E’ disponibile da alcune settimane nelle principali librerie, edito da Cedam (Gruppo Wolters Kluwer), il nuovo volume del professor Ruben Razzante dal titolo “Informazione: Istruzioni per l’uso. Notizie, Rete e tutela della persona“, con prefazione di Giovanni Pitruzzella, Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Il volume si propone come guida in grado di fornire un quadro aggiornato delle normative, della giurisprudenza e della deontologia in materia di informazione. Nei giorni scorsi, il volume è stato presentato a Milano, in occasione di un’affollatissima conferenza.
Grazie alla capacità di contestualizzare le norme che regolano l’informazione nello scenario attuale – economico, editoriale e professionale – Razzante nel suo ultimo libro evidenzia la necessità di trovare un rinnovamento virtuoso per un’industria dell’informazione moderna e libera, sulla spinta dei cambiamenti imposti dall’evoluzione tecnologica. Ponendosi come un punto di riferimento per tutti coloro che ambiscono ad essere protagonisti nella nuova società dell’informazione, il volume esamina le profonde trasformazioni che hanno caratterizzato il mondo dei media e che si legano alla rivoluzione dell’era digitale. La predominanza della Rete in tutti i processi di trasmissione dei messaggi informativi sta infatti modificando in modo irreversibile la creazione, la distribuzione, l’accesso e il trattamento delle informazioni, impattando in modo decisivo anche sulla necessità di definire regole adeguate.
La pubblicazione si rivolge a tutti gli operatori del mondo dell’informazione e della comunicazione e ai cittadini interessati a valutare se il moltiplicarsi delle fonti di informazioni – sulla scia della rivoluzione della Rete – comporti una maggiore libertà per accedere alle notizie e diffonderle. E’ particolarmente utile, inoltre, agli aspiranti professionisti dell’informazione, che possono trovare nel volume un’analisi delle potenzialità che il mondo dell’informazione può offrire.
Ruben Razzante è Professore di diritto della comunicazione per le imprese e i media, di diritto europeo dell’informazione e della comunicazione e di diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano, e di diritto dell’informazione all’Università Lumsa di Roma. Collabora come editorialista con alcune testate italiane e ha dato alle stampe due volumi (“Giornalismo e comunicazione pubblica” e “Manuale di diritto dell’informazione e della comunicazione”). Ha inoltre redatto alcune voci dell’Enciclopedia dei saperi del giornalista e insegna ai corsi di preparazione all’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio della professione giornalistica e ai corsi di aggiornamento obbligatori per tutti i giornalisti italiani.
Gli abbiamo rivolto alcune domande sulle criticità più attuali nel mondo dell’informazione.
Professore, che ne pensa delle ultime prese di posizione del Presidente della Fieg, Maurizio Costa, circa lo strapotere dei Google nel mercato pubblicitario?
Il presidente Costa ha precisato molto efficacemente che non si tratta di una battaglia di retroguardia, bensì dell’affermazione di un principio sacrosanto. Gli editori tradizionali producono i contenuti e hanno diritto di vederli tutelati. Come il presidente Costa, sono favorevole alla Rete e al digitale, ma credo che, utilizzando contenuti editoriali di proprietà di altri, il colosso Usa dovrebbe riconoscere il diritto d’autore su di essi e pagare il giusto. Dovrebbe anche versare le tasse in Italia per la quota di profitti che realizza nel nostro Paese.
In Spagna, l’11 dicembre, Google ha chiuso, sembra definitivamente, Spagna Google News in reazione alla recente approvazione della legge sul copyright da parte del Parlamento. Quella che era stata definita “Google Tax”, in vigore dal primo gennaio, prevede un balzello che i motori di ricerca dovranno pagare agli editori, che quindi riscuoteranno una sorta di “compensazione equitativa” dagli aggregatori di contenuti, per indicizzarli. Un primo passo verso una redistribuzione degli utili nella filiera di produzione e trasmissione delle informazioni. Il compenso verrà riscosso per il diritto di citazione o di rassegna, anche se limitato a frammenti “non significativi di informazione, opinione o intrattenimento”. La mossa di Google probabilmente esacerberà i contrasti con il Parlamento e la Commissione europea a poche settimane dal voto del Parlamento Ue sulla proposta di dividere le attività commerciali da quelle del motore di ricerca. La posizione di Google sembra irremovibile: Google News non vive di pubblicità, ma anzi è un servizio “offerto” agli editori e ai propri utenti, e dunque non sarebbe nella posizione di pagare. Come dicevo prima, la Gran Bretagna ha appena annunciato una propria versione di “Google tax”, mentre in Germania è stata introdotta una legge molto simile a quella spagnola ma senza la clausola di irrinunciabilità da parte degli editori.
In Italia se n’è parlato all’epoca del governo Letta (proposta del deputato Pd, Francesco Boccia), poi più nulla. Ma questo è solo uno dei nodi da sciogliere nel mondo dell’informazione.
In che modo è cambiato il sistema dei media con l’avvento della rete?
Il sistema dei media tradizionali è contrassegnato da consolidate posizioni “impure”, stante la commistione inestricabile tra interessi editoriali e posizioni di potere economico-finanziario, imprenditoriale, pubblicitario e politico.
Peraltro, per decenni il sistema si è retto artificialmente grazie al meccanismo distorto dei finanziamenti pubblici, ad una legislazione incoerente, frastagliata e sbilanciata in favore dei soggetti dominanti e a un mercato dell’advertising “drogato”. Il lento e inesorabile crollo dei fatturati pubblicitari, la metamorfosi nelle “diete mediatiche” degli italiani, la perdita di credibilità della categoria dei giornalisti per ragioni che cercheremo di evidenziare e argomentare, hanno messo in crisi un modello di business alimentato da calcoli convenientistici anziché da strategie aziendali illuminate. E l’avvento della Rete, con l’errore fatale di alcuni editori di puntare ad erodere quote di pubblico dai media tradizionali attraverso la fornitura gratuita dei contenuti on line, ha comportato una complessiva svalutazione dei prodotti editoriali e ha spiazzato editori, giornalisti e operatori del settore.
Si è salutata l’esplosione dell’informazione on line come una conquista della democrazia, si è celebrata la bidirezionalità nei flussi informativi come la panacea di quel virus che sembrava inestirpabile e che prendeva il nome di faziosità dell’informazione. E invece si è scoperto col tempo, inesorabilmente, il rovescio della medaglia: informazioni in Rete non vagliate, giornali on line fatti da non giornalisti, cioè da soggetti non vincolati sul piano disciplinare al rispetto di opportune norme di autodisciplina, saturazione degli spazi di attenzione dell’utenza, non sempre capace di oculato discernimento nella distinzione tra notizie veritiere e notizie infondate e manipolate, sostituzione di vecchie posizioni dominanti con nuove e più avvolgenti situazioni di abnorme vantaggio sul mercato pubblicitario.
Come possono convivere libertà d’informazione e tutela dei diritti personali? Dal suo punto di vista, l’esplosione dell’informazione on line ha avuto qualche impatto sulla credibilità dell’informazione?
Le leggi stanno puntando a realizzare un efficace bilanciamento tra le garanzie della libertà d’informazione e la tutela dei diritti della personalità, in primis l’onore, la reputazione, l’immagine, la privacy, senza contare l’impervia difesa del diritto d’autore.
Il mondo dei media patisce condizionamenti di ogni tipo, a partire dai grumi di interessi che si addensano attorno agli assetti proprietari e che spesso ostacolano linearità e trasparenza nella filiera di produzione e divulgazione delle informazioni. E in Rete si materializzano progressivamente altri rischi di sospensione per la democrazia, dovuti alle posizioni gigantescamente dominanti di colossi che gestiscono una mole sconfinata di dati per finalità commerciali e che sembrano porre nell’angolo le professionalità giornalistiche.
Viaggiano on line, infatti, fiumi maestosi di notizie prodotte da semplici utenti e spacciate per informazioni attendibili e soggette a filtri di autenticazione. In realtà si tratta di notizie riversate nel mare magnum della Rete senza le dovute verifiche, con l’aggravante che esse finiscono per confondersi e apparire indistinguibili da quelle invece confezionate da giornalisti attenti a pubblicare le notizie soltanto dopo averne valutato fondatezza e rilevanza. In questo senso, la “democrazia della connessione” sconta un deficit di qualità e affidabilità assai più vistoso rispetto alla tradizionale “democrazia dell’informazione”.
Editori, direttori, giornalisti e pubblico sono avviluppati, più o meno consapevolmente, in una selva di vincoli inestricabili e di condizionamenti paralizzanti che incidono sul prodotto finale, determinando distorsioni nella democrazia dell’informazione e compromettendo il carattere pubblico e neutrale delle notizie.
Diventa indispensabile, alla luce di tali criticità, redistribuire i proventi derivanti dalla produzione e circolazione delle notizie in Rete e ridiscutere i meccanismi della filiera informativa, proprio per renderli remunerativi per tutti i soggetti coinvolti.

