“Avanti, sempre avanti, passando da un lavoro a un altro, da un amore a un altro, cambiando ogni volta città, appartamenti, amicizie: questo è Adelante, inusuale “epopea” contemporanea, viaggio intimo nell’esistenza di una donna dai mille volti e dalle mille metamorfosi. La forza d’animo della protagonista, che si ritroverà ad affrontare prove difficili prima di poter approdare a una condizione di relativa stabilità, è il nucleo di questa storia ricchissima di episodi e avventure nonché metafora della capacità di resistenza di fronte alla precarietà della vita. Momenti di ironia e momenti struggenti si alternano nella girandola di personaggi, luoghi, occupazioni.
L’AUTRICE – Silvia Noli vive a Genova, dove è impiegata full time allo sportello di un centro medico convenzionato con la mutua in cui espia in forma retribuita un tenace karma di capro espiatorio. Attualmente è in cerca di una nuova casa, un nuovo lavoro e un nuovo equilibrio. Non di un fidanzato. Sogna di laurearsi in arabo, far crescere i capelli e ottenere il patentino di gattara per occuparsi di una colonia felina dog friendly.
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(per gentile concessione della casa editrice)
(…)
Il colloquio nella casetta prefabbricata si era con – cluso davanti a un caffè della macchinetta, con la pre – sentazione degli altri due soci dell’azienda. Il primo era un tizio dal riporto imbarazzante e i modi da saccente. Si occupava del magazzino e delle celle frigorifere. Raccontò che nel tempo libero si inte – ressava di teatro. Era un attore dialettale e faceva parte di una compagnia molto nota in città. L’avevo per caso sentita nominare? Risposi che al momento non mi sov – veniva, suscitando lo sdegno dell’attore-frigorista che proruppe in un’invettiva contro quei giovani che guar – dano la televisione e snobbano le scene, ignorando l’importanza del teatro dialettale, che ci tiene saldi alle nostre radici e ravviva le tradizioni. Provava una vio – lenta antipatia per la tecnologia in genere. Se doveva dirla tutta, anche per i centri commerciali, che avevano affondato le piccole botteghe di onesti lavoratori. Dove saremmo finiti di questo passo? Non sapeva dirlo. Ero forse appassionata di reality show? Chiese. Doveva averli congegnati una congrega di schizoidi. Il suo viso aveva assunto un colorito paonazzo e sembrava sul punto di una convulsione. Continuò a ruota libera, tut – ti noi guardandoci bene dall’intervenire. Finalmente un accesso di tosse lo interruppe e il secondo socio ne ap – profittò per prendere la parola. Era un tipo sornione con la faccia da faina e aveva passato tutto il tempo a dar di gomito al signor Gambero e a sfottere il collega ridacchiando. Il secondo socio si occupava del traspor – to della merce. Circolava in città con il camion frigo e riforniva gli acquirenti secondo un giro settimanale prestabilito. Descrisse i vari aspetti della sua mansione, non trascurando una serie di consigli e precisazioni che mi sarebbero tornati utili sul campo. Infine, volle pre – cisare che anche lui aveva un hobby che lo teneva oc – cupato dopo il lavoro; anzi, era un lavoro vero e pro – prio. Era fotografo e regista. «Regista di che cosa?», chiesi incuriosita. «Di cerimonie nuziali». Rispose soddisfatto. Spiegò che si trattava di un filone redditizio. Egli non si curava soltanto di riprendere con la telecamera le varie fasi della cerimonia: ansia dello sposo sul sagrato, scambio delle fedi, parentado sciolto in lacrime, gozzoviglia al ristorante, ma realizzava intensi filmati in cui erano riportati i momenti salienti della love story, a partire, per esempio, dal primo incontro tra i due pic – cioncini. «Addirittura? E come fa a riprendere a posteriori il primo incontro tra i due futuri sposi?». Il trasportatore-regista strizzò l’occhio rollando una sigaretta. «È proprio qui che si sviluppa il grosso del la – voro». In pratica si faceva raccontare dai promessi i dettagli della loro storia d’amore per riproporli fedel – mente usando i medesimi come attori. I due si erano incontrati anni prima al supermarket scontrandosi col carrello? Benissimo. I tre partivano per il centro com – merciale più vicino e lui filmava con la telecamera il re – make dell’incontro. Si proseguiva con il primo invito a cena, il primo bacio, l’anello di fidanzamento, l’incon – tro con i suoceri, la scelta della casa e della chiesa, la prova vestito, il trucco, l’acconciatura. «Ma è un lavoro colossale!», esclamai. «E i paren – ti… Il prete… Si prestano tutti alla comparsata?». «Che mi possano impiccare se qualcuno ha mai ri – fiutato!», esclamò: «Chiaramente sulle prime qualcuno che tentenna c’è, salvo poi litigare per comparire più degli altri! Si tratta di un regalo di nozze richiestissimo. Capisce bene che, con tutto il lavoro che c’è dietro, l’o – pera assume un certo valore monetario… Ma senta, in – tanto che ci siamo, ha voglia di vedere uno dei filmati? Sì? Glielo mostro volentieri». Il socio regista scattò in piedi e cominciò ad ar – meggiare col computer portatile che aveva preso dal suo camion. Mi guardavo intorno con una certa per – plessità. Che razza di colloquio era mai quello? Ades – so era l’attore-frigorista a sghignazzare, a cui faceva da spalla quella banderuola del signor Gambero. Fi – nalmente potemmo visionare il filmato nuziale cam – pione con annessa love story. Era imbarazzante. La te – lecamera doveva essere professionale, ma le ambien – tazioni e il sonoro erano pessimi e l’espressione degli innamorati-attori a dir poco plastificata. Suoceri e consuoceri simulavano il primo incontro tenendo in mano la tazzina del caffè e l’arciprete benediceva i promessi parlando di impegno e predestinazione. Al – le mie spalle gli altri soci si scompisciavano. Alla fine del filmato, nella casetta prefabbricata regnava un’at – mosfera da osteria. Chi rideva, chi commentava, chi pontificava: i filetti di halibut da vendere erano stati dimenticati. La morale fu che a un certo punto ci si alzò per accomiatarci e il signor Gambero mi diede appuntamento per il lunedì successivo alle sette per iniziare il giro dei clienti. In automatico feci sì con la testa. In quale momento del discorso era stata formalizzata “l’assunzione”? E se poi non ce l’avessi fatta a prendere la patente? Ma ero troppo stordita per replicare alcunché. Quando feci per andarmene fui trattenuta sulla porta dal socio regi – sta, che voleva sapere se oltre al lavoro di rappresen – tanza mi avrebbe fatto comodo qualche straordinario come aiuto regista, in quanto il ragazzo che lo accom – pagnava per reggere l’alimentatore non sempre era li – bero nei weekend. Inoltre una comparsa femmina a di – sposizione tornava sempre utile. Prima che il socio frigorista o il signor Gambero mi domandassero se avessi voglia di recitare due righe in dialetto o di andare a da – re una mano nell’orto riuscii a filarmela.
Il lunedì successivo scorrazzavo su e giù per la città con l’Alfa 33 del signor Gambero, reduce da un fine settimana di riprese sul set della love story di due pro – messi, dove, per mancanza di maestranze, recitavo la parte della migliore amica e consigliera dello sposo.
(continua in libreria)

