – mi sono detto – è la mia città, ho perfino scritto un romanzo bello corposo ambientato a Milano. Che sarà mai?
Così mi sono messo al computer, ho scrocchiato le dita e ho posato le mani sopra la tastiera, in attesa del primo impulso. La chiamano ispirazione.
Ero pronto. Tutto era come doveva essere. Parlare di ciò che si ama è il desiderio di ogni essere umano. «La felicità non esiste, se non è condivisa» diceva il protagonista di Into the wild.
E invece sono trascorse ore. Adesso è notte. La pagina è bianca. Ho fame.
E difficile parlare di Milano. È difficile Milano.
Sì, perché Milano è tutto e niente. È una grande metropoli italiana, ma grossa come una cittadina cinese. È una città poco accogliente, dove chi arriva non se ne va più. È un luogo caotico e trafficato, a volte si fatica perfino a parlare al telefono. E poi c’è la moda, l’editoria, la finanza, il lavoro, la movida, i soldi, bla bla bla.
Io di economia non so nulla. Delle modelle, ahimè, neppure. La movida, con moderazione. Di soldi non ne ho. Dici «finanza» e penso a Gordon Gekko.
Però conosco il silenzio di piazza san Sepolcro. Conosco il rumore dei passi sul ciottolato, di notte, lungo strade che di giorno sono caotiche ma che, dopo il tramonto, diventano levatrici per sognatori troppo cresciuti. Conosco il profumo del glicine che sale all’improvviso da qualche muro. D’inverno vedo la fatica della nebbia, quella poca che è rimasta, che tenta stancamente di irretire ancora una volta le vecchie ringhiere. Sembra che la sua lunga mano si aggrappi ai tetti e alle grondaie, nell’estremo sforzo di sprofondarsi tra i vicoli dell’età romana. Conosco Foro Buonaparte, con quella curva infinita che si perde dietro ai palazzi antichi, sovrastato da alberi maestosi e bellissimi.
Poi, a gamba tesa, da dietro, vigliacchi, ecco i soldi. Sempre loro, a sputare nel piatto della cena.
Meschini.
A metà di Foro Buonaparte si vedono bene, hanno la forma di due piramidi alte e bianche e di ferro, che coprono il Castello Sforzesco.
Pare che sia l’Expo Gate, il luogo cruciale della manifestazione prossima ventura. Sento puzza di occasione sprecata, e temo che l’Expo verrà ricordata soltanto per due abominevoli mostri enormi e per i soliti furbetti del quartierino.
Sono perplesso. Un attimo fa stavo sognando, mentre adesso ho la nausea.
Ma Milano è tutto e niente, quindi non mi arrabbio, può capitare anche questo. A dire il vero, negli anni del boom economico hanno abbattuto chiese paleocristiane e coperto i navigli soltanto per far passare i tram, o le auto, quindi mi faccio bastare il fatto che le piramidi sono smontabili.
Proseguo nel mio vagheggiare notturno, chiudo gli occhi e mi ritrovo in via Brisa. Davanti a me ci sono le mura romane del terzo secolo, un retaggio di quando Milano era capitale dell’Impero romano. In pochi sanno della loro esistenza, e per me è una ferita.
Volto le spalle alle mura e mi fermo in via Cappuccio, a pochi passi da Sant’Ambrogio: è buio e non sento nulla. C’è una finestra che si chiude, degli pneumatici che rimbalzano sul porfido a centro metri di distanza, un colpo di tosse lassù, da qualche parte.
Milano è una città estrema in tutto. Al contrario di quello che si possa pensare, lo è soprattutto nei suoi silenzi. Milano non si parla addosso. Milano è una pudica puttana, come scrissi anni fa, durante la mia prima volta letteraria. Sì, perché non basta vederla per averla.
Milano va corteggiata. Aspettata. Accarezzata. Come una donna.
Solo a quel punto ti si concede, bella come un amore che sboccia.
Milano sa essere smorfiosa.
Dicono che in città c’è poco verde, ma non è vero: è solo che il verde è inaccessibile ai più, nascosto dietro portoni invalicabili, all’interno di cortili che sanno d’antico. E badate che non è un caso, è che i milanesi sono proprio fatti così, riservati come i loro cortili.
Mai come in questo caso l’architettura rispecchia un popolo.
A questo punto la domanda sorge spontanea: chi rappresentano quelle due maledettissime piramidi alte e bianche e di ferro, così stridenti rispetto a ciò che le circonda?
Non è vero che Milano è tutto e niente.
Milano è tante cose, sempre diverse rispetto a chi le guarda e le vive. Ognuno ha la sua Milano.
Di certo, però, è una città bella, bellissima, che non si merita la mediocrità di quelle due strutture bianche e imponenti.
Anche se troppe volte lo diamo per scontato, come si fa con le persone che amiamo, questa città ha una storia millenaria che va difesa. Milano è innanzitutto questo.
Lo so, prima ho detto che non ero arrabbiato, ma ho mentito.
A tirarmi su ci penseranno le paperelle sul naviglio la domenica mattina.

