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Verso la Giornata della Memoria/ Un romanzo sulla vendetta e sul perdono

Verso la Giornata della Memoria/  Un romanzo sulla vendetta e sul perdono
In vista della Giornata della Memoria (in programma il 27 gennaio) esce per Piemme “Dovrei essere fumo” di Patrick Fogli – LEGGI SU AFFARI ITALIANI UN ESTRATTO

Alberto ha cambiato vita. Il suo passato nei servizi segreti è ormai alle spalle, per quanto possa esserlo un’esistenza di quel tipo. Perché lui è il migliore, e qualcuno se n’è accorto, tanto da offrirgli un incarico inatteso: la sorveglianza notturna, in una clinica, di un uomo molto anziano e molto ricco. La sua vita è in pericolo, e non solo per il cancro che lo sta consumando. Inverno 1939. Emile, nato a Parigi nel 1921, ebreo da chissà quante generazioni. Non ricorda il giorno in cui ha iniziato ad avere paura, ma sa che da quel giorno non ha più smesso. A unire le due vicende, un quaderno azzurro cui è affidata una verità che non tutti hanno il coraggio di guardare in faccia. La storia di un’ossessione. “Dovrei essere fumo” di Patrick Fogli  è un  romanzo sulla vendetta e sul perdono. Che non sempre sono agli estremi opposti della bilancia.

Patrick Fogli – Nato a Bologna, è ingegnere elettronico. Ospite al Festivaletteratura di Mantova, finalista al premio Scerbanenco al Noir in Festival di Courmayeur, è considerato dalla critica uno degli scrittori più interessanti e originali della narrativa italiana di oggi. Per Piemme ha scritto Lentamente prima di morire – il cui protagonista, Gabriele Riccardi, torna anche ne La puntualità del destino –, L’ultima estate di innocenza e i romanzi Il tempo infranto, sulla strage alla stazione di Bologna, e Non voglio il silenzio, con Ferruccio Pinotti.

PatrickFogli
 

LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO DAL CAPITOLO “EMILE”
(© 2014 – EDIZIONI PIEMME Spa, Milano)

Sono nato il 25 luglio del 1921, mi chiamo Emile Riemann e sono ebreo. Ebrei erano mio padre e mia madre, ebrei i loro genitori e così indietro per chissà quante generazioni. Sono nato a Parigi e sono francese, mia madre era italiana e i genitori dei miei nonni erano emigrati molti anni prima dalla Galizia, una regione a metà fra Polonia e Russia, finita nell’impero austroungarico e poi di nuovo alla Polonia. Oggi, per quanto ne so, una metà dovrebbe essere Ucraina. Tutto questo per dire che la mia nazionalità è un accidente della storia, come in fondo, anche la mia vita. Italiano e francese sono le mie lingue madre, non le uniche che conosco, e tutto il mescolarsi di vocaboli diversi che ha attraversato la mia giovinezza mi ha consentito, in qualche modo, di poter sopravvivere. Nulla si crea, tutto si trasforma, ne sono la prova vivente. Abitavo con i miei genitori, avevamo una bella casa e abbastanza soldi per garantirci una vita tranquilla. Mio padre gestiva l’impresa di famiglia, una fabbrica di scarpe ereditata da suo nonno e piuttosto conosciuta a quei tempi, mia madre si occupava di me e di mio fratello François, più piccolo di dieci anni. Non ricordo con esattezza quando cominciammo ad avere paura e, se ci ripenso, mi viene ancora più difficile ricordarlo. Sotto forme diverse, la paura è stata una compagna fedele di tutta la mia vita, ma se devo mettere un punto di inizio alla storia che ti sto raccontando, allora è la fine del 1939. Avevo diciassette anni e studiavo in un collegio di Parigi, lo stesso che aveva ospitato mio padre e suo padre prima di lui. Tre pomeriggi alla settimana il signor Rivière veniva a casa nostra per darmi lezione di tedesco e inglese. Due lingue che odiavo, con la feroce costanza con cui a quell’età si può odiare tutto ciò che ti distrae dalle cose che vuoi fare davvero. Un pomeriggio il mio precettore mancò all’appuntamento. Mia madre spiegò che non sarebbe più venuto, aveva dei problemi di famiglia e avrebbero cercato un sostituto. Capii che mi aveva mentito quando se ne andò anche Claudette, la governante che lavorava da noi da prima che nascessi. Mancavano pochi giorni alla fine dell’anno e festeggiare era solo un modo semplice per immaginare che il mondo camminasse ancora sulla stessa strada. La guerra era cominciata a settembre, ancora non era chiaro che piega avrebbe preso. O almeno non era chiaro per me. Hitler aveva conquistato la Polonia in poco tempo, l’Austria era già stata annessa da un anno e così la Cecoslovacchia. Noi eravamo rimasti a guardare, la Francia, il più grande esercito del mondo, e non riuscivo a spiegarmi il motivo. Pensavo comunque che la nostra forza militare ci tenesse al sicuro, lontani dai nazisti e da tutto quello che si raccontava stesse accadendo agli ebrei nei territori annessi. Sapevamo pochissimo con certezza e potrà sembrare strano oggi, ma allora non c’erano che giornali e radio. Proprio ora che scrivo, dalla televisione che ho lasciato accesa, sento qualcuno blaterare di censura, un termine che mi fa sorridere, se penso allo stato d’animo di allora. In Germania l’unica voce ammessa era il Partito Nazionalsocialista, le informazioni che arrivavano erano di terza o quarta mano e assumevano spesso, per molti di noi, il tono della leggenda.

(continua in libreria…)