LA TRAMA – Notte sulla tangenziale di Napoli. Un camion esce all’improvviso dalla sua corsia, schiaccia un’auto contro il guardrail e si allontana. Un morto: Andrea Rispoli, scrittore. Colpo di sonno del camionista? Il commissario Alberto Malinconico (lo abbiamo già incontrato ragazzo nel romanzo Il passato davanti a noi, 2006), fresco di trasferimento alla Mobile, ne dubita: troppo strana la dinamica dell’incidente. Ma perché uccidere uno scrittore? Nei giorni seguenti, il rebus di quella morte si arricchisce di nuovi elementi: una vedova pericolosamente bella, un libro mai pubblicato, un misterioso informatore, un boss evaso… Percorrendo le strade di Scampia, tra malavitosi ripuliti, bellissimi transessuali ed elusivi colleghi dell’antidroga, Malinconico indaga e scopre che Rispoli si era messo sulle tracce di una storia troppo vera. Tanto che la sua indagine viene bruscamente interrotta dalle alte sfere, con una trasferta messicana alquanto sospetta. In questo romanzo dalle atmosfere noir, un Alberto Malinconico con qualche anno in più e molto più disilluso affronta la sua prima avventura da commissario, tra il mondo della camorra e quello dei Servizi segreti, che lo porterà fino a Città del Messico. Sullo sfondo, la storia della fatica di un amore, quello con Lidia, e della conquista di una nuova maturità, in una Napoli dai colori accesi, quasi una co-protagonista indolente e mortale, incapace di giustizia e intrisa di bellezza.
L’AUTORE – Bruno Arpaia è nato nel 1957 a Ottaviano, in provincia di Napoli. Romanziere, giornalista, consulente editoriale e traduttore di letteratura spagnola e latinoamericana, per Guanda ha pubblicato: Tempo perso (Premio Hammett Italia 1997), L’angelo della storia (Premio Selezione Campiello 2001, Premio Alassio Centolibri – Un autore per l’Europa 2001), Il passato davanti a noi (Premio Napoli e Premio Letterario Giovanni Comisso 2006), Per una sinistra reazionaria, L’energia del vuoto (finalista al Premio Strega e vincitore del Premio Merck Serono), La cultura si mangia!, scritto con Pietro Greco, L’avventura di scrivere romanzi, scritto con Javier Cercas, oltre a una conversazione con Luis Sepúlveda, Raccontare, resistere.

LEGGI SU AFFARI ITALIANI IL PRIMO CAPITOLO
(per gentile concessione di Guanda)
Alle cinque del mattino, dovevo ancora scrivere il maledetto rapporto. Oltre il vetro della finestra, nel vuoto tra i due palazzi di fronte, la linea dell’orizzonte cominciava a schiarirsi, svelando i profili dei container e delle gru addormentate sul porto, la « Forrestal » alla fonda in mezzo al golfo, il primo tram che sferragliava nel silenzio per via Marina verso la galleria del Chiatamone. Prima di andare in bagno, chiesi al piantone di portarmi un caffè. Davanti allo specchio, mi aggiustai la camicia nei pantaloni e strinsi il nodo della cravatta. Com’ero ridotto: avevo la barba lunga, gli occhi stanchi e quasi incapaci di pensare.
Avevo passato la notte sulla tangenziale, all’altezza dell’uscita dell’Arenella. Con la volante di servizio, avevamo risalito sulla corsia d’emergenza la lunga fila delle auto bloccate, mentre nel cielo scuro le luci azzurre delle nostre macchine si confondevano con i guizzi dei lampi lontani. Era stata la Stradale ad avvisarci, perché qualcosa in quell’incidente non quadrava: senza nessuna ragione, un camion si era improvvisamente spostato sulla corsia di sinistra, stringendo un’auto contro il guardrail. Dopo l’urto, era rientrato nella propria corsia e si era allontanato. Nessuno era riuscito a leggere la targa e adesso quel camion sembrava essersi sciolto nella massa scura e appiccicosa della città. Al telefono, il sovrintendente Dazzi mi aveva detto che gli pareva improbabile un colpo di sonno del camionista: sul selciato, qualche metro prima dello scontro, c’erano i segni di una sterzata decisa. Era una seccatura. Per questo, tra i funzionari di servizio, avevano mandato proprio me.
Eravamo arrivati sul posto insieme all’ambulanza e al giudice istruttore. Lui aveva troppo sonno per pensare al lavoro, e io ero troppo impressionato per riuscire a pensare. A una decina di metri di distanza dall’auto, oltre le lamiere e le gomme disseminate qua e là, la fibbia di una scarpa scompagnata, chiusa in un cerchio tracciato col gesso, friggeva alla luce di un faro. Per terra, sotto un lenzuolo bianco che avevo appena fatto finta di sollevare, c’era il cadavere di un uomo. Il mio primo morto. E tutto per colpa di Sallustro: erano solo due giorni che mi avevano trasferito alla Mobile e già mi aveva chiesto di sostituirlo perché la moglie doveva sottoporsi a una piccola operazione… Così aveva detto. Non me l’ero sentita di rifiutare, anche se non sapevo ancora nulla del nuovo lavoro. Avevo sperato in una notte tranquilla, e invece mi ero ritrovato al freddo, in un viavai di appuntati, marescialli, giudici e infermieri che sembravano tutti aspettare le mie decisioni. E poi c’era lui, Andrea Rispoli, quel povero cristo sotto il lenzuolo. Aveva il torace sfondato e dall’addome lacerato si erano riversati fuori gli intestini: me l’ero fatto dire dal medico legale perché non avevo avuto il coraggio di guardare. Il puzzo era già insopportabile, e poi non avrei potuto fissare ancora quegli occhi. Mi ricordavano mio padre nella bara, con il naso affilato, il colorito cereo, una palpebra ribelle che non voleva chiudersi, e la lingua inerte, di traverso nella bocca socchiusa.
« Allora, Malinconico, se la sbriga lei? »
« Sì, giudice. Vada a letto tranquillo. »
L’avevo detto d’istinto, senza pensarci su, come intuendo che era l’unica risposta possibile. Quando era arrivata la vedova, mi ero sentito perduto. A occhio, nella confusione e nel buio, mi era sembrata una bellissima donna. Per la fretta, doveva aver messo su un giacchettino scuro, poco adatto alla temperatura, che le metteva in mostra tutto il bendidio. Ma io pensavo al suo pianto, alle sue urla contro di me quando non avevo voluto lasciarle sollevare completamente il lenzuolo. Avevo dovuto afferrarla per le braccia per impedirle di salire a forza sull’ambulanza. Poi avevo cercato un tono calmo e suasivo per convincerla a farsi accompagnare all’obitorio da un agente.
Quando il carro attrezzi aveva finalmente sgomberato la strada, eravamo restati per un po’ a sorvegliare il lento defluire della coda, la malinconica processione di tutti quei fanalini rossi tristemente intruppati. Alla fine, il sovrintendente Lo Vito mi aveva guardato speranzoso.
« Commissa’, ce ne andiamo? »
Gli era bastato un vago cenno d’assenso, concesso di malavoglia, per saltare sull’auto e accendere il motore. In venti minuti eravamo di nuovo in questura. Adesso il piantone mi stava portando il caffè e io faticavo a guardarmi nello specchio del bagno. Più di tutto, mi disturbava l’idea di dover tornare in ufficio a scrivere quell’inutile rapporto. Ma tornai: dissi a Lo Vito di interrogare lui i due testimoni e mi sedetti alla scrivania. Accesi una sigaretta, l’ennesima. Ormai avevo perso il conto. Del resto, non era la notte ideale per tentare di fumare di meno. Nei fogli che avevo davanti c’erano solo tre o quattro nomi, accerchiati da una moltitudine di disegnini geometrici. Rispoli Andrea, nato ad Alessandria eccetera eccetera, di professione traduttore e scrittore, coniugato con Bastidas Micaela, nata in Perú, fisioterapista; poi i due testimoni che eravamo riusciti a trovare e il numero di targa della sua macchina, quella, ormai completamente sfasciata, che adesso era giù in cortile in attesa di ulteriori accertamenti. Sospirai a fondo e cominciai a battere sui tasti, mentre falde di fumo lento già passeggiavano attorno alla luce della lampada, proiettando tenui ombre sulle pareti male imbiancate, sulle macchie di umidità scolorite. Un quarto d’ora dopo, Lo Vito rientrò per riferirmi le inutili testimonianze dei due disgraziati che avevano solo avuto la sfortuna di trovarsi sulla tangenziale poco dietro quel camion. Aggiunsi un paio di frasi al rapporto, lo rilessi in fretta e tirai fuori il foglio dal rullo. Firmai e lo consegnai al sottufficiale di servizio. Le sei e venti, un’ottima ora per mettere fine alla giornata.
Per le strade deserte, la notte stava diventando giorno senza smettere di essere notte. Camminavo piano, stancamente, per via Nardones, lasciando che i pensieri scivolassero via senza rimedio lungo gli scolatoi della memoria, svaporassero nella pioggerellina impalpabile raccolta attorno alla luce dei lampioni di piazza Plebiscito. Finalmente a casa, provai a chiudere le tende per riuscire a dormire, ma restai per molto tempo in un’attesa sorda, assorto in quell’alba smorta che s’intrufolava tra le stecche della persiana, che non si decideva a finire.
Quando mi svegliai, mi trattenni a letto ad ascoltare l’acqua che gorgogliava dai tetti giù per la grondaia,la pioggia che batteva sui vetri con un formicolio irregolare. Era il mio giorno libero e volevo godermelo. Qualcuno, in ufficio, avrebbe interrogato la vedova, mentre io me ne sarei rimasto lì, in un filo di luce, contento di essermi scavato una nicchia in cui potevo esistere il meno possibile, in cui mi pareva di poter scomparire. Non volevo pensare a Rispoli, a quella palpebra semichiusa, a quella lingua arrotolata di traverso, ai due testimoni che confermavano di avere visto il camion sterzare di scatto sulla sinistra, come per un colpo di sonno, ma poi riguadagnare la sua corsia con grande calma, senza nessun soprassalto. Invece Lidia entrò in casa come un monsone, con la stessa violenza e la stessa prevedibilità. Rimpiansi di averle concesso troppa intimità; da un paio d’anni, ci eravamo perfino scambiati le chiavi di casa. Facendo attenzione a non risparmiarmi nemmeno uno strepito, spalancò la porta, tirò su le persiane del soggiorno e andò in cucina a preparare il caffè.
« Buongiorno » disse aprendo le tende della stanza da letto. Un chiarore sporco mi fulminò gli occhi, mentre il tintinnio del cucchiaino nella tazza fumante mi rimestava in testa picchiando come uno scalpello. Non avevo la forza di dirle di smetterla, di fare un poco più piano. E lei ne approfittò per rimproverarmi.
« Commissario, commissario… » mi sussurrò all’orecchio. Quando mi amava molto, le piaceva chiamarmi a quel modo. « Ti sembra l’ora di dormire? »
Mentre mi baciava, pensai se non fosse il caso di dirle che avrei voluto restare da solo. Scartai subito l’idea. Era un pensiero troppo triste, troppo violento, che lei, dopo così tanti anni, non avrebbe ancora saputo capire. Con un movimento leggero, Lidia si tolse la gonna e s’infilò vicino a me sotto le coperte. Aveva smesso di piovere, ma nel cielo non si era aperto neanche uno spiraglio d’azzurro. Come avrei voluto restare in silenzio, immobile, zitto e tranquillo, ad assistere a quello che stava per accadere, Lidia che mi guardava con gli occhi lucidi, mi baciava sul collo, inarcava la schiena e mi saliva addosso a cavalcioni…
Il campanile della chiesa vicina batté le tre, poi le quattro. Abbracciandola, non trovai nulla da dire, nemmeno una bugia. Finsi di interessarmi alle nuvole che si addensavano contro il cielo stanco, in una sfilza di matasse opache.
« Che hai? » chiese lei.
« Niente, ho ancora sonno. »
Chiusi gli occhi, pregustando il momento in cui sarei stato davvero solo, nel silenzio della casa. Allora Lidia si alzò e si rivestì.
« Ora vado » disse, guardandomi con intenzione. Aspettò qualche secondo che le chiedessi di restare, poi uscì dalla stanza a testa bassa.
« Ti telefono » le gridai, in preda a vaghi rimorsi. Le finestre si fecero d’improvviso più luminose, rischiarate dalla luce dei lampioni. Già così tardi. Il cielo, impassibile, si richiuse sopra una falce di luna.
(continua in libreria)
