Introduzione
Siamo gli unici in Europa, insieme alla Grecia, a non aver legiferato sui diritti delle coppie dello stesso sesso. Ci è mancato il coraggio di accantonare vecchi luoghi comuni e di considerare che i pari diritti riguardano la vita di ognuno. Ci è mancato anche un libro come questo. Pagine taglienti e ironiche, che spiegano come in altri Paesi, dopo l’approvazione del matrimonio per tuffi, la famiglia tradizionale non sia stata messa in di¬scussione. Che raccontano di società ed epoche in cui l’unione tra persone dello stesso sesso era legale. E mettono a fuoco i gesti di omofobia contro i quali Se¬bastiano Mauri, e troppi italiani con lui, deve combat¬tere. Un pamphlet acuto e anche ottimista. Perché una cosa è certa: è solo questione di tempo. A scendere in piazza, a breve, saranno madri e padri, fratelli e so¬relle, amici, vicini di casa e colleghi di qualsiasi orien¬tamento affettivo. L’obiettivo è uno solo, che ognuno possa sposare la persona che ama.
L’autore
SEBASTIANO MAURI, nato nel 1972, vive e lavora come artista tra Buenos Aires e Milano. Nel 2012 ha pubblicato per Rizzoli Goditi il problema, ora disponibile in Bur.
Il giorno più felice della mia vita
di Sebastiano Mauri
187 pagg 12 Euro
Estratto del primo capitolo
A testa in giù
«La storia della sorpresa è perché se avessi saputo dove andiamo avrei detto di no, vero?»
«Nient’affatto. Il posto ti piacerà molto.» «Ecco, stai chiaramente raccontando palle.»
«Ma no, giuro.»
«Se è un’altra delle tue fregature, me la paghi.»
«Ma quando mai ti ho dato una frega-tura?»
«Vediamo: la megaoffertona ad Amster-dam rivelatasi un postribolo.»
«Se ci siamo divertiti un sacco…»
«Ti sei divertito anche nel B&B a Tulum a gettare fuori dalla finestra i granchi giganti che fuoriuscivano dal water?»
«Ma se Tulum l’hai scelto tu!»
«Ma non il B&B.»
«Comunque, a posteriori, mi sono diver-tito anche lì.»
«A posteriori, anche i funerali hanno un loro charme.»
A pochi chilometri dalla meta sono costretto a fermarmi e a ricorrere a una benda per non rovinare la sorpresa. Il pro-montorio si vede da lontano, e in un solo sguardo capirebbe tutto.
La cosa non piace affatto a Roccia. Quat-tro chili e mezzo di cattivo umore e ispido pelo bianco contrastato da due macchie nere sugli occhi che la fanno sembrare un membro della Banda Bassotti, Roccia è la sua inseparabile bastardina.
Mi guarda brutto. Io la ignoro, sono certo che presto mi ringrazierà anche lei.
Parcheggiamo la macchina alla base della scalinata, tra i cespugli di oleandro.
Prendiamo i bagagli leggeri, ho insistito che avremmo trovato tutto lì.
Neanche a un terzo della scalinata inizia-no le lamentele.
«È talmente massacrante il tragitto, che una volta arrivati qualunque posto andrà bene.»
«Non sono certo io… lo sportivo tra noi due, e io… ce la faccio… benissimo» mento spudoratamente.
Siamo quasi in cima, ormai sudati fradici.
«Senti, faccio il doppio della fatica a salire senza vedere niente, fammi almeno togliere la benda.»
«Mancano quattro, tre, due… siamo arrivati, puoi guardare.»
Snodo la benda e mi godo la sua sorpresa.
È senza parole, fissa la cartolina davanti ai nostri occhi riprendendo fiato, e mi appoggia una mano sulla spalla.
«È meraviglioso.»
Sembra photoshoppato, ma è proprio li, il suo sogno d’infanzia: un antico faro bian¬co, alle sue spalle le colline toscane, di fron¬te il mare, a strapiombo.
Me ne aveva parlato subito dopo aver fatto l’amore per la prima volta.
«Era dismesso da anni e recentemente l’hanno reso abitabile. Dài che ti faccio vedere.»
Anche Roccia è entusiasta, corre a spirale per il prato, poi scompare nell’erba, per ricomparire saltellando, le miniorecchie sollevate, e la bocca tirata in un sorriso.
Da qui si domina tutta la costa, che si dispiega sinuosa ai nostri piedi.
«Ti amo.»
«Anch’io, bestiaccia.»
La mattina ci svegliamo per le leccate di Roccia.
Io balzo in piedi e vado ad allestire il brunch giapponese che mi chiede sempre e non gli faccio mai.
Il bucolico idillio continua per il resto della giornata.
La sera, mentre si fa la doccia, preparo l’aperitivo in giardino.
Voglio sfoderare l’anello prima di cena, non riesco più ad aspettare, e poi tutto è già perfetto: tra poco inizia il tramonto e, con il riflesso dorato del sole, farò la mia proposta, in ginocchio, scatoletta in mano, comme il faut.
Il sole sta per calare e manco a farlo apposta il prato è invaso da minuscole far-falle giallonere. Roccia le insegue frenetica, ma senza risultati, le farfalle si beffano facil-mente di lei svolazzando appena fuori dal suo (minimo) raggio di portata.
Arriva che guardo il mare, con aria distrat¬ta, come se avessi trovato tutto li per caso.
Ok, manca solo il Negroni sbagliato e direi che siamo pronti.
Ne verso due bicchieroni, mi tremano un po’ le mani.
Non proprio per coincidenza, Nina Simone canta di noi, dallo stereo strategica-mente posto in veranda.
Birds flying high, you know how I feel. Sun in the sky, you know how I feel. Breeze driftin’ on by, you know how I feel.
Roccia corre verso di me e appoggia le
sue zampine anteriori alla mia coscia. «È il momento» sembra volermi dire. Oppure punta al salmone.
Inspiro fino a che non entra più aria da nessuna parte, come quando da piccolo mi obbligavo a tuffarmi dagli scogli alti per non fare la figura del cagasotto con i miei amici.
Tutto quell’ossigeno mi dà alla testa, le gambe si fanno molli. Mi appoggio allo schienale.
«Tutto bene?»
«Sì, sì.»
«Sei molto pallido.»
«No, davvero, non potrei star meglio.» «Anch’io.»
Si alza e mi bacia. Roccia abbaia gelosa, come fa sempre quando ci abbracciamo. Ridiamo, senza smettere di baciarci.
Ormai il sole tocca l’orizzonte, è d’oro puro.
It’s a new dawn.
It’s a new day.
It’s a new life, for me. And I’m feeling good.
Non credo che esisterà mai momento più propizio.
Sorrido e finalmente mi inginocchio. Non c’è più ritorno ormai, lo capisco non appena panico, sorpresa e meraviglia guiz-zano nei suoi occhi in un rapido susseguirsi.
Metto la mano in tasca, tiro fuori la sca-tolina blu notte, la apro lentamente e lascio che lo zaffiro riceva i raggi del sole.
«È uno scherzo?»
«Direi proprio di no.»
Ride, mostrando i suoi denti bianchissi-mi e così allineati che mi danno voglia di farci una collana. Sono già più rilassato, rido anch’io, ma non è finita.
Mi schiarisco la voce.
«Mattia, vuoi tu…»
E a questo punto, Dio smette di occu-parsi della pace in Medio Oriente, la pro-stituzione in Thailandia e la denutrizione in Africa per interferire con i miei piani.
Un urlo atroce si sovrappone alla voce di Nina Simone.
Sembra la voce di una bambina. Mattia e io ci giriamo di scatto.
Mi esce un gemito d’incredulità, i musco¬li si accartocciano per l’orrore: è Roccia, che strilla terrorizzata mentre si alza sem¬pre più in alto nel cielo.

