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David di Donatello 2026, protesta delle maestranze fuori da Cinecittà: “Siamo gli invisibili del cinema”

Mentre dentro Cinecittà si celebrano i David di Donatello, fuori dal perimetro della festa c’è un altro cinema che alza la voce. È quello delle maestranze, degli assistenti, degli operatori, dei macchinisti, dei tecnici che tengono in piedi i set ma che troppo spesso restano fuori dall’inquadratura. E proprio nel giorno più simbolico per il settore hanno scelto di farsi vedere, anche se coprendosi il volto con una maschera: perché nel cinema italiano, denunciano, chi lavora dietro le quinte è diventato invisibile.

La protesta va in scena a Roma, davanti a Cinecittà, poche ore prima della cerimonia dei David. Il messaggio è netto, quasi disperato: “La macchina dei sogni si è trasformata in un incubo”.

“Siamo gli invisibili del cinema”

A spingere le maestranze in piazza sono mesi, anzi anni, di malessere accumulato. Sul tavolo ci sono tagli alle produzioni, precarietà cronica e un dato che da solo fotografa la crisi: il contratto collettivo nazionale non viene rinnovato da 27 anni. Un vuoto enorme per chi lavora in un settore che continua a vivere di prestigio pubblico ma, secondo i manifestanti, scarica il prezzo più alto proprio su chi lo rende possibile ogni giorno.

Le maschere indossate durante il presidio non sono un dettaglio scenico. Sono il simbolo di una condizione: esporsi, spiegano i lavoratori, può voler dire compromettere incarichi futuri, saltare una chiamata, sparire da una produzione all’altra. In un mondo fatto di relazioni fragili e ingaggi intermittenti, anche protestare può diventare un rischio.

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L’appello agli attori rimasto senza risposta

Tra le frasi più amare emerse durante la mobilitazione c’è quella rivolta al mondo dello spettacolo più esposto, quello dei volti noti e del red carpet. “Avevamo fatto un appello agli attori per boicottare la festa”, spiegano i manifestanti, “ma le risposte sono mancate”. Una delusione che pesa forse più della protesta stessa, perché racconta la distanza tra chi il cinema lo rappresenta e chi, materialmente, lo costruisce.

Il punto non è solo sindacale. È anche simbolico. Le maestranze chiedevano un gesto, un segnale di solidarietà, una presa di posizione pubblica in favore di chi permette al cinema italiano di esistere e di essere riconosciuto. E invece, dal loro punto di vista, è arrivato soprattutto silenzio.

La protesta fuori da Cinecittà

Al presidio hanno partecipato diverse figure del settore, insieme a rappresentanti politici del M5S e di Avs, presenti accanto ai lavoratori nel corso della manifestazione. Le voci raccolte davanti agli studi raccontano un comparto stanco, schiacciato tra l’orgoglio di appartenere a un’industria culturale importante e la frustrazione di non vedere riconosciuta la propria dignità professionale.

Le testimonianze di Gigi Piepoli di Usb Cinema e Dario Indelicato del movimento #SiamoAiTitoliDiCoda riportano tutte allo stesso punto: il cinema italiano continua a celebrare se stesso, ma rischia di perdere le sue fondamenta.

Il paradosso del cinema italiano

C’è qualcosa di profondamente eloquente in questa protesta scoppiata proprio nella notte dei David. Perché mentre sul palco si premiano film, autori, interpreti e carriere, fuori si consuma il cortocircuito di un settore che non riesce più a garantire stabilità a chi lavora dietro le quinte. È il paradosso di un’industria che continua a raccontare sogni ma, per molti dei suoi lavoratori, si è trasformata in un luogo di incertezza permanente.

E forse è proprio questo il senso più forte dei “ControDavid”: non un controfestival, non una provocazione sterile, ma il tentativo di ricordare che il cinema non nasce solo sotto i riflettori. Nasce anche nel buio dei set, nei turni lunghi, nel lavoro tecnico, nelle mani che montano, spostano, illuminano, costruiscono. Mani che oggi chiedono una cosa semplice: non essere più trattate come comparse.