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Libri & Editori
Il saggio/ Le riflessioni di Ferrari sulla storia e il futuro del "Libro"

Il 30 aprile Bollati Boringhieri pubblicherà (nella collana Sampietrini) "Libro", atteso saggio di Gian Arturo Ferrari, tra le figure più influenti e discusse dell'industria libraria italiana.

In questo volume diviso in tre parti, scritto con stile divulgativo e in cui non c'è spazio per ricordi personali (chissà, magari in futuro Ferrari scriverà anche un'autobiografia...), l'ex numero uno di Mondadori Libri ed ex presidente del Centro per il Libro non solo ripercorre la storia dell'oggetto libro e della stessa editoria, ma guarda anche al domani di questo settore in crisi. Quali saranno le sorti del libro? Soccomberà al digitale? Domande a cui però nel saggio Ferrari non dà risposte definitive.

L'APPUNTAMENTO
 

Domenica 11 maggio, alle ore 15, Gian Arturo Ferrari presenterà "Libro" al Salone di Torino (Sala Blu). Oltre all'autore sarà presente Stefano Mauri.

E se, probabilmente, l'editoria industriale così come oggi la conosciamo non ha un grande futuro davanti e si vedrà quindi costretta a cambiare (su questo punto, nella conclusione l'autore non usa giri di parole: "Non sapremo mai che fine avrebbe fatto l’editoria libraria nella sua forma industriale se fosse andata avanti così. Cioè se non fosse arrivato l’e-book. Perché la vera discontinuità dell’e-book è proprio questa, l’avere di fatto decretato la fine dell’editoria industriale: già oggi, ma sempre più domani, far libri sta diventando e sempre più diventerà una cosa molto diversa da quella che è fin qui stata..."), sempre secondo Ferrari il libro sopravvivera,  magari in nuove forme... "Non bisogna essere pessimisti sul futuro del libro. Il libro, lui stesso, è un gesto di ottimismo, di fiducia  nella volontà degli uomini di dirsi, di raccontarsi, di  raccontare quello che si è visto e scoperto".


Leggi su Affari Italiani il capitolo "Tensioni. Editori, editoriali, manager"
(© 2014 Bollati Boringhieri editore - pubblicato per gentile concessione dell'editore)

Così come i fortissimi lettori non sono sempre pozzi di scienza, ma molto spesso anziane casalinghe che leggono uno dietro l’altro romanzi rosa tutti uguali, allo stesso modo non è detto che i grandi editori siano sempre palati finissimi, o apostoli di una nuova cultura. Spesso lo sono, ma non sempre. Anche se il vecchio bucaniere dei libri, il Long John Silver dell’editoria, è un tipo umano purtroppo in via d’estinzione, tuttavia il tratto fondamentale dell’editore rimane non la cultura, ma l’istinto e la vocazione. O meglio l’occhio, il fiuto per scegliere e il gusto specifico del dar forma per pubblicare. L’editore autentico è quello che non vede lo scartafaccio che ha davanti ma il libro che sarà, già in mano a quei tali e tal altri che l’hanno comprato perché lui, l’editore, ha saputo farglielo vedere nella luce per loro più attraente. Altra cosa è il funzionario editoriale con varie denominazioni, cui abbiamo già fatto cenno, che in genere affianca l’editore come suo surrogato colto. Così fu, per citare due esempi magni, con Luigi Rusca rispetto ad Arnoldo Mondadori o con Cesare Pavese rispetto a Giulio Einaudi. Non tutti gli editoriali però erano e sono Rusca o Pavese. Con l’andar del tempo e con il declinare dell’editore, come tipo umano e come figura imprenditoriale, le case editrici finirono in mano a una generazione di editoriali tanto compunti e devoti della cultura quanto ignari, spesso orgogliosamente ignari, di gestione e di economia aziendale. Sotto la cui guida le case editrici vennero spesso a trovarsi in condizioni assai grame. Sorse allora l’alba dei manager che in una prima fase si limitarono a portare un po’ di ragionevolezza, ma in una seconda, inorgogliti e arroganti, cominciarono a chiamare i libri prodotti e i lettori clienti. Pilastro ideologico fondamentale della cultura sedicente manageriale, ma in realtà pseudo manageriale, è l’idea che si debbano fare non solo meno libri, ma più precisamente solo quelli di sicuro successo. E siccome questa idea è, come abbiamo visto, largamente popolare, si crea una santa alleanza tra persone di cosiddetto buon senso che tende a mettere all’angolo quegli sconsiderati che i libri li fanno. E che, facendoli, sanno benissimo che neanche nell’editoria libraria esiste il campo dei miracoli di pinocchiesca memoria, dove, seminando uno zecchino cresce un alberello che ne porta cinque o sei. La realtà è che i proprietari di un numero crescente di case editrici librarie non hanno un interesse primario e vitale per i libri, che considerano in parte un mobile antico e un po’ ingombrante da tenere lustro, in parte un attrezzo d’altri tempi che sarà presto superato, in parte ancora un modo antiquato di far soldi, a patto però che se ne facciano. Pochi, forse pochissimi, pensano ai libri come a una porta sul futuro, come a un mezzo insostituibile per capire quel che ci accade e quel che ci accadrà. Senza questa fiducia l’intero business dei libri perde senso, diventa una vecchia, inutile, piccola cosa affidata a praticanti senza convinzione. Il libro è sempre vissuto del contrasto tra la sua apparente esiguità e l’illimitata grandezza di quel che evocava. Se questa magia non è più sentita, se i primi a non sentirla sono quelli che dovrebbero operarla – i maghi, o supposti tali –, restano poche speranze. Senz’anima non c’è futuro.

(continua in libreria)

Gian Arturo Ferrari Libro B
 
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