di Editor Insider
(l’autrice lavora da anni nelle case editrici, mondo che racconta dall’interno con la garanzia dell’anonimato)
Sulla scia dei gettonati post apocalittici sul degrado della lettura in Italia, anche il dibattito sulla perdita di centralità del libro nella costruzione e diffusione della cultura contemporanea sta accendendo gli animi degli internauti e non. Chiaramente, ciò che preoccupa è la piega che le nuove generazioni stanno prendendo nei confronti dei modelli culturali che hanno caratterizzato la storia fino a oggi, perché non è in atto un semplice cambiamento ideologico come succede nel susseguirsi delle epoche, ma una vera e propria mutazione. Secondo l’11esimo rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione, il 90,4% degli under 30, i protagonisti dell’evoluzione digitale, è on line. L’84,4% si connette giornalmente. E per informarsi usa Facebook (il 71%), Google (65,2%) e YouTube (52,7%).
Questa nuova quotidianità in rete sta progressivamente disabituando la gente alla concentrazione, all’approfondimento, al piacere della lettura. Lo dice già nel lontano 1997 Jakob Nielsen: Come si legge sul web? Non si legge. E di lettura in rete questo signore ne sa qualcosa, tanto da averci costruito la sua fama di massima autorità sull’usabilità del web. Nielsen ha compendiato i risultati delle sue ricerche in How people read on the web; ne viene fuori che molto raramente le persone leggono le pagine web per intero; si leggono titolo, incipit e man mano che si procede, si tende a leggere solo l’inizio dei capoversi, sempre meno, fino ad abbandonare la lettura (tesi confermata da altri studi autorevoli come quelli del Poynter Institute). E questo succede a prescindere che stia navigando un nerd, un neofita o un nativo digitale.
Luca Sofri ha provocatoriamente sostenuto che “… questione centrale nella crisi dell’oggetto libro è che è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea, che invece sempre più trova luoghi di dibattito, espressione, sintesi, su internet e in formati più brevi”. Assolutamente inconfutabile, ma non generalizzerei. Per un certo genere di libri che toccano i temi dell’attualità non si può che essere d’accordo. È la rete il luogo per antonomasia dello scambio di opinioni, in cui si condividono, smentiscono, mutano, contraddicono simultaneamente. Hai voglia a fare istant book, al libro cartaceo non può appartenere né il dono dell’immediatezza, né della mutevolezza, né tantomeno della condivisione come intesa nell’era di internet. Il libro è individuale per connotazione. Si potrà poi discutere dei contenuti, ma di certo non con l’immediatezza di un tweet e soprattutto ciò che è stato scritto non verrà cambiato.
Il grande lato positivo della rete come luogo di dibattito sta proprio nella snellezza dei contenuti che dà immediatezza, non c’è dubbio, ma inevitabilmente superficialità, scarso approfondimento, anche perché l’internauta questo cerca.
Altra cosa, invece, sono i libri degni di tale nome, il bagaglio culturale di ogni nazione, di ogni epoca. Quella letteratura che ti arricchisce, che ti rende più intelligente (come provato da numerosi studi), che ti aiuta perfino a combattere lo stress (un esperimento, condotto dal neuropsicologo David Lewis dell’Università del Sussex, ha dimostrato come leggere consenta di ridurre lo stress del 68%).
L’utilizzo di internet sta disabituando alla “lettura lunga” e sta occupando gran parte del tempo libero, che potrebbe essere impiegato per la lettura, ma ciò non vuol dire che questa sia davvero la direzione univoca che si sta prendendo. Chi è abituato a leggere difficilmente si priva di questa gioia, non sostituisce un romanzo con un blog o con dei post, ma può tranquillamente affiancare alla lettura altre forme di evasione come le serie tv, i videogiochi, internet. Tutte forme di intrattenimento che possono convivere.
Alessandro Baricco, in “Barbari”, aveva inquadrato perfettamente il problema: “il cuore della faccenda è lì: il resto è solo una collezione di conseguenze: la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione, il piacere al posto della fatica. Uno smantellamento sistematico di tutto l’armamentario mentale ereditato dalla cultura ottocentesca, romantica e borghese”. Conclude, però, dicendo che non c’è mutazione che non sia governabile e che diventa importante, a questo punto, “nella grande corrente, mettere in salvo ciò che ci è caro. È un gesto difficile perché non significa, mai, metterlo in salvo dalla mutazione, ma, sempre, nella mutazione. Perché ciò che si salverà non sarà mai quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare, perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo”. Vedremo se ne saremo in grado.

