Fuori dagli studi di Cinecittà sfilano i lavoratori del cinema in protesta. Dentro, sul palco dei David di Donatello 2026, arrivano parole che colpiscono più di molti premi. A prendersi il momento più intenso della serata è Matilda De Angelis, che dopo la vittoria come migliore attrice non protagonista per Fuori di Mario Martone firma l’intervento più applaudito dell’edizione.
La 71esima edizione dei David di Donatello si è aperta così, sospesa tra celebrazione e malessere. Da una parte la grande festa del cinema italiano, dall’altra la manifestazione simbolica del movimento #siamoaititolidicoda, che ha portato davanti agli studios cartelli e maschere per denunciare una crisi definita “senza precedenti”, tra produzioni ferme, incertezza e precarietà diffusa.
Il discorso di Matilda De Angelis: “Si umilia un’intera categoria per ricordarsi che esiste”
Dopo aver ricevuto il premio, Matilda De Angelis ha scelto di non limitarsi ai ringraziamenti di rito. Prima ha dedicato il riconoscimento a Mario Martone, parlando di uno dei ruoli più belli della sua carriera. Poi ha allargato il discorso alla situazione del settore.
“Il nostro Paese sta vivendo un impoverimento culturale importante e mi dispiace che si debba arrivare ad umiliare una intera categoria per ricordarci che esiste, i lavoratori del cinema”, ha detto l’attrice. Una frase che ha cambiato immediatamente il tono della serata. E subito dopo è arrivata la domanda che ha raccolto gli applausi più convinti della sala: “Non capisco perché la cultura non è al centro del nostro Paese”.
Il finale è stato ancora più netto, quasi un appello: “Non levateci la speranza e il futuro”. Poi la dedica ai genitori, in un momento insieme politico e personale, capace di restituire la fragilità e la tensione che attraversano oggi il mondo dello spettacolo.
La protesta fuori da Cinecittà e le parole di Flavio Insinna
A pochi metri dal red carpet, intanto, la protesta dei lavoratori ricordava che il cinema italiano non vive solo di luci e passerelle. Il tema è entrato anche nella cerimonia grazie a Flavio Insinna, che dal palco ha difeso il valore culturale e simbolico delle sale.
“Questa serata è una lettera d’amore per il cinema in mezzo a mille difficoltà”, ha detto. E ancora: “Un Paese che non difende le proprie sale e non sostiene i suoi film smette di sognare”. Un intervento che ha unito nostalgia, orgoglio e allarme, con un passaggio identitario molto applaudito: “Non chiamiamoli Oscar italiani, siamo noi che abbiamo insegnato il cinema al mondo”.
Gli altri premi della serata
Oltre al momento firmato Matilda De Angelis, la serata ha distribuito i primi riconoscimenti importanti. Lino Musella ha vinto come miglior attore non protagonista per Nonostante di Valerio Mastandrea. Il David per la migliore scenografia è andato ad Andrea Castorina e Marco Martucci per La città proibita, che ha portato a casa anche il premio per la migliore fotografia con Paolo Carnera.
Per la migliore sceneggiatura originale hanno vinto Francesco Sossai e Adriano Candiago per Le città di pianura. Sossai ha strappato un sorriso alla platea con una dedica molto concreta: “Mia moglie mi ha pagato l’affitto mentre scrivevo il film”. La migliore sceneggiatura non originale è andata invece a Doriana Leondeff, Silvio Soldini, Lucio Ricca, Cristina Comencini, Giulia Calenda e Ilaria Macchia per Le Assaggiatrici.
Tra i momenti più celebrativi, la standing ovation per Vittorio Storaro, premiato con il Premio Speciale Cinecittà, e quella per Gianni Amelio, che ha ricevuto il David alla Carriera. Il premio per il miglior compositore è andato a Fabio Massimo Capogrosso per Primavera, mentre Margherita Spampinato ha conquistato il David per il miglior esordio alla regia con Gioia mia.
La vera immagine dei David 2026
Più ancora dei vincitori, la fotografia più nitida di questi David di Donatello 2026 resta forse quella di una serata attraversata da una tensione evidente: il cinema che si celebra, mentre fuori chiede di essere difeso. In questo senso, il discorso di Matilda De Angelis non è stato solo il momento più emotivo della cerimonia. È stato il punto in cui il gala ha smesso per un attimo di raccontarsi da solo e ha guardato fuori, verso la realtà.

