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L’evoluzione dell’asset management durante la crisi

L’evoluzione dell’asset management durante la crisi
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La crisi finanziaria ha profondamente modificato l’industria del risparmio gestito e del private banking. Per promuovere la diffusione delle best practices è nata la pubblicazione “L’evoluzione dell’asset management durante la crisi: lesson learnt”

La crisi finanziaria ha profondamente modificato l’industria del risparmio gestito e del private banking, in Italia come nel resto del mondo. Da una parte sono progressivamente cambiate le ‘regole del gioco’ e il contesto istituzionale, con l’obiettivo di offrire una protezione sempre maggiore per gli investitori, dall’altra sono state messe in discussione certezze e consuetudini affermate nelle tecniche di selezione dei portafogli e nei livello di servizio ai clienti.

Con l’obiettivo di promuovere la diffusione delle best practices e lo scambio di competenze tra i vari attori dell’industria dell’asset management è nata la pubblicazione “L’evoluzione dell’asset management durante la crisi: lesson learnt” (edita da Mcgraw Hill), realizzata da Giancarlo Giudici e da Fabio Marchetto e presentata questa mattina in occasione di un convegno, alla presenza di oltre duecento top managers dell’industria dell’asset management e alcuni Amministratori Delegati.

L’opera rappresenta la seconda “lesson learnt” dalla crisi, in quanto gli autori nel 2013 hanno pubblicato un volume sul tema della gestione dei rischi, con il contributo di diversi esperti di settore.

I temi spaziano dai fondi comuni alle gestioni patrimoniali, dagli ETF agli investimenti ‘alternativi’ con l’obiettivo di individuare modelli interpretativi e indicazioni pratiche su come l’industria dell’asset management possa superare il momento di crisi e trarne nuovo slancio per affrontare le sfide del futuro.

Nella realizzazione dell’opera sono stati coinvolti oltre 35 professionisti specializzati di settore, che hanno spiegato i concetti chiave della loro attività con un linguaggio chiaro, semplice e comprensibile anche ai lettori meno “tecnici” ma curiosi di capire meglio le tecniche chiave nella gestione dei loro patrimoni.

Anthilia, BlackRock, Crif, Diamond Private Investment, FourPartners e Pioneer Investments hanno partecipato attivamente alla realizzazione e/o presentazione dell’opera, autorizzando in alcuni casi la pubblicazione di casi di studio reali e collaborando a un progetto di diffusione della cultura del risparmio a beneficio dell’intero sistema italiano.

“Con questa iniziativa – commentano gli autori Marchetto e Giudici – abbiamo voluto fare qualcosa di concreto, attirando l’attenzione su importanti temi di discussione. Il nostro lavoro ha raccolto crescente partecipazione da parte sia dei professionisti di settore sia da parte dalle aziende che ringraziamo per il contributo, per le parti di storia realmente “vissuta” e per il sostegno dell’iniziativa in qualità di supporters”. Parte delle royalty derivanti dalla vendita del testo sarà devoluta in beneficenza a una struttura di sostegno per anziani che verrà individuata tramite apposita Onlus.

Dopo l’introduzione dei curatori, il Presidente di Assogestioni, Giordano Lombardo, ha commentato l’andamento dell’industria dell’asset management: “Da ormai più di due anni l’industria italiana del risparmio gestito è protagonista di uno straordinario boom di raccolta. Da un lato una situazione di tassi di interesse molto bassi ha spinto gli investitori a ricercare prodotti a valore aggiunto e in grado di offrire rendimenti sulla base di una maggiore diversificazione. Dall’altro, l’industria ha puntato sull’innovazione, creando prodotti che hanno saputo intercettare bene le mutate esigenze dei risparmiatori dopo gli anni della crisi. Dobbiamo essere consapevole di come il risparmio sia un’importante risorsa che ha aiutato l’Italia a superare numerose crisi economiche e finanziarie e oggi più che mai andrebbe tutelato”.

A seguire, una tavola rotonda svolta dai professionisti di settore ha visto la partecipazione dell’economista Mario Baldassarri, professore emerito di economia all’Università La Sapienza di Roma e Presidente del Centro Studi Economia Reale, che ha fatto riferimento a tre profonde basi teoriche dell’analisi economica che, a suo parere, sono state del tutto dimenticate per vari anni ed hanno poi causato la grave crisi finanziaria degli anni passati. Le tre basi teoriche alle quali si è riferito Baldassarri sono: 1) la ineluttabilità che nel tempo i valori finanziari si “incontrino” con i valori reali dell’economia (la finanza può volare ma prima o poi deve tornare alla verità dei valori reali, più in alto vola, più pericoloso e drammatico potrà essere l’atterraggio); 2) i rendimenti sono legati al rischio e quindi rendimenti alti contengono rischi alti (non esiste l’albero degli zecchini d’oro); 3) la grande lezione di James Tobin della diversificazione del rischio per ottimizzare i rendimenti (meglio un uovo vero oggi che una gallina finta domani).

L’impatto fiscale, una variabile sempre più importante nelle scelte di investimento a cura di Giorgio Orlandini

La recente riforma della tassazione sulle rendite finanziarie ha portato l’aliquota applicata su dividendi, interessi e plusvalenze per i risparmiatori al 26%, con l’eccezione dei titoli di Stato. Che effetti avrà questo inasprimento? Nell’immediato magari non avrà grandi effetti, ma sul lungo periodo succederà una cosa molto semplice: chi viene tassato maggiormente su quelle rendite non avrà il medesimo potere d’acquisto. E poco importa il fatto che i Bot sono stati lasciati fuori: il titoli di Stato ormai sono solo una delle componenti di un portafoglio di un investitore e quella che rende di meno. In Germania, l’imposizione sulle rendite finanziarie è del 26,3%, in Francia si applica un’imposta di base del 19% e una supplementare di “solidarietà” del 15,5%, totale: 34,5%. Negli USA e in Gran Bretagna, invece, le rendite finanziarie vengono assoggettate alle stesse aliquote sui redditi da lavoro, per cui l’aggravio dipenderà dalla situazione economica di ciascuno. L’incremento della tassazione delle rendite finanziarie non è, quindi, di per sé criticabile essendo in linea con il trend europeo ma, per quanto riguarda l’Italia, deve essere accompagno al fatto che le aliquote Irpef sono tra le più alte in assoluto e che questi ulteriori aumenti nel prelievo fiscale incidono negativamente sulla possibilità di generare liquidità da rimettere in circolo nel sistema Italia. Nel libro viene fornita una panoramica del complesso regime impositivo sulle principali rendite finanziarie.

L’investimento in diamanti a cura di Maurizio Sacchi

Da sempre considerato una riserva di valore, di ricchezza e di solidità finanziaria, l’investimento in diamanti è uno strumento di patrimonializzazione, che rappresenta l’ideale sintesi tra investimento finanziario e investimento reale, la cui natura è quella del bene rifugio che salvaguarda il patrimonio finanziario dalla perdita di valore di acquisto della moneta. Inoltre, protegge dalla speculazione, non essendo mai stato oggetto di strumenti che ne replichino il valore. Infatti, nel corso del tempo, i diamanti hanno dimostrato un’ottima capacità di diversificazione non speculativa del patrimonio. Il loro andamento è costantemente al rialzo (il diamante è in via di esaurimento sulla terra) e non è stato alterato nemmeno da alcuni dei momenti più tragici della storia degli ultimi anni: dal crollo delle torri del World Trade Center, alle varie crisi valutarie, ai possibili default all’interno della zona euro, fino al lungo protrarsi della profonda crisi economica originata nel 2008 e non ancora superata. Tra gli investimenti in “beni rifugio”, il diamante è forse il meno conosciuto, ma è sicuramente il più tangibile. Affidandosi ad un intermediario professionale operante tramite il sistema bancario ci si può avvalere di un investimento etico e sicuro, grazie ad un mercato sempre più orientato alla sovranazionalità e alla trasparenza, soprattutto in materia di liquidità e di certezza di ricollocamento, sia in termini di tempistiche che di modalità. Investire in diamanti significa diversificare il proprio portafoglio nella misura del 5-10%, beneficiando di un prodotto reale, che si presenta con tutte le garanzie di sicurezza, liquidabilità, certificazione, qualità e trasparenza, con lo scopo di tutelare e accrescere il patrimonio di famiglia.

La commercializzazione dei fondi di investimento flessibili a cura di Davide Gatti

L’evoluzione del mercato dell’asset management nel corso degli ultimi trent’anni è stata costante in particolar modo in relazione alle condizioni di mercato finanziario. Da un mercato che definiamo primordiale in cui si utilizzavano regole e strategie piuttosto rozze da parte degli asset manager per favorire il collocamento di prodotti di risparmio gestito, oggi possiamo individuare dinamiche e strategie più evolute, in linea con gli standard di mercati che si rivolgono ad un ampio numero di consumatori e risparmiatori. Da ciò consegue il successo di prodotti quali i fondi flessibili. Oggi il mercato del risparmio gestito mostra apparentemente diverse contraddizioni da parte dei risparmiatori e da parte dei professional, che effettuano valutazioni sui prodotti non solo sulla base delle metriche di rischio-rendimento, ma anche su valutazioni qualitative basate su quello che è lo story telling del prodotto. Tuttavia in un contesto di mercati in cui cambiano continuamente le correlazioni tra le principali variabili, e in cui ciò che oggi è risk free domani potrebbe non esserlo, variabili come la reputazione, la storia, la gestione del post-vendita, il brand, divengono fondamentali per poter instaurare con tutti gli utilizzatori, professional e risparmiatori, un legame costruito non solo su basi razionali ma anche su fattori emotivi e di comportamento. Gli studi di finanza comportamentale di Kahneman, riconosciuti da un premio Nobel per l’economia, il primo dato ad uno psicologo, ma anche tutte le analisi del comportamento dei consumatori in relazione a strumenti complessi, ci hanno convinto che la gestione del risparmio deve essere affrontata partendo certamente da schemi razionali, tipici del mondo della finanza, ma anche che la sopravvivenza di tale industria è sempre di più legata alla capacità di cogliere esigenze ed aspettative con un approccio commerciale tipico di aziende rivolte al largo consumo, come per esempio il settore dei prodotti tecnologici ed il settore farmaceutico. Forse non è un caso se la rinascita del risparmio gestito in Italia trova in questi anni i principali protagonisti non in figure provenienti dalle file dei gestori professionali, ma in manager che, con più equilibrio, hanno dimostrato di utilizzare i diversi driver di crescita in modo più efficace.

L’importanza della advisory nell’industria dell’asset management a cura di Domenico Romeo-Four Partners

Nella sua essenza originaria l’industria dell’asset management è l’attività manifatturiera di prodotti finanziari i cui obiettivi sono così sostanziabili:

• Diversificare il patrimonio, fornendo al cliente / utente una serie di soluzioni per l’utilizzo del proprio risparmio a matrice finanziaria (alternativa, quindi, all’universo immobiliare ed aziendale);

• Generare rendimento, sia su base assoluta che relativa al mercato di riferimento su cui ogni prodotto opera.

La dimensione via via crescente di tale industria, sia sul fronte della numerosità dei prodotti finanziari esistenti ed accessibili ai clienti che della loro complessità, ha reso negli anni straordinariamente rilevanti i processi di (a) selezione prodotti, (b) allocazione tra i medesimi sulla base delle loro qualità specifiche e, (c) in modo sovraordinato ad (a) e (b), di allocazione strategica tra classi di attivo delle quali i prodotti sono l’estrinsecazione ultima. Da quanto appena detto si evince la difficoltà, o in molti casi l’impossibilità, per il singolo cliente/utente dell’industria dell’asset management di svolgere le 3 attività summenzionate con piena consapevolezza di tutte le variabili coinvolte nei vari processi. Tale difficoltà esiste sia ove l’utente operi in autonomia – per un problema di competenza di analisi – sia che venga supportato da esponenti della medesima comunità manifatturiera dei prodotti – dato che si porrebbe il tema del conflitto di interessi. E’ da queste premesse che nasce il concetto di investment advisory, quindi di consulenza indipendente sugli investimenti. Secondo noi di Four Partners nella sua espressione operativa l’attività di consulenza si traduce in 6 punti essenziali:

1. Definizione di una strategia di investimento insieme al cliente;

2. Analisi qualitativa, quantitativa e tecnica degli strumenti finanziari atti all’implementazione della strategia;

3. Supporto all’esecuzione della strategia attraverso il dialogo costante con gli intermediari finanziari e le case manifatturiere di prodotto;

4. Risk management ex-ante ed ex-post, rispetto alle decisioni di investimento;

5. Monitoraggio costante del portafoglio di investimenti;

6. Analisi di sensitività del portafoglio (inteso sia nel suo complesso sia in riferimento ai singoli strumenti al suo interno) a mutate condizioni economiche ed a nuovi scenari sui mercati finanziari.

In modo così strutturato la consulenza finanziaria è ben equipaggiata per ricavarsi uno spazio progressivamente crescente presso i clienti dell’industria dell’asset management (sia privati che istituzionali), contribuendo al miglioramento della qualità complessiva dell’industria stessa ed alla professionalizzazione del rapporto tra fornitori di prodotti ed utenti finali dei medesimi.