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Media: l'inflazione delle parole come "eroe" e "resilienza"

 

Il giornalismo è percorso, ad ondate periodiche e regolari, da mode create più o meno a tavolino e che riguardano l’utilizzo di certi termini.

Ad esempio, il termine “eroe” è grandemente abusato. Si trova ormai dappertutto in televisione e sulla carta stampata. Il vigile del fuoco che salva qualcuno è automaticamente “eroe”, come lo è il poliziotto che cattura un criminale, oppure chi protegge un proprio simile.

E sono pochi ad accorgersi che questo termine dal grande valore sociale sta perdendo progressivamente il suo valore, sta logorandosi.

Gli esempi precedenti sono emblematici di un corretto comportamento virtuoso, di fare il proprio dovere, ma non di essere necessariamente eroi.

Se tutto è “eroico” allora nulla è veramente eroico perché il lessema è abusato.

Gli eroi sono pochi, pochissimi e lo devono essere per definizione; il dare dell’eroe a tutto rende la parola inservibile oltre che produrre un pericoloso effetto di assuefazioni in chi ascolta o legge.

Il vigile del fuoco che salva una persona ha fatto il suo dovere. Si può quindi dire che è un “valoroso vigile”, ma non un eroe a meno di casi eccezionali in cui si è sacrificato.

E così per tutti gli altri casi.

Altro termine abusato è poi quello di “resilienza”. Ormai chiunque sopporti la minima avversità è automaticamente “resiliente”. Ad esempio un bus che non passa diventa automaticamente nelle cronache “resiliente”. La resilienza in realtà è un termine sociologico da poco passato al Coaching e indica chi riesce a “risalire su una barca rovesciata” e cioè resiste alle avversità ma di un certo tipo.

Avversità serie. È, ad esempio, sicuramente resiliente un soldato che difende una postazione per giorni da solo, o chi durante una maratona pur stremato riesce a concludere la sua impresa. Ma non è resiliente chi aspetta il bus, o sopporta per un po’ i colleghi fastidiosi o fa, molto semplicemente, il proprio dovere.

Il meccanismo dell’iperbole è stato accelerato dai moderni media, dal web, che ha bisogno di “parolone” che catturino immediatamente l’attenzione del pubblico e il tutto a scapito della qualità del lessico che poi è la qualità dell’essere.

In un film, Palombella Rossa, Nanni Moretti si arrabbiava con una giornalista che utilizzava nell’intervista luoghi comuni come “alle prime armi” e “kitsch” arrivando a schiaffeggiarla quando dice che “il mio ambiente è molto cheap”, gridandole: “Ma come parla? Le parole sono importanti!”. Ecco, senza giungere a questi estremi sarebbe bello riappropriarsi della delicata bellezza del significato reale delle parole.

 

 

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