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Fandango Libri, Desiati si dimette
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LA TRAMA – «L’amore per crescere ha bisogno di muri, proprio come l’edera.» Nonna Comasia ha insegnato questo a Francesco, detto Veleno, e lui lo ricorda ogni giorno. Timido e solitario, fino ai quattordici anni è vissuto immaginando vite eroiche e ammirando i coetanei più intraprendenti. Il suo universo quotidiano, nel paese pugliese dove vive, è quello della scuola, con regole e muri che sembrano fatti per essere invalicabili, non certo per nascondere gioie proibite. Fino all’incontro con Donatella Telesca, professoressa di Educazione tecnica. Lei ha il doppio degli anni di Veleno, eppure veste in modo più simile a lui e ai suoi amici Mimmo e Nappi che alle altre insegnanti. Ha la pelle candida, ma nasconde un’ombra che agisce come una calamita sui suoi giovani allievi: somiglia forse a quella che abita ogni adolescenza, presto dimenticata negli anni in cui si cresce e si impara a adeguarsi alle leggi del mondo. La Telesca siede tra i banchi, ascolta i ragazzi, li guarda come nessuno ha mai fatto prima. Nasce un’attrazione irresistibile, destinata a essere scoperta nel clamore dello scandalo. Un’attrazione imperdonabile, interrotta con la massima violenza. Per ristabilire l’ordine ognuno deve essere rimesso nella casella che gli spetta: Nappi, Mimmo e Veleno, ragazzi plagiati da raddrizzare e “reinserire”; Donatella, la plagiatrice da punire. Veleno scopre allora una solitudine più profonda, l’isolamento di chi supera la linea d’ombra dei sentimenti leciti, e contro la famiglia, contro la norma che gli impedisce di amare, costruisce il suo onore, il futuro, la sua legge che non umilia né separa. Veleno saprà aspettare, costruirà tutto intorno al silenzio dell’attesa, e con gli occhi rinnovati dal desiderio si accorgerà di essere circondato da amori che sono tali proprio perché proibiti – l’amore eterno di Comasia per il nonno disperso in guerra, quello impossibile tra Walter, paralizzato dopo un incidente, e la bellissima Azzurra, la carnale devozione dei paesani al culto dell’Addolorata…

L’AUTORE – Mario Desiati è nato a Locorotondo ed è cresciuto a Martina Franca. Dopo la laurea in Giurisprudenza ha lavorato in uno studio legale e pubblicato saggi sulla responsabilità civile. Nel 2003 si è trasferito a Roma, dove è stato caporedattore della rivista Nuovi Argomenti. Dal 2008 fino ad oggi si è occupato della direzione editoriale di Fandango Libri. Ha pubblicato la raccolta di poesie Le luci gialle della contraerea (Lietocolle, 2004) ed è fra i poeti rappresentati nell’antologia Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004). Come narratore ha esordito nel 2003 con Neppure quando è notte (peQuod), ha pubblicato in seguito Vita precaria e amore eterno (Mondadori, 2006), Il paese delle spose infelici (2008) da cui è stato tratto l’omonimo film, Foto di classe. U uagnon se n’asciot (Laterza, 2009) ha curato l’antologia A occhi aperti (2008). Con Ternitti (2010) è stato finalista al Premio Strega.
LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN BREVE CAPITOLO
(per gentile concessione dell’editore)
(…)
Eravamo innamorati dell’insegnante di Educazione artistica. La prima volta che era entrata in classe ci aveva folgorati. Sembrava uscita dalla televisione, si portava addosso una cornice variopinta, simile alle donne che comparivano nel pomeriggio di Canale 5. Si chiamava Tricarico. Professoressa Tricarico. Aveva ricci biondi che le cadevano a cascata sulle spalle, la pelle tendeva al colore della concia, ma la sensibilità era quella dell’epidermide color latte. Quando portava al collo monili più pesanti, collane di avventurine o lapislazzuli, la pelle le si arrossava. Aveva sempre i tacchi e tailleur color pastello che alternava a un vestito giallo a balze. Passavo le ore a guardarle le gambe. Nappi e Mimmo si erano addirittura toccati in classe, un giorno. O almeno così avevano detto per alimentare la loro autorevolezza. Il sogno della mia vita era fare l’amore con la Tricarico. A volte, prima di addormentarmi, pensavo di stringerla forte a me, mettere la testa tra le sue gambe e respirare l’odore del nylon delle calze, e poi sentire un fragore che veniva da un impensabile e unico centro inattingibile, lontanissimo da noi – il nucleo della fascinazione tricarichiana. Ma la professoressa era un monumento di indifferenza, non ricambiava i nostri sorrisi, non ci dava alcuna soddisfazione, non rispondeva ai nostri sguardi rapiti. Era lì che parlava di acquerelli e disegni a tempera, si sporcava le mani con il rosso, il cobalto e il granata dei tubetti, ma imperterrita non voleva ricambiare il nostro amore. Una mattina, una di quelle mani inzaccherate di colori si posò sul mio banco. Le dita lunghe, ricoperte di anelli d’oro, lasciarono una scia arancione. Per giorni non ebbi cuore di mettere i miei libri dove si erano appoggiate le mani della professoressa Tricarico. Anche se i bidelli vi avevano ormai passato lo straccio, non volli infrangere l’incantesimo. L’incantesimo si è poi rotto, come voi giurati oggi sapete.
(continua in libreria)
