Più conosco il Messico e più mi convinco che non basta una vita per assaporarlo tutto. Troppo vasto, troppo intenso, per giunta mutevole: mi capita di tornare in luoghi dove sono stato e riscoprirli diversi da come li ricordavo. Mahahual (Feltrinelli) ha i ritmi sonnacchiosi di sempre, silenziosa e sgangheratamente genuina, il Messico come l’ho conosciuto trent’anni fa.
L’AUTORE – Pino Cacucci è nato nel 1955 ad Alessandria, cresciuto a Chiavari (Ge), e trasferitosi a Bologna nel 1975 per frequentare il Dams. All’inizio degli anni ottanta ha trascorso lunghi periodi a Parigi e a Barcellona, a cui sono seguiti i primi viaggi in Messico e in Centroamerica, dove ha poi risieduto per alcuni anni. All’attività narrativa affianca un intenso lavoro di traduttore. Fra le sue opere ricordiamo Outland rock (Feltrinelli, 2007), Puerto Escondido (Interno Giallo, 1990), da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo, La polvere del Messico (Feltrinelli,1996; 2004) e Nessuno può portarti un fiore (2012, premio Chiara).
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© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Più conosco il Messico e più mi convinco che non basta una vita per assaporarlo tutto. Troppo vasto, troppo intenso, per giunta mutevole: mi capita di tornare in luoghi dove sono stato e riscoprirli diversi da come li ricordavo. Comunque, sulla Laguna di Bacalar non c’ero mai arrivato. Si estende nella zona più a sud del Quintana Roo, uno degli stati che compongono la sterminata penisola dello Yucatan, e l’ho percorsa in lungo e in largo ma senza essermi mai spinto fin laggiù, ai confini con il Belize. E cosi, nel febbraio del 2012, ho preso l’aereo da Citta del Messico per Chetumal, riproponendomi poi di raggiungere da li San Cristobal, dove avrei rivisto l’amico fraterno Ernesto e sua madre Maria Luisa Tomasini, la “nonna di tutti gli zapatisti”; cosa che ho fatto, ma temo non rifarò: devo ammettere mio malgrado che non ho più l’età per affrontare sedici ore di corriera attraverso le montagne del Chiapas… o meglio, non lo rifarei in una sola tirata. Questo meriterebbe una digressione: le “corriere stravaganti” con cui ho attraversato il Messico in ogni direzione, purtroppo non esistono più. Ora sono pullman di prima classe o superlusso e cosi via, con la maledetta aria condizionata a regime di surgelato e, peggio ancora, i monitor che trasmettono a ritmo continuo film idioti a volume insopportabile, neanche ti permettono di leggere un libro in santa pace… No, non lo rifarò, perche i pullman interstatali messicani sono diventati un inferno di fracasso e freddo insulso, sempre più asettici e malinconici. Saro scemo, ma preferivo quelle sgangherate corriere puzzolenti con le galline nei ripiani portabagagli, stracolme di umanità allegra e irriverente, che si fermavano ovunque per bere e ingozzarsi di tacos, mentre adesso ti perquisiscono e se ti trovano una lattina di birra rischi di essere estromesso o ti costringono a relegarla nella borsa da stiva, come se salissi su un aereo. Si, anche il Messico cambia in peggio, almeno per i miei gusti nostalgici. Dunque, atterriamo a Chetumal e prendiamo un autobus normale per Bacalar. Chiunque in tutti questi anni me ne abbia parlato in termini estasiati, aveva ragione: il vasto lago ha i colori cangianti del Caribe, cosa rara per uno specchio d’acqua dolce, il turchese si fonde con tonalità smeraldo fino al blu intenso nei pressi dei sette cenotes che lo alimentano, profonde cavità circolari nella piattaforma calcarea, in pratica immensi pozzi con un diametro di centinaia di metri da cui sgorga quest’acqua pura e cristallina. La chiamano anche “laguna dei sette colori”, lunga quarantadue chilometri e larga due, e nella zona orientale, durante la stagione delle piogge, le paludi la collegano al mare della baia di Chetumal e al corso del Rio Hondo, quindi, all’epoca dei corsari, permetteva occasionalmente di raggiungere queste sponde ai vascelli che superavano le difese costiere spagnole… Ecco perche il paesino e sovrastato da una fortezza di pietra scura, memore di feroci battaglie in un’epoca ammantata di leggenda. I maya itza la fondarono nel 415 d.C. chiamandola Bakhalal, “luogo circondato di canneti”. Diversi secoli dopo, attorno all’anno Mille, Kukulkan, signore dei toltechi venuti dagli altopiani centrali che portava il nome del dio del Vento, la integro nella Lega di Mayapan: formata dalle potenti citta di Uxmal e Chichen Itza, la lega comprendeva l’importante centro cerimoniale di Tulum, che era anche un osservatorio astronomico. Per qualche tempo la confederazione prospero, ma le caste sacerdotali degli itza assunsero il dominio suscitando le rivalità delle altre etnie, e le elite dei guerrieri sembravano scalpitare per riprendere le dispute: tra il 1175 e il 1185 la lega si disintegro, lasciando ai campi di battaglia l’ultima parola. E intanto i contadini e gli artigiani, che si vedevano costretti a lavorare sempre più duramente per mantenerli tutti, iniziarono a ribellarsi. A questo si aggiunsero carestie, uragani e inondazioni, e infine, all’arrivo dei Conquistadores spagnoli, le grandi citta-stato dalle imponenti piramidi e dai palazzi sontuosi erano abbandonate da tempo e inghiottite dalla selva. A quell’epoca i maya vivevano ormai sulle coste, dedicandosi alla pesca e all’agricoltura, e nessuno poteva immaginare, vedendoli, che fossero i discendenti dei più sapienti astronomi, matematici e ingegneri che l’umanità avesse fino ad allora conosciuto. Per primo, nel 1531, arrivo quaggiù Francisco de Montejo, che aveva alle spalle quattro anni di combattimenti contro tutte le popolazioni incontrate sul suo cammino. Nei pressi della laguna fondo Villa Real, insediamento coloniale di breve durata, perche i maya della zona scatenarono attacchi senza tregua, dimostrando quell’indomita fierezza che li contraddistinse dagli aztechi ormai piegati, prima dall’inganno e poi da archibugi e cannoni. I maya yucatechi non c’era verso di sottometterli. Nel 1543 Montejo ci riprovo, affidando la conquista a Gaspar Pacheco e a suo figlio Melchor: con forti contingenti di armigeri si ostinarono a costruire e fortificare quella che chiamarono Salamanca de Bacalar, destinata a diventare nel xvii secolo un punto strategico sulla via di terra che collegava la lontana capitale dello Yucatan, Merida, alle remote province del Guatemala e dell’Honduras. Nel 1640 i maya si erano visti costretti a ritirarsi nella selva, pur non rinunciando a sporadici attacchi sulle vie di comunicazione e ai centri periferici. Ma fu allora che arrivo un’altra minaccia al dominio coloniale spagnolo, stavolta armata di cannoni a bordo di vascelli veloci e comandati da esperti navigatori: iniziarono cosi i due secoli di scorrerie dei corsari inglesi, ai quali si sarebbero aggiunti anche i francesi e gli olandesi. Sempre nel 1640, il corsaro scozzese Peter Wallace riusci a creare un avamposto della corona inglese a sud del Rio Hondo, che poi sarebbe diventato l’Honduras britannico, chiamato Belize o Belice per la progressiva storpiatura del cognome Wallace (v o w in spagnolo si pronuncia b, da cui Balis, Belis, Belize); oppure, secondo un’altra versione, per il nome che i maya avevano dato a quella zona, belix, “acqua fangosa”. Non erano tanto l’oro e l’argento ad attirarli in queste zone sperdute e insalubri, quanto il prezioso palo de tinte, albero da cui si estraeva una tintura rossa per stoffe, allora molto ambita dai mercanti europei. Prima, ci si era messo anche il corsaro cubano Diego Grillo detto El Mulato, al servizio di Francis Drake: sgominata la guarnigione con un attacco a sorpresa, rase al suolo Bacalar. I cocciuti spagnoli stavolta non solo la ricostruirono, ma edificarono la fortezza inespugnabile di San Felipe de Bacalar, che oggi e vanto e orgoglio di uno stato, il Quintana Roo, alquanto povero di vestigia dell’epoca coloniale. Da qualche anno ospita un museo che narra gesta e leggende di quei tempi travagliati. E l’avventurosa vita di Diego Grillo e un invito a nozze per i raccontatori di storie…
(continua in libreria)

