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L’Almanacco Guanda/ La bugia, un’arte italiana…

“La bugia. Un’arte italiana: imbrogli privati, menzogne politiche”. Torna in libreria l’Almanacco Guanda a cura di Ranieri Polese, quest’anno dedicato a un tema attualissimo, essendo il nostro (anche) il Paese dei Pinocchio… – SU AFFARITALIANI.IT L’INTRODUZIONE DEL CURATORE
Pinocchio

 

Guanda

L’ALMANACCO 2013

Non c’è dubbio: gli italiani mentono, nella vita pubblica e nel privato. La politica ha ovviamente il primo piano: con Berlusconi, senza dubbio, ma anche con tanti altri. È il sistema delle promesse elettorali, ma anche la messa in circolo di notizie non vere soprattutto ai danni degli avversari. Si mente, in Italia, in materia economica, bugie piccole e grandi, dichiarazioni dei redditi infedeli, ma anche operazioni finanziarie di grosso calibro basate su dati fasulli. Perché e da dove viene questa disposizione a mentire? E perché gli italiani mostrano grande tolleranza verso i bugiardi (politici menzogneri vengono rieletti regolarmente)? Si cerca nella storia della nostra cultura e dell’educazione religiosa (nei Paesi protestanti, il solo fatto di mentire costringe i politici a dimettersi), negli spettacoli (la Commedia italiana del nostro cinema degli anni Cinquanta e Settanta), nelle canzoni e persino nei sondaggi dove, come risulta dalle ultime consultazioni, gli elettori hanno fatto dichiarazioni di voti poi smentite dai risultati.

HANNO COLLABORATO: SILVIA BALLESTRA, ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI, MARZIO BREDA, CARLO ALBERTO BRIOSCHI, FRANCESCO MARGIOTTA BROGLIO, LUCIANO CANFORA, CLAUDIO CARABBA, FRANCO CARDINI, PIERO COLAPRICO, PAOLO DI PAOLO, SEVERINO DIANICH, LEOPOLDO FABIANI, LUCA MASTRANTONIO, MARCO MISSIROLI, TOMMASO PELLIZZARI, FERRUCCIO PINOTTI, RANIERI POLESE, PAOLO POLI, ANDREA SALVATICI, GUIDO SCARABOTTOLO E DANILO TAINO

 

L’ARCHIVIO

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LA VERITÀ CI FA MALE, LO SAI…

 

DI RANIERI POLESE

 

Nel paese di Pinocchio, le bugie hanno il loro castigo: è la Fata che fa crescere il naso al burattino per insegnargli a non mentire. In Italia, invece, le cose non funzionano così. Qui non solo si dicono le bugie, come dappertutto, ma anche si ha una grande tolleranza per i bugiardi. «Ovunque i politici mentono» scrive Leopoldo Fabiani, «ma da noi non pagano pegno.» Negli altri paesi, se un uomo politico mente e viene scoperto, deve dimettersi. Succede in Germania, per esempio, che nel giro di pochi mesi ha visto lasciare il proprio posto il ministro della Difesa e addirittura il presidente della Repubblica (il primo perché aveva copiato la tesi di laurea, il secondo per conti di alberghi pagati, quando era governatore della Bassa Sassonia, da imprenditori amici: entrambi, di fronte alle contestazioni, avevano negato mentendo). In Italia, invece, sembra che più plateali sono le bugie e maggior favore il politico in questione riscuote presso il proprio elettorato. Il caso di Berlusconi è sotto gli occhi di tutti, dalle iperboliche promesse elettorali mai mantenute fino all’affaire Ruby, la ragazza marocchina spacciata per la nipote di Mubarak. Ma va segnalata la svolta avvenuta dopo la sentenza della Cassazione sul processo Mediaset: da parte berlusconiana si è usato un nuovo linguaggio che consente di non dire la verità. Anzi, di stravolgerla completamente ai fini di una complessa contrattazione-ricatto («senza un ’segnale’ del presidente Napolitano cade il governo») e insieme di un richiamo al popolo dei suoi elettori per convincerlo che lui, il Cavaliere, è ancora una volta vittima di persecuzioni e complotti. I termini impiegati sono: agibilità politica, pacificazione, clemenza, questione di democrazia. (Non mancano comunque anche parole dure, come tribunale speciale e plotone di esecuzione.) Insomma, dopo le bugie del milione di posti di lavoro e delle «cene eleganti» siamo arrivati ai giochi di parole, al dire le cose in altri termini. Ma non certo per il gusto innocente di chi si cimenta in enigmistica e sciarade. Proprio no. Forte, a suo dire, dell’essere stato scelto dal popolo e perciò «unto del Signore», Berlusconi ha sempre evitato di rispondere a domande scomode. Colpa – scrive Piero Colaprico – anche di un’opposizione e di un giornalismo addomesticati. Ma poi, racconta Colaprico, grazie a Giuseppe D’Avanzo, con le Dieci domande su Noemi Letizia e poi le Dieci bugie su Ruby, «Repubblica» ha fatto diventare le reticenze, le versioni false e contraddittorie del Cavaliere un fatto politico di rilevanza nazionale. Anzi, internazionale.

La menzogna si presta a un cinico uso strumentale quando mezzi d’informazione più o meno vicini a una parte politica pubblicano notizie non adeguatamente verificate o addirittura false per distruggere uno o più esponenti della parte avversa. È la cosiddetta macchina del fango. Il nome, ricorda Ferruccio Pinotti, nacque a proposito dell’inchiesta su Telekom Serbia, quando si diffusero false prove di tangenti pagate a Romano Prodi e a Lamberto Dini. Da allora, molti altri capitoli si sono aggiunti: Boffo, Marrazzo, Fini, la telefonata Fassino-Consorte sull’acquisto di Unipol (ma anche, scrive sempre Pinotti, la puntata di Report in cui si attribuiva a Di Pietro la proprietà di un numero di case esagerato e inesatto, o i recentissimi massacri via web dei grillini disobbedienti). Al punto che oggi «stabilire i limiti tra doveroso giornalismo d’inchiesta, diritto di critica e uso deviato (o politico) dell’informazione è divenuto sempre più difficile». La menzogna, comunque, può essere anche retroattiva, quando cioè dà una versione accomodata o totalmente falsata del passato più o meno recente: è il caso dell’Italia governata per cinquant’anni dai comunisti, fino a quando non arrivò Berlusconi. (Efficace la parodia di questa storia reinventata nel romanzo di Maurizio Bettini, Con l’obbligo di Sanremo: in un’Italia nemmen troppo lontana e diversa da quella in cui viviamo, la tv, unica fonte di acculturazione e «verità», trasmette a ritmo continuo Don Camillo e l’onorevole Peppone perché tutti sappiano che ci fu davvero il governo dei comunisti.) Come difendersi? Luca Mastrantonio ci parla di un sito italiano, Pagella Politica, nato sull’onda del fact-checking anglosassone e che censisce tutte le bugie dei politici italiani (il record di «pinocchiate» spetta a Grillo e Berlusconi). Danilo Taino, invece, spiega come dopo i casi di clamorose truffe a ricchi investitori (Bernard Madoff in America, Gianfranco Lande in Italia) siano usciti articoli e libri di consigli utili per non venire fregati. (Ci sono anche tre ex agenti della Cia che insegnano come «smascherare bugie e inganni» in amore, affari, famiglia, nel libro Non puoi mentirmi.)

Una propensione a mentire endemica sembra abitare il popolo italiano, fino al punto di far registrare, nell’ultima tornata elettorale, un singolare e macroscopico scarto fra le «intenzioni di voto» e i reali risultati. Cosa che ha incrinato la fiducia nel sistema dei sondaggi. Considerata, inoltre, la tolleranza (se non la simpatia) per i bugiardi, si tende a credere che la bugia sia uno dei caratteri nazionali italiani. Forse, si dice, perché siamo un popolo abituato a recitare («Senza bugia, niente romanzi e niente commedie» afferma Paolo Poli), come notavano i viaggiatori del Grand Tour; e forse è qui la ragione per cui i due politici più popolari oggi sono Berlusconi e Grillo, fortemente legati al registro comico. Ma ha una sfumatura comico-spettacolare anche Oscar Giannino, che non contento di millantare vari titoli accademici, si è pure inventata una partecipazione da bambino allo Zecchino d’Oro. (Un segno, secondo Carlo Alberto Brioschi, della decadenza dell’arte di mentire.) Volendo indagare nel passato più o meno recente l’origine di questo carattere nazionale, incontriamo diverse opinioni. L’abitudine alla menzogna, per alcuni, sarebbe un portato della morale cattolica (i paesi della Riforma non ce l’hanno). Ma il teologo don Severino Dianich smonta questa accusa: nonostante la sofisticata casistica elaborata dal Cinquecento in poi, la menzogna è e rimane un peccato grave. Sarebbe invece da chiamare in causa un debole, scarso senso civico, frutto probabilmente del modo in cui è nato lo Stato unitario. Ciò non toglie, parlando della Chiesa cattolica, che uno dei suoi documenti più controversi, il Sillabo di Pio ix (1864), esaminato da Francesco Margiotta Broglio, si riveli solo una raccolta di falsità usate dal Vaticano per condannare senza appello tutta la civiltà moderna. Altri commentatori citano la lezione di Machiavelli e in particolare il capitolo xviii del Principe («In che modo i Principi debbino osservare la fede»), ma lo storico Franco Cardini mostra quanto l’idea di attribuire al Segretario fiorentino la responsabilità delle nostre bugie sia poco attendibile. Bugie più amabili e meno pericolose si affollano nel nostro cinema (Claudio Carabba), dato che la grande stagione della commedia all’italiana – Risi, Monicelli, Steno, Comencini, Scola – senza inganni, imbrogli, tradimenti non avrebbe avuto di che vivere. Anche le canzoni ci raccontano un paradiso di bugie, seppure con una singolare visione distorta dei ruoli: qui sono sempre le donne a mentire e gli uomini sono le povere vittime che piangono e si lamentano. E la verità latita pure nelle lettere ai giornali (Isabella Bossi Fedrigotti). Meno innocenti, ahimè, sono le bugie dello sport (Tommaso Pellizzari), non solo per gli interessi economici in campo, ma anche e soprattutto – il caso Pantani e non solo – perché qui è a rischio la salute e la vita stessa degli atleti.

(continua in libreria)