LA TRAMA – «Il vicequestore sorrise nel pensare alla somiglianza che sentiva tra lui e quel cane da punta». Rocco Schiavone ha la mania di paragonare a un animale ciascuna delle fisionomie umane che gli si para davanti. Ma più che il setter che gli suscita quell’accostamento, lui stesso fa venire in mente uno spinone, ispido, arruffato e rustico com’è: pur sempre, però, sottomesso all’istinto della caccia. È uno sbirro manesco e tutt’altro che immacolato, romano di conio trasteverino, con una piaga di dolore e di colpa che non può guarire. Ad Aosta, dove l’hanno trasferito d’ufficio, preferirebbe tenere le sue Clarks al riparo dall’acqua e godersi i suoi amorazzi, che non imbarcarsi in un’altra inchiesta piena di neve. Una donna, una moglie che si avvicinava all’autunno della vita, è trovata cadavere dalla domestica. Impiccata al lampadario di una stanza immersa nell’oscurità. Intorno la devastazione di un furto. Ma Rocco non è convinto. E una successione di coincidenze e divergenze, così come l’ambiguità di tanti personaggi, trasformano a poco a poco il quadro di una rapina in una nebbia di misteri umani, ambientali, criminali. Per dissolverla, il vicequestore Rocco Schiavone mette in campo il suo metodo annoiato e stringente, fatto di intuito rapido e brutalità, di compassione e tendenza a farsi giustizia da sé, di lealtà verso gli amici e infida astuzia. Soprattutto, deve accettare di sporgersi pericolosamente verso il mondo delle donne, a respirare il carattere insinuante, continuo, che assume la violenza quand’è esercitata su di loro. Ogni interrogatorio condotto da Schiavone accende la curiosità della prossima rivelazione, ogni suo passo sollecita l’attesa del nuovo indizio, mentre intorno si sparge contagiosa la crescente sua commozione, si trasmette il suo malumore, e si fa convincente il pessimismo sgorgato dal suo «baratro di tristezza».

L’AUTORE – Antonio Manzini, attore e sceneggiatore, ha pubblicato i romanzi Sangue marcio e La giostra dei criceti. La serie con Rocco Schiavone è iniziata con il romanzo Pista nera (Sellerio, 2013) cui è seguito La costola di Adamo. Ne fanno parte anche i racconti presenti nelle antologie poliziesche Capodanno in giallo, Ferragosto in giallo e Regalo di Natale, pubblicate da questa casa editrice.
LEGGI SU AFFARI TALIANI LE PRIME PAGINE DEL ROMANZO
(per gentile concessione della casa editrice)
Erano giorni di marzo, giorni che regalano sprazzi di sole e promesse della primavera che verrà. Raggi ancora tiepidi, magari fugaci che però colorano il mondo e aprono alla speranza. Ma non ad Aosta. Aveva piovuto tutta la notte e le gocce d’acqua mista a neve avevano martellato la città fino alle due del mattino. Poi la temperatura, scesa di parecchi gradi, aveva dato alla neve partita vinta, e quella era caduta a fiocchi fino alle sei riempiendo strade e marciapiedi. All’alba la luce era spuntata diafana e febbricitante, scoprendo la città imbiancata, mentre gli ultimi fiocchi ritardatari svolazzavano cadendo a spirale sui marciapiedi. I monti erano incappucciati dalle nuvole e la temperatura era di qualche grado sotto lo zero. Poi improvvisamente si era alzato un vento maligno che aveva invaso le strade della città come una torma di cosacchi ubriachi, schiaffeggiando uomini e cose. In via Brocherel solo cose, dal momento che la strada era deserta. Il cartello del divieto di sosta ondeggiava e i rami degli alberelli piantati sull’asfalto scricchiolavano come le ossa di un artrosico. La neve che non si era ancora compattata si alzava in piccoli turbini e qualche persiana sganciata sbatteva regolare. Dai tetti dei palazzi cadevano zaffate di pulviscolo gelato spazzato dal vento. Irina svoltò l’angolo fra via Monte Emilus e via Brocherel e prese un ceffone di aria in pieno viso. I capelli legati in una coda volarono all’indietro e i suoi occhi azzurri si strinsero appena. A farle una foto in primo piano e a estrapolarla dal contesto, poteva sembrare una pazza senza casco su una moto a cento- venti all’ora. Ma quella sberla gelata e improvvisa le fece l’effetto di una carezza. Neanche si chiuse il bavero del cappottino di lana grigio. Per una nata a Lida, a pochi chilometri dalla Lituania, quel vento era poco più di una piacevole brezza primaverile. Se a marzo Aosta era ancora immersa nell’inverno, a casa sua in Bielorussia si viaggiava sprofondati nel ghiaccio a 20 gradi sotto zero. Irina camminava veloce sulle sue Hogan fasulle che scintillavano ad ogni passo e succhiava una caramella al miele che aveva comprato al bar dopo aver fatto colazione. Se c’era una cosa che adorava dell’Italia era la colazione. Cappuccino e brioche. Il rumore della macchina che scalda il latte e gonfia la schiuma bianca, che poi si mescola con il nero del caffè e la spruzzata di cacao alla fine. E la brioche, calda, croccante e dolce che si squagliava in bocca. Se solo ricordava le colazioni che faceva a Lida. Con delle pappe immangiabili di orzo o avena, il caffè che sapeva di terra. E poi c’erano i cetrioli, quel sapore agro di prima mattina che lei non aveva mai potuto sopportare. Suo nonno li mandava giù con l’acquavite, mentre suo padre mangiava il burro direttamente dal piattino come fosse un dolce caramellato. Che quando l’aveva raccontato ad Ahmed, quello per poco non si era vomitato addosso dalle risate. «Il burro? A cucchiaiate?» le aveva chiesto. E rideva mostrando i denti bianchissimi che Irina gli in- vidiava. I suoi erano grigiastri. «È il clima» le aveva risposto Ahmed. «In Egitto fa caldo e i denti sono più bianchi. Più fa freddo invece più sono neri. Proprio il contrario della pelle. È colpa del sole che non c’è. Poi se vi mangiate pure il burro con il cucchiaio!» e giù a ridere. Irina lo amava. Amava il suo odore quando tornava dal mercato. Sapeva di mele e di erba. Lo amava quando pregava verso la Mecca, quando le pre- parava i dolci al miele, quando facevano l’amore. Ahmed era gentile e attento e non si ubriacava mai e aveva l’alito che sapeva di menta. Beveva solo birra ogni tanto, anche se diceva «il Profeta non lo permetterebbe». Però la birra gli piaceva. Irina lo guardava e pensava agli uomini del suo paese, all’alcol che ingurgitavano, agli aliti pesanti e alla puzza della loro pelle. Un misto di sudore, grappa e sigaretta. Ma Ahmed aveva una risposta anche per questa differenza sostanziale. «In Egitto ci laviamo di più perché per pregare Allah devi essere pulito. E siccome fa caldo ci asciu- ghiamo subito. Da voi fa freddo e non ti asciughi mai. È colpa del sole pure questa cosa qui». Le diceva. «E comunque noi il burro non lo mangiamo a cucchiaiate» e ancora giù a ridere. Ora il suo rapporto con Ahmed era arrivato al bivio. Lui le aveva fatto la proposta. Sposarsi…
(continua in libreria)
