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Tazze, felpe e portachiavi: “Je suis Charlie” è diventato un brand

Tazze, felpe e portachiavi: “Je suis Charlie” è diventato un brand
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Decine di siti vendono gadget con lo slogan simbolo della tragedia francese. Amazon e eBay si sono affrettati a dire che i costi di commissione saranno rimborsati o destinati alla rivista satirica. I produttori: “E’ un modo per far circolare il messaggio”. Beneficenza o business?

Viene prima il messaggio o il business? In poche ore, “Je suis Charlie” è diventato lo slogan simbolo della tragedia che ha colpito la Francia. Una frase scritta ovunque: nelle piazze, negli stadi, sui giornali. Ma basta fare un giro sul web per verificare come “Je suis Charlie” da slogan si sia trasformato in un brand. Decine di siti vendono magliette, felpe, tazze e portachiavi con impressa la frase.

I produttori stanno facendo affari d’oro. Uno dei siti interessati, RockWorldEast, che stampa magliette e felpe dai 14 ai 32 dollari,  ha affermato di aver quadruplicato le vendite negli ultimi giorni. Sulla versione italiana di Amazon è difficile trovare i gadget. Ma basta cliccare su Amazon.com o Amazon.fr per trovarne decine. Il gruppo guidato da Jeff Bezos, almeno in Francia, ha affermato che non incasserà le commissioni sui prodotti “Je suis Charlie”. EBay sembra aver optato per un’altra strada: devolvere le commissioni a Charlie Hebdo. La possibilità d’intervento dei distributori digitali, però, finisce qui. Resta complicato controllare tutti i rivenditori.

Imperfect Circle Apparel è un sito che produce magliette (anche) con messaggi legati ai diritti civili. Una portavoce ha fatto sapere di essere “più interessata al messaggio che al profitto”. Di solito, infatti, il sito dà in beneficenza il 10% dei profitti. E, in alcuni casi, dona quasi l’intero incasso (salvo la copertura dei costi). Imperfect Circle Apparel ha però sottolineato di non aver scelto cosa fare dei profitti derivati dalle t-shirt “Je suis Charlie”. 

Se Amazon e eBay hanno abbuonato le commissioni, la versione dei produttori cambia. C’è chi è convinto che la cosa più importante sia il messaggio (anche se a pagamento); chi donerà i proventi ad Amnesty International; chi usa la carta della necessità di fondi da destinari ai giornalisti; e chi, sottovoce, ammette: “Se non vendiamo noi questo prodotto lo farà qualcun’altro”.

twitter@paolofiore